A febbraio ci fu quella storia tremenda del bambino cui avevano trapiantato un cuore che si era rovinato nel trasporto. Mi era sembrato uno di quei casi in cui una non vuole aver ragione – nessuno sa più fare nessun lavoro – e invece finisce per avercela.
Avevo parlato con amici medici ed erano tutti piuttosto perplessi: per fare un trapianto di cuore su un bambino di due anni devi essere l’eccellenza, mica prendono un fattorino delle pizze e lo mettono a trasportare cuori, quindi sembrava inspiegabile.
Adesso la tragedia diventa farsa col caso del dipinto, di cui si può parlare con più allegria non essendoci di mezzo bambini morti ma solo proprietà preziose buttate via per la cialtronaggine degli adulti.
La storia inizia nel 2020, quando si chiede l’esportazione d’un quadro in Svizzera, dove sarà messo all’asta. I tecnici del ministero della Cultura, ricopio da Artribune, danno il 3 luglio «il benestare, con tanto di nota: “Si tratta di un’opera di qualche interesse in rapporto alla devozione locale a questa venerata immagine; dal punto di vista della qualità è un lavoro modesto che può ottenere l’attestato di libera circolazione”. La datazione? Ben leggibile sul retro, grazie a un’iscrizione che menzionava anche (presunto) autore e luogo: “Dipinta da Alfonso Martorelli Fiori, Bologna, anno 1850”» (ti pareva che non ci fosse di mezzo Bologna).
Danno il benestare, dunque, «i tecnici del ministero», qualunque cosa significhi tecnico. Da una prossima edizione della Treccani, tecnico è il tizio che scambia per Martorelli del 1850 un dipinto rispetto cui poi «gli studiosi concordano sulla mano anonima, identificata però con il Maestro del Battistero di Parma (o “Maestro del 1302”) attivo in Emilia nella prima metà del XIV secolo».
Di che tecnica saranno tecnici, questi signori che danno il benestare convinti che un quadro del quattordicesimo secolo sia di cinquecento anni più tardi? Cioè, io non sono del mestiere, ecco, ma cinquecento anni non sono tantini come arrotondamento?
«Era stata presentata, del resto, come un’opera dell’Ottocento di scuola italiana, una tempera su tavola che riprendeva lo stile bizantino, aggiudicata per appena 38.000 euro. Dunque un oggetto moderno, dipinto alla maniera trecentesca, con valore più documentale che artistico, connesso agli usi e le pratiche religiose del territorio di provenienza».
Quelli di Artribune hanno evidentemente più tolleranza di me per il fatto che nessuno sappia fare il proprio lavoro, e quindi riferiscono come fosse normale il modo in cui poi si scopre la datazione effettiva dell’opera: «Le operazioni di pulitura rivelano infatti un dettaglio decisivo: non era affatto “1850” ma “1350”. Un 3 un po’ malmesso, consumato, che a uno sguardo distratto era apparso un 8. Da lì l’ipotesi del dipinto ottocentesco che riprendeva stile e iconografia medievali». Cioè gente che si occupa di restauri non ha altro modo di sapere che un quadro è di cinquecento anni prima e non di cinquecento anni dopo se non la data che l’autore dichiara sul retro della tela? Ma cos’è, la serie che Virzì non ha mai girato sullo scherzo delle teste di Modigliani?
Insomma, pare che i tecnici di Sangiuliano abbiano cercato di invalidare la vendita autorizzata dai tecnici di Franceschini (nella drammaturgia che vorrei, i tecnici sarebbero gli stessi, e nel compilare il ricorso darebbero degli incompetenti ai loro stessi d’un governo precedente), ma il Consiglio di Stato ha dato loro torto: dovevano ricorrere entro un anno.
Non è neanche la prima volta, apprendo dal Corriere. A Verona c’è un architetto che nel 2015 ha venduto per 65mila euro un quadro a un collezionista tedesco. Lì non avevano sbagliato di cinquecento anni l’attribuzione, ma pensavano fosse d’un qualunque pittore sconosciuto del Cinquecento, e invece era un Vasari.
Quando lo scoprono – dagli inglesi, che l’hanno messo in un museo con la sua brava attribuzione – al ministero provano a revocare il nulla osta alla libera circolazione delle opere, concesso perché scambiato per un quadro non di gran valore. Anche lì la richiesta viene bocciata dal Consiglio di Stato, che spiega pure che sono dei ciucci a non aver capito la provenienza del quadro, visto che su una pietra c’è scritto «“diuturnia tolerantia”, vale a dire il motto del vescovo di Arezzo del 1550 che è noto essere il committente delle opere d’arte dedicate alla pazienza da parte di Giorgio Vasari».
Ora, io ho due domande. La prima è: ma solo io vengo da una famiglia di mitomani che facevano valutare qualunque crosta perché vedi mai che questo quadro che abbiamo comprato al mercatino delle pulci è un Tintoretto e non lo sappiamo? Questa gente che ha in casa roba da milioni e non se ne accorge cos’è, una nicchia d’umanità che non passa il tempo a fantasticare su quando erediterà dallo zio d’America?
La seconda domanda è: io non stavo attenta nelle ore di storia dell’arte e non saprei distinguere tra un quadro rinascimentale e uno impressionista, ma voi che di mestiere fate questo e immagino aveste buoni voti a scuola e poi vi siate persino laureati in qualche materia contigua, voi che scusa avete?
Ora scusate, devo concludere questo articolo e andare a prendere un taxi, che non saprà portarmi in stazione senza navigatore, perché sarebbe vessatorio pretendere che i tassisti conoscessero le strade. Prenderò un treno che sarà in ritardo, perché sarebbe classista pretendere che i ferrovieri sapessero far arrivare e partire i treni agli orari giusti. Una volta arrivata, andrò da un parrucchiere che mi sbaglierà la piega, perché sarebbe schiavista esigere che qualcuno che di mestiere fa il parrucchiere compisse senza errori l’audace impresa di asciugare i capelli a una cliente.
Tutto questo lo farò col beato sorriso di chi sa che poteva andar molto peggio, che il tizio che fa il tassista o il tizio che fa il parrucchiere almeno non causeranno danni da milioni: pensa se invece avessero deciso di fare i tecnici del ministero (o i ferrovieri: quelli credo che, pur non avendo a che fare con dei Vasari, possano comunque fare dei bei danni, se si sommano i ritardi di migliaia di passeggeri ognuno dei quali rappresenta una frazione di Pil ferma su un Frecciarossa invece che al lavoro dovunque dovesse essere).
Tutto questo lo farò dopo aver inviato questo articolo, che spero sia pieno di refusi che spero nessuno in redazione corregga, acciocché esso sia più in sintonia con lo spirito del tempo, e con le scarsissime pretese d’un pubblico che, se vede una cosa ben fatta, si complessa e s’innervosisce, mentre invece prova grande sollievo di fronte ai tecnici del ministero della Cultura: lo vedi, se neanche loro sanno di quando siano i quadri, ho ragione io che nei musei mi annoio, ti aspetto al bar così intanto gioco a Candy Crush, poi prima di andar via prendiamo la borsina di tela così lo vedono tutti che abbiamo fatto il turismo culturale.