La corridaL’inchiesta sulla corruzione nel Psoe che sta facendo vacillare il governo Sanchez

Due fedelissimi del premier spagnolo sono coinvolti in un’indagine sugli appalti pubblici, ma il leader socialista ha escluso le dimissioni. Per ora

LaPresse

Il premier spagnolo Pedro Sanchez ha deciso di non convocare elezioni anticipate nonostante la pressione crescente scatenata dallo scandalo di corruzione che coinvolge i suoi due più stretti collaboratori di partito, Santos Cerdán e José Luis Ábalos. Le indagini della Guardia Civil, condotte dalla Unidad Central Operativa, hanno identificato Cerdán come figura centrale in una rete di presunti pagamenti illeciti per l’assegnazione di appalti pubblici. Ábalos, già ministro dei Trasporti, è stato formalmente espulso dal partito dopo mesi di tensione. 

Sanchez ha risposto alla crisi nominando una direzione provvisoria composta da Cristina Narbona, Borja Cabezón, Montse Mínguez e Ana María Fuentes. L’obiettivo è traghettare il Partido Socialista Obrero Español verso il Comitato Federale del 5 luglio, dove si discuterà la ristrutturazione dei vertici. Il premier ha annunciato un audit esterno sui conti del partito, ma ha escluso sia un congresso straordinario che la possibilità di dimissioni. «Il mio dovere di capitano è restare al timone per affrontare la tempesta», ha dichiarato in conferenza stampa. Il Psoe si scopre fragile dove era più forte: nella macchina organizzativa e nella disciplina della base.

Il premier spagnolo ha cercato di contenere la crisi accentrando ancora di più la gestione politica del partito. Ha escluso l’ipotesi di un superdomingo elettorale che accorpi le politiche alle municipali e regionali del 2027, come richiesto da alcuni dirigenti territoriali, in particolare dal presidente castigliano Emiliano García-Page. Lo ha fatto anche per rassicurare i quadri locali, preoccupati che la crisi nazionale trascini con sé anche gli equilibri amministrativi, già messi in discussione in città simbolo come León, Soria o Palencia.

Secondo alcune indiscrezioni raccolte da Politico, almeno venti figure di primo piano del partito avrebbero espresso dubbi sulla capacità di Sanchez di concludere il mandato, con il rischio che l’attuale crisi si trasformi in una «macchia permanente» sulla credibilità socialista.

Il leader del Partito Popolare, Alberto Núñez Feijóo, ha chiesto le dimissioni immediate di Sanchez, accusandolo di «trascinare l’intera sinistra in un declino irreversibile», ma il Pp non ha ancora presentato una mozione di sfiducia, preferendo — secondo gli analisti — lasciare che la crisi logori lentamente la maggioranza.

Sanchez, nel frattempo, ha avviato un giro di consultazioni con i partner della maggioranza: lunedì con Yolanda Díaz di Sumar, martedì con Junts, mercoledì con ERC. Sumar è la piattaforma progressista guidata dalla vicepresidente del Governo, espressione della sinistra post-Podemos; Junts è il partito indipendentista catalano fondato da Carles Puigdemont, tornato decisivo nel Parlamento di Madrid dopo anni di scontro con lo Stato centrale; ERC, anch’esso indipendentista, adotta una linea più pragmatica e parlamentare, mantenendo una posizione critica ma costruttiva nei confronti del governo. L’obiettivo dichiarato del premier è rianimare la coalizione, ma sul tavolo restano tutte le incertezze di un’alleanza parlamentare già segnata da divergenze strategiche.

Nel suo entourage, Sanchez avrebbe confidato di aver vissuto giorni «terribili» e di sentirsi «tradito» da Cerdán, con cui condivideva una lunga militanza. La reazione iniziale è stata quella di chi si scopre vulnerabile all’interno del proprio stesso cerchio: isolamento, silenzio, riflessione. Secondo fonti interne citate da El Pais, è stato in quei giorni trascorsi nella residenza di Quintos de Mora, nella campagna vicino a Toledo, che ha maturato la scelta di non dimettersi. La decisione, spiegano, non è solo frutto di orgoglio personale, ma anche di un calcolo politico: lasciare ora significherebbe cedere il passo a una transizione non governata, in mano a forze interne che da anni non hanno più spazio decisionale. E soprattutto, significherebbe consegnare alla destra il vantaggio strategico di una crisi che, al momento, sta logorando solo un lato dell’emiciclo parlamentare.

A Politico, il politologo Pablo Simón, dell’Universidad Carlos III de Madrid, ha spiegato che il punto più critico di questa vicenda non è tanto la responsabilità diretta del premier nei fatti contestati, quanto il danno sistemico al modello di partito: «Il Psoe ha perso la sua immunità etica, e Sanchez ha perso l’alibi del controllo totale. La sua permanenza non si fonda più sulla forza, ma sull’assenza di alternative».

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