Replica ponderata a tutte le ragioni del No

29 Novembre Nov 2016 1315 29 novembre 2016 29 Novembre 2016 - 13:15

Indice:

1) La riforma poteva essere migliore
2) Il Governo non poteva assumere l’iniziativa di riforma
3) Questo Parlamento era illegittimo e non poteva approvare la riforma
4) Era meglio un’assemblea costituente
5) Il meccanismo di revisione dell’art. 138 Cost. non è rispettato
6) Il meccanismo di revisione dell’art. 138 Cost. ammetterebbe comunque solo modifiche marginali
7) Si doveva procedere con più calma
8) Il quesito referendario doveva essere spacchettato
9) La riforma è passata a colpi di maggioranza e voti di fiducia
10) Il bicameralismo perfetto va bene com’è
11) Il bicameralismo perfetto ha consentito l’approvazione di leggi importanti nella storia repubblicana
12) Era meglio eliminare totalmente il Senato
13) L’impossibilità di sciogliere il Senato creerebbe un’impasse istituzionale
14) Il nuovo Senato non verrebbe scelto dai cittadini, ma dalla politica locale
15) Non ha alcun senso mettere i sindaci in Senato
16) Il Senato verrebbe relegato ad un ruolo marginale
17) Assurdo che i senatori non abbiano un’indennità di carica
18) Assurdo concedere l’immunità anche ai senatori che apparterranno ai livelli più corrotti di governo
19) Sindaci e consiglieri regionali non avranno tempo di fare anche i senatori
20) Il Trentino avrà più senatori grazie alle sue province autonome
21) Non serve maggiore stabilità di governo
22) La riforma mette un uomo solo al comando
23) La riforma, in combinato disposto con l’Italicum, minaccia la democrazia
24) La maggioranza dell’Italicum potrebbe eleggere da sola il Presidente della Repubblica
25) La maggioranza dell’Italicum potrebbe eleggere da sola la Corte Costituzionale
26) L’iter di approvazione di una legge diventa più complicato
27) La ripartizione di competenza fra Camera e Senato comporterà problemi di costituzionalità
28) Non ci serve fare leggi più velocemente, ne abbiamo già troppe
29) Lo statuto delle opposizioni è una farsa perché dovrà essere approvato dalla maggioranza
30) Nel rapporto con le Regioni la riforma è centralista
31) La clausola di supremazia minaccia il federalismo
32) Le Regioni speciali ne escono favorite
33) La semplice maggioranza potrà votare lo stato di guerra
34) La riforma eleva il numero di firme necessarie per presentare un disegno di legge di iniziativa popolare
35) La riforma aumenta il numero di firme necessarie per chiedere un referendum abrogativo
36) La riforma non introduce alcun nuovo istituto di democrazia diretta
37) E’ una riforma dei poteri forti

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Premessa

Il testo degli articoli che verrebbero riformati lo trovate qui, messo a raffronto con la Costituzione vigente.
Qui, invece, trovate in forma chiara e riassuntiva tutti i contenuti della riforma.

1) La riforma poteva essere migliore

Questa obiezione è un classico di ogni riforma. Mai come oggi, però, vale il proverbio per cui l’ottimo è nemico del bene. Sbaglia approccio chi pone a raffronto la riforma in discussione con un’altra ipotetica riforma ideale. La scelta di domenica è: o la riforma o l’architettura costituzionale attualmente vigente (bicameralismo perfetto, doppia fiducia, CNEL, etc.).

Di riforma della nostra architettura istituzionale si parla ormai da almeno trent’anni. La prima commissione per le riforme, presieduta da Aldo Bozzi, risale al 1983. La questione è diventata urgente. Non si tratta di votare il meno peggio, ma il meglio che ci viene proposto da molti anni a questa parte.

2) Il Governo non poteva assumere l’iniziativa di riforma

Non è vero. Il Governo è il primo titolare dell’iniziativa legislativa, senza limitazioni (cfr. art. 71 Cost.).

Fu, ad esempio, di iniziativa governativa la legge costituzionale n. 2/1963, che parificò la durata della legislatura del Senato a quella della Camera (prima sfasate), assestando il primo colpo al modello di bicameralismo voluto dai costituenti. Il 18 marzo 1999 fu il Presidente del Consiglio D’Alema, già Presidente della Commissione bicamerale, a presentare al Parlamento una nuova proposta di legge costituzionale (Atto Camera n. 5830) dal titolo: “Ordinamento federale della Repubblica”, che poi sfociò nella legge cost. 3/2001 che introdusse l’attuale versione del Titolo V. La legge cost. n. 1/2003, che introdusse la parità fra uomini e donne all’art. 51 Cost., fu approvata sulla base di un'iniziativa legislativa del Governo Berlusconi (Atto Camera n. 1583).

Pur ammettendo l’iniziativa governativa, qualcuno afferma che comunque l’esecutivo non potrebbe avanzare proposte così ampie. Si tratta, però, di un’opinione che non trova fondamento nel testo costituzionale.

Da rilevare, poi, che il Parlamento ha modificato non poco il disegno di legge originario Renzi-Boschi, facendone una cosa propria.

Infine, non è marginale ricordare che Renzi pose la riforma costituzionale fra gli scopi del suo Governo all’atto della richiesta della fiducia.

3) Questo Parlamento era illegittimo e non poteva approvare la riforma

La sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità del Porcellum ha chiarito che “Le elezioni che si sono svolte in applicazione delle norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime costituiscono con ogni evidenza un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti. Del pari, non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali. Rileva nella specie il principio fondamentale della continuità dello Stato, che non è un’astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali: di tutti gli organi costituzionali, a cominciare dal Parlamento. È pertanto fuori di ogni ragionevole dubbio che nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali: le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare”.

I detrattori della riforma, non soddisfatti, sostengono che l’attuale Parlamento avrebbe avuto soltanto poteri di ordinaria amministrazione e ritengono di ricavare tale conclusione dagli esempi che la Corte Costituzionale porta a sostegno del principio di continuità (la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti "finché non siano riunite le nuove Camere" e la riconvocazione delle Camere, " anche se sciolte", per la conversione in legge di decreti-legge adottati dal Governo). Per qualcuno tali esempi illustrerebbero le uniche prerogative concesse alle Camere. La Corte, però, non ha detto questo. Si tratta, quindi, di due esemplificazioni del principio di continuità, non di indicazioni tassative delle uniche possibili pregogative conseguenti alla caducazione del Porcellum.

Un'istituzione continua o non continua. Se la Corte ha detto che in nome di un principio supremo il Parlamento deve proseguire nelle sue funzioni, non ha senso cercare appigli per sostenere il contrario. Il principio della continuità dello Stato non può fare distinzioni. Se così fosse, una marea di altri atti compiuti dal Parlamento dovrebbe decadere, come, ad esempio, l'elezione di Mattarella, quella dei giudici costituzionali eletti un anno fa dopo 31 votazioni e la stessa adozione delle altre riforme approvate in questi anni. Se la sentenza avesse avuto queste conseguenze, la Corte lo avrebbe detto chiaramente.

Il punto è che le sentenze della Corte Costituzionale non intaccano i fatti ed i diritti acquisiti nel vigore della legge poi dichiarata incostituzionale. Chiara in questo senso la sent. 10/2015: "E' pacifico che l’efficacia delle sentenze di accoglimento non retroagisce fino al punto di travolgere le «situazioni giuridiche comunque divenute irrevocabili» ovvero i «rapporti esauriti». Diversamente ne risulterebbe compromessa la certezza dei rapporti giuridici (sentenze n. 49 del 1970, n. 26 del 1969, n. 58 del 1967 e n. 127 del 1966). Pertanto, il principio della retroattività «vale […] soltanto per i rapporti tuttora pendenti, con conseguente esclusione di quelli esauriti, i quali rimangono regolati dalla legge dichiarata invalida» (sentenza n. 139 del 1984, ripresa da ultimo dalla sentenza n. 1 del 2014)".

L'ultima elezione intervenuta con il Porcellum costituiva, purtroppo, un fatto acquisito al momento della pronuncia della sentenza, per cui continuare a ritenere il Parlamento illegittimo non ha senso.

Lo stesso Zagrebelsky, in tempi un po' meno sospetti, ha spiegato che la Corte Costituzionale ha "delegittimato" il Parlamento, togliendogli legittimazione morale, senza però annullarlo dal punto di vista giuridico.

4) Era meglio un’assemblea costituente

Questa è una visione paternalistica. Un’assemblea costituente nasce a seguito di stravolgimenti sociali molto forti. Al di fuori di questi casi è giusto che sia il Popolo attraverso i suoi rappresentanti a scrivere le riforme. Ogni riforma è specchio del suo tempo ed ogni Parlamento sarà sempre specchio della società che lo elegge. È giusto che sia la politica a fare le riforme. Non sarebbe affatto democratico che le facesse una commissione di tecnici costituita ad hoc.

5) Il meccanismo di revisione dell’art. 138 Cost. non è rispettato

Non è vero. L’art. 138 Cost. stabilisce che le riforme costituzionali debbano essere approvate dalla maggioranza dei 2/3 dei componenti di entrambe le Camere nel corso di due deliberazioni conformi da tenersi, per ciascun ramo del Parlamento, a distanza di almeno tre mesi. Nel caso in cui non si raggiunga tale maggioranza qualificata, potrà essere indetto un referendum confermativo, quale quello di domenica prossima.
Tale iter è stato pienamente rispettato. Altri furono i tentativi di revisione costituzionale che recavano in sé una deroga espressa a tale meccanismo, come il precedente tentativo patrocinato dal Governo Letta nel 2013 e non andato in porto.

6) Il meccanismo di revisione dell’art. 138 Cost. ammetterebbe comunque solo modifiche marginali

Anche questa è un’opinione che non trova fondamento nel testo costituzionale.

7) Si doveva procedere con più calma

L’iter della riforma è durato oltre due anni. Il disegno di legge del Governo è stato presentato l’8 aprile 2014 (S. 1429). Al termine di un esame parlamentare durato quattro mesi, il disegno di legge è stato approvato dal Senato, con modificazioni, nella seduta dell’8 agosto 2014. Il testo è stato quindi trasmesso alla Camera (C. 2613) che ne ha avviato l’esame nel mese di settembre 2014 e lo ha approvato, con modificazioni, il 10 marzo 2015. Il testo, nuovamente emendato dal Senato, è stato approvato da tale ramo del Parlamento - in prima deliberazione - il 13 ottobre 2015, con 178 voti favorevoli, 17 voti contrari, 7 astenuti (202 votanti). Nella seduta dell’11 gennaio 2016 la Camera ha approvato in prima deliberazione, senza modificazioni, il testo già approvato dal Senato con 367 voti favorevoli, 194 voti contrari e 5 astenuti (561 votanti). Il Senato ha quindi approvato, in seconda deliberazione, il 20 gennaio 2016, il testo già approvato in prima deliberazione dalla Camera, con 180 voti favorevoli; 112 voti contrari; 1 astenuto. In seconda deliberazione la Camera ha approvato il testo, nella seduta del 12 aprile 2016, con 361 voti favorevoli, 7 voti contrari, 2 astenuti.
Nel complesso si contano quasi seimila votazioni e l’approvazione di oltre cento emendamenti.

8) Il quesito referendario doveva essere spacchettato

Anche questa tesi si è rivelata senza fondamento. Il referendum di domenica, invero, costituisce un atto di ratifica di un intervento parlamentare. E tale intervento non può che essere ratificato così come è stato deliberato dalle camere. Se si ammettesse uno spacchettamento si configurerebbe una lesione delle prerogative parlamentari ad opera della magistratura, chiamata a scindere il quesito in più parti. E si legittimerebbe il Popolo come legislatore al di sopra ed oltre la deliberazione del Parlamento, il che non è ammissibile nel nostro ordinamento.

9) La riforma è passata a colpi di maggioranza e voti di fiducia

Sino alla votazione in prima lettura alla Camera il testo è stato condiviso da una maggioranza piuttosto ampia (presenti 489, votanti 482, astenuti 7, maggioranza 242, favorevoli 357, contrari 125). Come sappiamo, tale maggioranza si è poi ridotta per motivi di lotta politica che vanno al di là del merito della riforma.

Una riforma costituzionale è comunque un atto di maggioranza. Non vedo come potrebbe esser diversamente in democrazia. Nessun voto di fiducia, invece, è stato posto sulla riforma costituzionale.

10) Il bicameralismo perfetto va bene com’è

Questa obiezione non è molto diffusa, ma c’è chi l’ha sollevata. Il bicameralismo perfetto, ossia l’architettura costituzionale per cui vi sono due Camere che fanno le stesse cose e che danno entrambe la fiducia al Governo, sarebbe per molti una irrinunciabile forma di garanzia.

Ormai pressoché tutti concordano, però, nel ritenere che tale architettura vada superata.

Il suo più grande inconveniente è che costringe il Governo a mantenere il rapporto di fiducia con due Camere elette su basi diverse, il che spesso dà origine ad equilibri diversi, se non a maggioranze diverse (oggi la Camera dei deputati è eletta su base nazionale da chi ha compiuto 18 anni, il Senato è invece eletto su base regionale da chi ha compiuto 25 anni). Il che è paradossale, perché è come dover rispondere a due Paesi differenti.

Il punto è che ci sarà sempre un trade-off fra rappresentanza e governabilità. Ma nella nostra storia parlamentare questo scarto è sempre andato a scapito della governabilità. L’esperienza unica di 63 Governi in 70 anni dice tutto. Come è possibile dare una direzione al Paese con un orizzonte temporale medio di poco più di un anno? Nel nostro Paese il Governo è stato troppo spesso ostaggio del Parlamento e dei giochi dei partiti. Ciò ha reso necessario un continuo compromesso che ha rallentato l'azione riformatrice e contribuito ad aumentare la spesa ed il debito pubblico.

Eloquente l’onorevole Egidio Tosato all’Assemblea Costituente: “La premessa da cui siamo partiti è un Parlamento bicamerale con due Camere in posizione di eguaglianza. Il ragionamento che abbiamo fatto è molto semplice: noi istituiamo un Governo parlamentare, siamo tutti consci dei gravissimi inconvenienti del Governo parlamentare in Italia, derivanti dalla pluralità dei partiti, dalla necessità dei Governi di coalizione, dalla mancanza di omogeneità e quindi dalla intrinseca, permanente instabilità dei Governi. Ed allora possiamo permetterci il lusso di rendere il Governo responsabile di fronte all'una e all'altra Camera? Cioè, di avere la possibilità di crisi continue di Governo per eventuale disaccordo tra l'una e l'altra Camera?" (l’onorevole suggeriva che la fiducia fosse concessa e revocata dalle due camere riunite).

Tenete presente, infine, che deliberando la riforma gli attuali senatori hanno firmato il loro pensionamento aniticipato. Non so se in futuro potremo contare ancora su un gesto del genere.

11) Il bicameralismo perfetto ha consentito l’approvazione di leggi importanti nella storia repubblicana

Vero, ma non ha impedito l’approvazione di leggi incostituzionali come il Porcellum, il Lodo Schifani, quella sulla Robin Tax, la legge 40 sulla fecondazione assistita ed una marea di altre leggi.

12) Era meglio eliminare totalmente il Senato

Qualcuno ritiene che fosse meglio eliminare totalmente il Senato. Se ci si fosse spinti a tal punto la levata di scudi sarebbe stata però ancor più forte.

Il monocameralismo era un’opzione molto cara al Partito Comunista, perché si tratta di un’opzione totalizzante e centralista. Se però vogliamo mantenere un regime di decentramento è necessario che le autonomie locali trovino una qualche espressione all’interno del Parlamento.

Se poi è vero che nel mondo i paesi monocamerali sono più di quelli bicamerali, tuttavia tutti i Paesi del G8 (oggi G7, a seguito della sospensione della Russia) sono bicamerali, 15 Paesi del G20 sono bicamerali e 4 miliardi di persone sono rappresentate oggi da sistemi bicamerali.

13) L’impossibilità di sciogliere il Senato creerebbe un’impasse istituzionale

Nella Costituzione vigente l'art. 88 concede al Presidente della Repubblica la facoltà di “sciogliere le Camere o anche una sola di esse”. Per i sostenitori del No il fatto che questo potere possa essere esercitato solo nei confronti della Camera e non più del Senato, potrebbe creare un’impasse istituzionale qualora, nelle materie di legislazione bicamerale, il Senato si opponesse alla proposta di legge della Camera.

Il problema, però, non sussiste, perché gli effetti che si conseguirebbero a Costituzione vigente attraverso lo scioglimento di una od entrambe le Camere, si conseguirebbero comunque con la riforma attarverso lo scioglimento della sola Camera dei deputati.

Questa obiezione dei sostenitori del No, in realtà, evidenzia il ruolo di garanzia che manterrà con la riforma il Senato, che avrà quindi la possibilità di opporre un veto assoluto rispetto alle proposte di legge bicamerale avanzate dalla maggioranza politica formatasi alla Camera.

14) Il nuovo Senato non verrebbe scelto dai cittadini, ma dalla politica locale

La riforma prevede che il nuovo Senato sia composto di 95 senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali, eletti dai Consigli regionali o delle Province autono­me, in conformità alle scelte degli elettori (nuovo art. 57 Cost.). I 315 senatori di nomina popolare previ­sti dal testo costituzionale vigente andrebbero quindi in pensione. Ai 95 nuovi senatori se ne aggiungerebbero poi 5 di nomina presidenziale.

La novità prende spunto dalle camere alte di Austria e Germania. I membri del Bundesrat austriaco sono eletti dalle assemblee legislative (Diete) dei singoli Länder in proporzione alla distribuzione dei partiti politici in ciascuna Dieta, mentre l'articolo 51 della Legge fondamentale tedesca prevede che il Bundesrat sia composto da membri dei governi dei Länder, che li nominano e li revocano.

Nella relazione di accompagnamento all’originario disegno di legge di riforma del Governo sono illu­strate le motivazioni alla base della scelta di non prevedere l’elezione popolare diretta, che “inevitabilmente, potrebbe trascinare con sé il rischio che i senatori si facciano portatori di istanze legate più alle forze politiche che alle istituzioni di apparte­nenza, ovvero di esigenze particolari circoscritte esclusivamente al proprio territorio, e che la loro legittimazione diretta da parte dei cittadini possa, inoltre, indurli a voler incidere sulle scelte di indirizzo politico che coinvolgono il rapporto fiduciario, riservate in via esclu­siva alla Camera dei deputati, in tal modo contraddicendo le linee portanti cui è ispirato il disegno di legge”.

In sostanza, l'intento è quello di ridurre l'intermediazione dei partiti (che sarebbe pesantemente presente in caso di investitura popolare diretta dei nuovi senatori), privilegiando quella delle istituzioni. Per questo di solito affermo che si tratta di scelta contro la partitocrazia. Per il resto, spero si sia tutti d'accordo sul fatto che partiti ed istituzioni rimangono due cose diverse.

Per i detrattori della riforma tale scelta lede la sovranità popolare, poiché solo il Popolo potrebbe scegliere i propri rappresentanti, ad ogni livello.

In realtà il problema non sussiste, perché con la riforma i rappresentanti della sovranità popolare siederebbero alla Camera, mentre al Senato siederebbero i rappresentanti delle autonomie locali.

Già all’Assemblea Costituente vi fu chi, come l’onorevole Zuccarini, auspicò una simile soluzione, proponendo che i rappresentanti della seconda Camera venissero “eletti non con elezioni di primo, bensì di secondo grado attraverso i Comuni o le stesse Assemblee regionali”.

Se si vuole che i senatori rappresentino le autonomie locali è corretto che siano scelti da queste ultime. Se i senatori fossero scelti dal Popolo si potrebbe avere infatti il paradosso di un rappresentante in contrasto con le politiche delle autonomie locali a cui dovrebbe dare voce.

15) Non ha alcun senso mettere i sindaci in Senato

Una soluzione forse più efficiente sarebbe stata quella di rendere i governatori delle Regioni senatori di diritto. In realtà, proprio perché il PD oggi governa in ben 17 regioni, tale soluzione è stata scartata a priori.

Il coinvolgimento dei sindaci appare in ogni caso rispettoso di un livello di amministrazione che in Italia ha radici ben più profonde delle stesse Regioni.

16) Il Senato verrebbe relegato ad un ruolo marginale

Per qualcuno il nuovo Senato verrebbe relegato ad un ruolo marginale e ciò farebbe venir meno una garanzia importante. In realtà, quando il 28 ottobre 1922 il fascismo si impadronì del potere, non vi era una camera unica in Italia, ma ve n'erano due, di cui una di nomina regia.

Ad ogni modo, il nuovo Senato manterrebbe competenza piena per leggi costituzionali, inciderebbe su tutta la legislazione ordinaria, svolgerebbe un ruolo di controllo sulle politiche pubbliche, potrebbe condurre indagini e concorrerebbe nel recepimento del diritto UE.

17) Assurdo che i senatori non abbiano un’indennità di carica

Essi eserciterebbero una funzione di rappresentanza territoriale per la quale possono dirsi già remunerati nell’ambito della loro attività istituzionale tipica.

18) Assurdo concedere l’immunità anche ai senatori che apparterranno ai livelli più corrotti di governo

Argomentazione piuttosto populista e demagogica. Nelle amministrazioni locali è impiegato un maggior numero di politici rispetto ai 945 che oggi siedono in Parlamento e, sempre nelle amministrazioni locali, si concentra il maggior potere di spesa, per cui mi sembra normale che statisticamente i livelli amministrativi locali siano maggiormente coinvolti da fenomeni corruttivi. A vederla così i sostenitori del No non s'accorgono di portare argomenti utili ad una visione maggiormente centralistica, visione che sotto altri aspetti invece avversano. In ogni caso, c'è poco da fare, l’immunità, associata all’assenza di vincolo di mandato, è garanzia di indipendenza.

19) Sindaci e consiglieri regionali non avranno tempo di fare anche i senatori

Se i nuovi senatori dovranno rappresentare gli enti locali, che essi siano sindaci e consiglieri regionali con incombenze ulteriori non nuocerà certo alla carica. Anzi. Che facciano i sindaci od i consiglieri regionali rende più genuina la stessa carica di senatori.

Così finirà la presa in giro dei senatori attuali, che rappresentano gli enti locali solo sulla carta ed in realtà costituiscono un inutile duplicato dei deputati della Camera , da cui si differenziano soltanto per il fatto di essere eletti con una legge diversa.

Chi, del resto, è più addentro alle questioni delle autonomie se non gli amministratori locali?

Quanto al tempo a disposizione, pensate che nel mio Comune (che non è un piccolo comune), l’ormai ex sindaco Massimo Bitonci un giorno alla settimana tornava al suo paese a fare il commercialista.

Ovvio, per il resto, che il Senato non sarà un organo in seduta permanente come la Camera e che comunque i senatori potranno contare su un apparto tecnico e burocratico figlio diretto dell'attuale configurazione della seconda camera.

Considerate, infine, che lo stesso Bundesrat tedesco si riunisce ogni tre settimane, non tutti i giorni.

20) Il Trentino avrà più senatori grazie alle sue province autonome

L'autonomia del Trentino Alto Adige è più speciale delle altre, perché alla sua base vi è il trattato internazionale De Gasperi-Gruber.

21) Non serve maggiore stabilità di governo

Ci serve eccome. 63 governi in 70 anni dicono tutto, perché significano compromesso, spartizione, lottizzazione, sperpero, spesa, debito pubblico, campagna elettorale perenne e nessuna progettabilità per il futuro. La doppia fiducia ha ad esempio fatto cadere il secondo governo Prodi, che ottenne la fiducia al Senato il 19 maggio 2006 con 165 voti favorevoli e 155 contrari, per poi perderla nella stessa camera il 24 gennaio 2008 con 156 voti favorevoli, 161 contrari e 1 astenuto. In assenza di vincolo di mandato può bastare un anno e mezzo per perdere il margine di voti necessario ad andare avanti. Ciò soprattutto nell'attuale Senato, i cui membri sono la metà di quelli della Camera e, quindi, determinano sempre un margine inferiore per la maggioranza. Prodi cadde. Altri, magari, sarebbero stati disposti a concessioni notevoli pur di andare avanti. In ogni caso, addio programma di governo.

Bisogna quindi intendersi, perchè il dato di 63 governi in 70 anni sta a significare che la nostra Repubblica non è caratterizata da una forma di governo parlamentare, bensì di governo del Parlamento. In questo articolo trovate un riassunto efficace di tutte le crisi di governo italiane dal 1946 ad oggi. Abbiamo avuto una crisi persino durante i lavori dell'Assemblea costituente. Questa non è democrazia, ma sdemocrazia.

Tenete presente, poi, che ferma la suddivisione (sempre sacrosanta) dei poteri, il Parlamento è comunque chiamato a dare esecuzione al programma dell'esecutivo. Se partiamo da questa premessa, una prova della inadeguatezza della Costituzione attuale la si rinviene nell'enorme ricorso ai decreti di urgenza da parte degli ultimi governi, senza distinzione di colore politico. Tali decreti costituiscono, infatti, un modo per l'esecutivo di ottenere più in fretta leggi di propria iniziativa. Anche al di là dei limiti d'urgenza.

Allora si rispetti la Costituzione che c'è, direte voi. Non è più sufficiente, purtroppo, perché l'ampio ricorso a tali decreti dimostra che il sistema di cooperazione internazionale in cui è inserita l'Italia richiede una maggiore incisività legislativa rispetto agli indirizzi di governo. Non c'è altro da fare, pena l'isolamento internazionale.

In altre parole, la nostra architettura costituzionale sta già cambiando ed è continuamente costretta ad adattamenti forzati. La riforma mira a riflettere tali cambiamenti ed a ricondurli nei corretti alvei istituzionali con due semplici accorgimenti: la costituzionalizzazione di limiti precisi alla decretazione d'urgenza con il nuovo art. 77 (limiti attualmente previsti solo a livello di legislazione ordinaria) e l'inserimento del nuovo istituto del voto a "data certa" per le proposte di legge ordinaria dell'esecutivo.

Gli stessi “sovranisti” che oggi inneggiano al No dovrebbero auspicare maggiore stabilità di governo, poiché un esecutivo debole espone il Paese ad una maggiore influenza rispetto al “vincolo esterno” che deriva dalla partecipazione a sistemi di cooperazione internazionale, a cominciare dalla UE.

Avere governi in grado di durare un’intera legislatura è ormai divenuto fondamentale per l'Italia. Senza stabilità è impossibile fare piani di lungo corso. L'Italia non li ha mai fatti perché ogni governo subiva il ricatto di nuove elezioni dietro l'angolo. Ciò, inoltre, ha consentito ogni volta al governo di turno di trovare alibi facili: non avevo i numeri per fare le cose, Bossi mi ha mollato, Bertinotti mi ha mollato.

La stessa sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità del Porcellum ha precisato che “garantire la stabilità del governo e rendere più rapido il processo decisionale, costituiscono senz’altro un obiettivo costituzionalmente legittimo”.

22) La riforma mette un uomo solo al comando

Non è vero. La riforma non incide in alcuna maniera sul ruolo del Governo. A differenza della riforma del 2006 tentata dal centrodestra, che mirava a introdurre la nuova figura del "premierato forte" (con tanto di potere del Presidente di Consiglio di sciogliere le Camere), la riforma attuale non cambia nulla rispetto al ruolo ed alle competenze del Governo. Non viene nemmeno introdotta la facoltà per il Premier di nominarsi e revocarsi i ministri in autonomia.

I sostenitori del No affermano, però, che qualora la legge elettorale desse una maggioranza sicura al Presidente del Consiglio, si introdurrebbe comunque una qualche forma di premierato. Non vedo come.

A prescindere dal fatto che la legge elettorale è ancora tutta da capire, come vedremo fra poco, la riforma adotta l’unica strada possibile in Italia per rafforzare la stabilità dell’esecutivo. In Italia non è possibile, infatti, intervenire strutturalmente in Costituzione sul ruolo del governo e del premier, perché la ferita del fascismo non è ancora rimarginata. L’unica operazione possibile è allora quella di rafforzare l’esecutivo stabilizzandone la base parlamentare. Checché se ne dica si tratta di un’operazione molto onesta e democratica. Il minimo sindacale se non si vogliono avere 63 governi in 70 anni.

23) La riforma, in combinato disposto con l’Italicum, minaccia la democrazia

Anzitutto ricordiamoci che l’Italicum molto probabilmente verrà modificato. Renzi lo deve a Cuperlo.

Ma anche considerando l’Italicum così come è oggi, come facciamo a definire dittatoriale una legge solo perché dà una maggioranza sicura, tra l'altro sempre e comunque entro una soglia di seggi predeterminata (ossia 340 su 630 e mai di più)? Se cioè il Renzi di turno avesse l’80% dei consensi nel Paese, sempre e solo 340 seggi potrebbe prendere. Pertanto si tratta dell’esatto contrario, ossia di una legge anti dittatura.

Una legge come l'Italicum avrebbe poi il pregio di non permettere annacquamenti di responsabilità ed alibi. In questo agevolerebbe le opposizioni e l'opinione pubblica, perché sarebbe più facile attribuire le colpe per le cose non fatte.

Preferiamo forse un sistema in grado di sfiduciare il governo ogni due anni? Un sistema in cui i governi siano così instabili da sentirsi in campagna elettorale perenne e quindi spendere e spandere a soli fini elettorali?

Fate attenzione perché a pensarla così si fa un favore alla partitocrazia.

Considerate anche che non esistono sistemi elettorali perfetti e che in molti paesi occidentali i voti della migliore minoranza (ossia i voti di maggioranza relativa) vengono tradotti in maggioranza assoluta.

Negli Stati Uniti Hillary Clinton ha ottenuto la maggioranza del voto popolare, ma ha vinto Trump. In Canada nel 2011 i Conservatori e nel 2015 i Liberali hanno ottenuto il 54% dei seggi con il 39,5% dei voti. Nel 2005 in UK il Labour di Tony Blair ottenne la maggioranza del 55,2% dei seggi con il 35,2% dei voti. Nel 2002, in Francia, l’UMP di Jean-Pierre Raffarin ottenne il 63% dei seggi con il 33% dei voti. L'Ulivo nel 1996 ottenne il 51,10% dei seggi alla Camera con il 43% del voto popolare, mentre nel 2001 la Casa delle Libertà alla Camera ottenne il 58,4% dei seggi con il 49% del voto popolare. In Danimarca alle elezioni del 2015, nonostante i Socialdemocratici si siano confermati primo partito, l'esito delle elezioni ha visto la vittoria dello schieramento di centro destra e governa il leader dei Liberali che hanno preso il 19,5% del voto popolare.

24) La maggioranza dell’Italicum potrebbe eleggere da sola il Presidente della Repubblica

Mai se le opposizioni vanno in aula e fanno il loro lavoro. Fino alla quarta votazione la riforma lascia tutto invariato: sarà necessaria la maggioranza dei 2/3 dell'assemblea. Dal quarto scrutinio servirà la maggioranza dei 3/5 dell'assemblea, mentre solo dal settimo (settimo) quella dei 3/5 dei presenti al voto.
Rispetto ad un'assemblea di 730 (la camera più i 100 nuovi senatori) 3/5 significa 438 deputati. Se le opposizioni continuano ad andare in aula (ed è il loro lavoro), la maggioranza di 340 dell'Italicum non basterà nemmeno dopo il settimo scrutinio. Quanto ai 100 senatori, la legge elettorale del Senato andrebbe scritta soltanto in un secondo momento, ma non si tratterà, ovviamente, di una legge che assegna tutti i 100 i senatori allo stesso schieramento politico.

Comunque sette scrutini sono tanti. Sono giorni e giorni di blocco dell'attività istituzionale. Nella storia repubblicana sono serviti ad esempio 23 scrutini per eleggere Giovanni Leone nel 1971 con votazioni protrattasi per ben 23 giorni.

Considerate ad esempio che il Presidente Federale tedesco, se non ottiene la maggioranza assoluta dell’assemblea nei primi due scrutini, viene eletto a maggioranza semplice dei presenti già dal terzo (art. 54 comma 6 Legge fondamentale tedesca).

25) La maggioranza dell’Italicum potrebbe eleggere da sola la Corte Costituzionale

Nulla cambia rispetto alle modalità di elezione della Corte Costituzionale, se non che i 5 membri (su 15) prima eletti dal Parlamento in seduta comune con la riforma verrebbero eletti dalla Camera (3 membri) e dal Senato (2 membri).

La maggioranza necessaria all’elezione continuerebbe invece ad essere quella dei 2/3 dell’assemblea (e non dei votanti) prevista dalla legge costituzionale n. 2/1967.

26) L’iter di approvazione di una legge diventa più complicato

E’ naturale che il procedimento introdotto dal nuovo art. 70 Cost. sia più articolato, perché le camere con la riforma farebbero cose diverse. Il nuovo iter sarebbe quindi differenziato in base alla diversa partecipazione del Senato alla funzione legislativa rispetto alla tipologia di legge da approvare. La legge fondamentale tedesca contiene una disposizione analoga all'art. 77, che articola il procedimento sulla base delle leggi che necessitano o meno dell'approvazione del Bundesrat.

Anche oggi, del resto, il processo legislativo ha delle varianti. Leggete qui l’iter legislativo attuale e vi risulterà molto meno semplice di quel che risulta scritto in Costituzione.

27) La ripartizione di competenza fra Camera e Senato comporterà problemi di costituzionalità

Per qualcuno la partecipazione differenziata del Senato al procedimento legisaltivo in base al tipo di legge comporterebbe nuovi problemi di incostituzionalità e potrebbe dare luogo a nuovi conflitti. In realtà, nel nuovo art. 70 Cost. non si tratta di “materie”, ma di “tipi” di legge. Non si tratta di una suddivisione di competenze per materie come quella dell’art. 117 Cost., che ha dato origine a numerosi contenziosi fra Stato e Regioni. In questo caso la legge deve nascere nominalmente tipizzata. Non si dice, in altre parole, che il Parlamento legifera in maniera bicamerale su determinate materie, ma che determinate leggi tipiche devono essere bicamerali. In altri termini ancora, si riduce il rischio di poter ritenere “invasioni di materia” come avviene oggi per l’art. 117 Cost. nelle competenze condivise fra Stato e Regioni.

Infine, per qualcuno il fatto di aver dettagliato nella norma costituzionale alcuni passaggi procedimentali esporrebbe le nuove leggi a giudizio di incostituzionalità in caso di mancato rispetto puntuale del nuovo iter. In realtà, i passaggi procedimentali inseriti in Costituzione dalla riforma non sono così complessi da comportare tale rischio e comunque la nuova istituzione della conferenza dei Presidenti delle due camere, chiamati a dirimere, d’intesa tra loro, le eventuali questio­ni di competenza sorte nell’iter di formazione delle leggi (nuovo comma 6 dell'art. 70), appare tale da relegare ad un livello regolamentare la soluzione dei conflitti e sottrarre, quindi, al giudizio della Corte Costituzionale molte irregolarità procedurali (c.d. autodichia delle Camere).

28) Non ci serve fare leggi più velocemente, ne abbiamo già troppe

Vero. Non penso che il pregio principale dell’eliminazione del bicameralismo sia quello di accelerare il processo legislativo. Tenete conto, però, che in un sistema in cui le due camere devono approvare esattamente il medesimo testo (come il sistema vigente), basta un emendamento per dover rimettere in moto l’intero iter.

Tenete altresì conto che in Italia abbiamo troppe leggi, ma che le leggi non muoiono da sole, bensì per effetto di altre leggi di abrogazione, coordinamento, razionalizzazione ed accorpamento.

29) Lo statuto delle opposizioni è una farsa perché dovrà essere approvato dalla maggioranza

La riforma ha il pregio di introdurre espressamente uno statuo delle opposizioni, da disciplinare con regolamento parlamentare. Il fatto che i regolamenti parlamentari siano adottati a maggioranza (tanto oggi quanto con la riforma) non riduce la portata della novella costituzionale, perché già oggi questi regolamenti disciplinano molti istituti a tutela delle minoranze, ma lo fanno in assenza di copertura costituzionale. E poi ogni maggioranza assennata e prudente adotterà una regolamento ipotizzandosi minoranza nella successiva legislatura.

30) Nel rapporto con le Regioni la riforma è centralista

Modificando l’art. 117 Cost. la riforma supera il riparto di competenze fra Stato e Regioni introdotto dalla revisione costituzionale del 2001. Attualmente, oltre a materie di competenza esclusiva statale e regionale, vi sono una serie di materie oggetto di legislazione concorrente (art. 117, comma 3 Cost.).

Nelle materie di competenza concorrente lo Stato detta i principi fondamentali, mentre le Regioni devono darvi attuazione.

Ciò crea una conflittualità molto rilevante davanti alla Corte Costituzionale (chiamata a pronunciarsi ai sensi dell’art. 134 Cost.). Da una parte lo Stato che ritiene violati i principi fondamentali e dall’altra le Regioni che ritengono violate le proprie prerogative.

Del resto, una condivisione di competenza per la stessa materia non può che prestarsi a questo.

La questione è poi complicata dagli interventi della giurisprudenza costituzionale, la quale ritiene che la nozione di “principio fondamentale” “non possa avere caratteri di rigidità e di universalità, perché le materie hanno di­versi livelli di definizione che possono mutare nel tempo” (sentenza n. 50/2005). Il conflitto, si potrebbe dire, è immanente al sistema così come concepito dalla riforma del Titolo V del 2001.

Stando ad un rapporto recente della Corte Costituzionale, tale conflittualità è stata caratterizzata soprattutto da “l’accumularsi di numerose impugnative regionali e provinciali avverso le ricorrenti e complesse manovre di finanza pubblica tese a fronteggiare l’attuale stato di crisi economica”.

La Corte Costituzionale è eloquente rispetto all’anomalia derivante da tale ripartizione di materie: “In generale, l’innegabile crescita quantitativa del giudizio in via d’azione (ossia quello di impugnazione diretta di un atto governativo o regionale, n.d.r.), che è persino arrivato a sopravanzare le altre tipologie di processo costituzionale, ivi compreso il giudizio incidentale che aveva tradizionalmente rappresentato la fetta più cospicua del contenzioso costituzionale, rappresenta una novità assoluta. L’esplosione della conflittualità tra Stato, Regioni e Province autonome all’indomani della riforma del Titolo V ha, dunque, finito per determinare un cambiamento nella composizione quantitativa della produzione giurisprudenziale della Corte”.

Stando ancora allo stesso rapporto, le Regioni e le Province autonome hanno costantemente indirizzato i propri ricorsi nei confronti delle leggi finanziarie e di stabilità annualmente adottate dallo Stato e con cui il legislatore nazionale ha cercato di fronteggiare la perdurante crisi economico-finanziaria. Le impugnative regionali e provinciali sono state altresì sollecitate da talune riforme di grande impatto sull’intero sistema delle autonomie territoriali, in materia di energia, di finanza e funzionamento degli enti territoriali, di attuazione del principio del pareggio di bilancio e di attuazione del federalismo fiscale.

Si consideri anche che se è vero che il debito pubblico degli enti locali è di gran lunga inferiore a quello generato dalle amministrazioni centrali, è altresì vero che le amministrazioni locali gestiscono oltre il 50% della spesa pubblica.

Sempre stando al rapporto sopra menzionato, “sporadici sono risultati i casi in cui la Corte ha imputato allo Stato la lesione di competenze legislative residuali, concorrenti e primarie di Regioni e Province autonome”.

Tutto ciò in un quadro in cui, dati al 2014, si aggira attorno ai 60 miliardi il costo delle grandi opere infrastrutturali bloccate.

Nel 2013 i ricorsi per conflitto di attribuzioni sono stati la media di uno ogni tre giorni.

La riforma mira ad arginare tale conflittualità eliminando la legislazione concorrente e ridisegnando le competenze fra Stato e Regioni.

Nel far questo vengono riportare alla competenza esclusiva dello Stato materie come infrastrutture strategiche, porti, aeroporti e grandi reti di trasporto e navigazione, produzione e trasporto di energia, casse di risparmio e banche di rilievo regionale, ordinamento generale delle comunicazioni, commercio con l’estero, disposizioni generali in materia di istruzione e salute.

Considerate che oggi in Italia stanno crescendo pericolosamente le diseguaglianze nei trattamenti offerti dai diversi servizi sanitari regionali. Sono d’accordo che le regioni più virtuose, a cominciare dalla gestione della sanità, debbano essere premiate, ma non possiamo nemmeno lasciare che l’aspettativa di vita si riduca in altre aree del Paese.

Quanto all’istruzione, considerate che nella mia Regione stanno discutendo se introdurre il dialetto veneto a scuola. In Europa i bambini parlano l’inglese, i nostri sapranno il veneto. Questo non è federalismo. E’ follia.

Infine, tenete presente che la riforma è molto orientata dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, che ha esteso nel tempo la portata interpretativa del termine “principio fondamentale”, ampliando in tal modo la competenza statale nell’ambito della legislazione concorrente.

Da ultimo, mi pare ancora molto chiara ed onesta la relazione governativa che accompagnava il disegno di legge originario: “Negli ultimi anni il sistema istituzionale si è dovuto confrontare con potenti e repentine trasformazioni, che hanno prodotto rilevanti effetti sui rapporti tra Governo, Parlamento e Autonomie territoriali – incidendo indirettamente sulla stessa forma di Stato e di Governo – senza tuttavia che siano stati adottati interventi diretti a ricondurre in modo organico tali trasformazioni entro un rinnovato assetto costituzionale. Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono di-scesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale” hanno reso urgente un intervento di riforma come quello in discussione.

“In mancanza del necessario processo di adeguamento costituzionale - prosegue la relazione - il sistema istituzionale è stato indotto ad adattamenti spontanei caratterizzati da risposte, spesso di carattere emergenziale, che si sono rivelate talora anomale e contraddittorie e che non hanno in definitiva rimosso alla radice i problemi che abbiamo dinanzi. La cronica debolezza degli esecutivi nell’attuazione del programma di governo, la lentezza e la farraginosità dei procedimenti legislativi, il ricorso eccessivo – per numero e per eterogeneità dei contenuti – alla decretazione d’urgenza e l’emergere della prassi della questione di fiducia su maxiemendamenti, l’alterazione della gerarchia delle fonti del diritto e la crescente entropia normativa, le difficoltà di attuazione di una legislazione alluvionale e troppo spesso instabile e confusa, l’elevata conflittualità tra i diversi livelli di governo” rendono necessario un intervento di riforma come quello proposto.

31) La clausola di supremazia minaccia il federalismo

La riforma introduce all’art. 117 Cost. comma 4 una “clausola di supremazia”, per effetto della quale “Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in ma­terie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’inte­resse nazionale.”

Per alcuni tale clausola intaccherebbe ulteriormente la sfera di autonomia delle Regioni.

In realtà, la giurisprudenza costituzionale ha sempre ritenuto che lo Stato avesse una posizione peculiare per tutelare l’unità giuridica ed economica dell’intero ordinamento e ciò anche dopo la riforma del 2001 che introdusse la competenza concorrente.

La sentenza della Corte Costituzionale n. 303/2003 si spinse a ritenere che “limitare l’attività unificante dello Stato alle sole materie espressamente attribuitegli in potestà esclusiva o alla determinazione dei principî nelle materie di potestà concorrente vorrebbe anche dire svalutare oltremisura istanze unitarie che pure in assetti costituzionali fortemente pervasi da pluralismo istituzionale giustificano, a determinate condizioni, una deroga alla normale ripartizione di competenze. Anche nel nostro sistema costituzionale sono presenti congegni volti a rendere più flessibile un disegno che, in ambiti nei quali coesistono, intrecciate, attribuzioni e funzioni diverse, rischierebbe di vanificare, per l’ampia articolazione delle com­petenze, istanze di unificazione presenti nei più svariati contesti di vita, le quali, sul piano dei principi giuridici, trovano sostegno nella proclamazione di unità e indivisibilità della Repubblica”. Su queste basi, la Corte costituzionale ha elaborato il principio della cd. “attrazione in sussidiarietà”, che consente alla stato di intervenire, in presenza di determinati presupposti e con alcune li­mitazioni, con una disciplina di dettaglio anche in materie non riservate alla sua competenza esclusiva, facendo quindi prevalere la volontà statale.

Si aggiunga che la clausola di supremazia non costituirebbe un atto del Governo, ma dovrebbe essere deliberata dal Parlamento con la partecipazione del Senato.

Le clausole di supremazia o di omogeneità che dir si vogliano sono del resto tipiche degli ordinamenti federali. Nella Costituzione degli USA la clausola di supremazia è inserita all'articolo VI rispetto alle singole leggi degli stati federati.

Infine, mi sembrano valere ancora oggi le parole di Emilio Lussu all’assemblea costituente: “Ritengo l'autonomia regionale una necessità imprescindibile per il Paese. Soltanto con un ordinamento autonomo regionale sarà possibile abbattere il prepotere della burocrazia centralizzata e richiamare le energie della periferia ad una maggiore partecipazione alla vita dello Stato. L'Ente regionale costituirà uno dei mezzi più idonei per dare al Mezzogiorno, che finora è rimasto quasi assente dalla vita italiana, un maggior senso di responsabilità e di iniziativa. Non possiamo nasconderci, però, il pericolo che l'Ente regione possa, non già disgregare (il che gli sembra impossibile, malgrado qualche esempio in contrario) ma sminuire quella unità nazionale che è l'essenza della nostra rinascita. Ritiene quindi che la seconda Camera, concepita come espressione dell'Ente regione, sia veramente necessaria come integrazione dell'autonomia regionale, come superamento del particolare per giungere al generale, all'unitario”.

32) Le Regioni speciali ne escono favorite

Realisticamente, nessuna riforma sarebbe mai stata approvata se si fosse tolto il regime di specialità alle regioni autonome. Si tratta di una battaglia da condurre necessariamente in un altro momento, con il favore della popolazione di tutte le altre Regioni.

Rispetto al disegno di legge originario le Regioni Speciali hanno ottenuto in Parlamento una garanzia importante, quella di subordinare ad un’intesa l’aggiornamento dei nuovi statuti alla riforma.

Vittoria non da poco, perché tali statuti sarebbero stati altrimenti rivisti in autonomia con legge statale (di rango costituzionale).

Ad ogni modo, a fronte di questa vittoria le Regioni Speciali si stanno già impegnando a velocizzare l’iter di revisione dei rispettivi statuti attraverso un progetto unitario.

Ed a riforma approvata sarà politicamente più difficile per le Regioni Speciali opporsi ad intese con il Governo, a meno di non voler essere lasciate indietro.

33) La semplice maggioranza potrà votare lo stato di guerra

In realtà, al momento a deliberare lo stato di guerra basta la maggioranza semplice dei presenti (art. 78 Cost.). Con la riforma sarebbe necessaria invece la maggioranza assoluta.

34) La riforma eleva il numero di firme necessarie per presentare un disegno di legge di iniziativa popolare

Vero. La riforma eleverebbe il numero di firme da 50 mila a 150 mila.

Ma a fronte di tale aumento prevedrebbe l’obbligo per il parlamento di esaminare la proposta popolare entro un certo termine (art. 71, nuovo comma 3), obbligo che oggi non esiste.

Considerate poi che 50 mila firme sono poche per dettare un indirizzo legislativo. 50 mila è la popolazione del comune di Chioggia, per chi sta in Veneto.

La scelta di elevare il numero di firme a fronte dell'obbligo di esame della proposta appare quindi equilibrata.

La democrazia deve essere un esercizio responsabile per tutti e l'iniziativa legislativa, così come la richiesta di referendum, sono attività che richiedono conoscenze e competenze. Elevare il numero di persone da convincere nel processo a monte dà maggiore garanzia di serietà, pertinenza e sensatezza della proposta.

35) La riforma aumenta il numero di firme necessarie per chiedere un referendum abrogativo

Non è proprio così. Il numero di firme necessarie per presentare un referendum abrogativo non cambia, rimanendo fissato a 500 mila. Si stabilisce invece un quorum aggiuntivo per rendere più facile l’approvazione di un referendum. Il nuovo art. 75 comma 4 prevede infatti che “La proposta soggetta a referendum è ap­provata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto o, se avanzata da ottocentomila elettori, la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati”.

Considerando il crescente livello di astensione, si tratta di una misura di agevolazione della democrazia diretta.

36) La riforma non introduce alcun nuovo istituto di democrazia diretta

Non è vero. Il nuovo comma 4 dell’art. 71 stabilisce che “Al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche, la legge costitu­zionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d’indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle forma­zioni sociali. Con legge approvata da entrambe le Camere sono disposte le modalità di attuazione” (art. 71, nuovo comma 4).

37) E’ una riforma dei poteri forti

E’ naturale che il sistema di cooperazione internazionale in cui è inserita l’Italia auspichi un Paese più stabile. E normale. Da qui a pensare che si tratti di una riforma voluta dai poteri forti ce ne passa.

Certo, suonare la carica contro i poteri forti quando si fa opposizione rimane troppo comodo e non siamo tanto ingenui da pensare che in futuro non sarà più così. Però, amici, ogni volta che sentite gridare contro i poteri forti, i complotti massonici, le colpe dell'euro e del neoliberismo, ricordate sempre quello che diceva il saggista francese Louis Latzarus: "Non c’è altro mezzo per andare al potere che gridando: Popolo, ti stanno ingannando!".

Piero Cecchinato