Questa è la crisi peggiore della storia della Repubblica. E ora l'Italia è davvero nei guai

Un crisi diversa dalle altre, che comporterà conseguenze diverse dalle altre. La posizione Lega-M5S che contrasta la legittimità dei poteri nazionali e internazionali gode di un forte consenso popolare

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Tiziana FABI / AFP

28 Maggio Mag 2018 0730 28 maggio 2018 28 Maggio 2018 - 07:30

La conclusione drammatica del tentativo di Giuseppe Conte. Sergio Mattarella che si assume la responsabilità del “no” rivelando rischi gravissimi per i risparmi, il debito, insomma per la tenuta del Paese. Lo scontro durissimo tra la Lega e il M5S con la Presidenza della Repubblica. La minaccia di impeachment. La convocazione di Carlo Cottarelli al Quirinale, con la prospettiva di un governo elettorale che porti nuovamente al voto in ottobre. Una campagna elettorale già aperta, dove le forze politiche al momento vincenti useranno la narrazione del Paese a sovranità limitata per spingere l’elettorato a una battaglia “per la vita o la morte”. E una serie di concrete emergenze che nessuno sembra in grado di gestire: l’imminente vertice di Parigi sulla Libia, gli adempimenti per evitare l’aumento dell’Iva, il dibattito sui dazi, quello sulla revisione dei trattati.

Il Paese è in pericolo, e non sembri un'espressione esagerata. Ha vissuto momenti di analoga e drammatica confusione – pensiamo alla stagione delle bombe, al sequestro Moro che abbiamo appena commemorato, alla drammatica elezione presidenziale dopo i delitti di Falcone e Borsellino – ma sempre sull’onda di eventi esterni e non controllabili. Mai era avvenuto per motivi tutti interni alla sfera politica, mai per l’onda lunga di un voto che ha obbligato alla difficilissima (e per ora fallita) operazione di costituzionalizzare forze antisistema. Questa crisi è diversa da tutte le altre, ma soprattutto comporterà conseguenze diverse da qualsiasi altra. Abbiamo cominciato a vederle subito, quando su tutte le reti televisive è partito il tam tam dei massimi dirigenti di Cinque Stelle, Lega e Fratelli d’Italia diviso tra l’evocazione del golpe e l’invocazione dell’articolo 90 della Costituzione (la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica per alto tradimento).

Il Paese è in pericolo, e non sembri un'espressione esagerata. Questa crisi è diversa da tutte le altre, ma soprattutto comporterà conseguenze diverse da qualsiasi altra

La ricerca di precedenti è un classico del nostro dibattito politico, e solitamente aiuta a inquadrare i problemi perché in fondo un Paese come l'Italia che ha avuto 64 governi in 72 anni, ha praticamente visto di tutto. Ma questo no, non lo avevamo mai visto. E il solo paragone che ci viene in mente è la lunga stagione in cui una regola non scritta del Paese ruotava intorno al Fattore K (come Kommunizm), e cioè l’interdizione al governo di forze che potessero mettere in discussione la sua lealtà al blocco occidentale e atlantico. La regola si affermò nella tarda stagione della Guerra Fredda, e anche allora si discuteva di democrazia bloccata, di sovranità limitata, di poteri forti ostili al cambiamento. Chi al contrario difendeva quella prassi, si appellava a ragioni analoghe a quelle udite in questi giorni per fermare la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia: le conseguenze gravi di un atto che gli alleati avrebbero percepito come ostile, la nostra dipendenza da patti ai quali non potevamo sottrarci senza pagare catastrofiche ritorsioni.

La differenza tra quell’antico Fattore K e il Fattore P (come populismi) dei giorni nostri è che allora tutte le parti in gioco – compreso il Pci, che da quel “bando” era colpito e danneggiato – ne riconoscevano in qualche modo la fondatezza e nella sostanza si adeguavano al contesto, cercando semmai di trarne vantaggio in altre direzioni. Oggi no. Per questo è fallita la paziente trattativa imbastita in quasi tre mesi di dialogo col Quirinale. Oggi la maggioranza Giallo-Verde appena costituita non intende né capire né uniformarsi. Anzi, al contrario, utilizza il tema della lealtà ai patti stipulati con l’Europa come argomento principe per contestare la legittimità dei poteri nazionali e internazionali che a essi fanno riferimento. E questa posizione non è appannaggio di una minoranza – come fu in passato per le proposte di fuoriuscita dalla Nato – ma ha un forte consenso popolare, che probabilmente crescerà (ce lo dicono i sondaggi) sull'onda di questa crisi.

C’è poi una seconda, sostanziale difformità da tener presente. Il Fattore K ebbe successo perché si affermò in anni di benessere e ottimismo, e fu visto dalla maggioranza come elemento di protezione di uno stato delle cose libero, soddisfacente, garantito, contro i rischi di indecifrabili derive totalitarie. Sarà difficile giustificare con gli stessi argomenti il Fattore P a un elettorato che da molto tempo non si sente né protetto né soddisfatto, anzi vede nella tutela dell’attuale stato delle cose il suo principale nemico.

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