«In Italia il nucleare non ce lo meritiamo»

«In Italia il nucleare non ce lo meritiamo»

La recente interruzione dei flussi dal gasdotto che ci lega alla Libia segnala ancora una volta quanto labile e cangiante sia il tono della nostra sicurezza energetica. Da una situazione di super-approvvigionamento, che ha portato a forti critiche nei confronti dell’Eni per i contratti di fornitura con la Russia, ci troviamo repentinamente a dover affrontare una piccola crisi energetica che, proprio grazie all’Eni e alla Russia, riusciremo a risolvere. Questa toppa del tutto estemporanea non esclude però l’urgenza di differenziare il nostro portafoglio di produzione energetica, ancora molto dipendente da gas e carbone. Possiamo ammettere subito che il nucleare potrebbe rappresentare un’ottima soluzione.

È vero quello che dicono i sostenitori dell’atomo: quella nucleare è una fonte energetica disponibile, visto che i limiti all’estrazione dell’uranio non sono rappresentati dalla geologia, ma solo dalla capacità dell’industria mineraria. Il prezzo del combustibile rappresenta un mero 10% rispetto al costo elettrico, e un vero impatto sulla bolletta si potrebbe avere solo se la sua quotazione raddoppiasse. L’energia nucleare ha la potenzialità di fare da traino a un’industria di alto livello di specializzazione, che in Italia ancora sopravvive, ma serve altri Paesi.

Neanche è possibile che si ripeta un incidente come quello di Chernobyl. Bollato dalla sensazione popolare come “esplosione atomica”, si è trattato in realtà di un’esplosione chimica dovuta a un esperimento criminale, operato da gente che delle centrali nucleari non aveva idea alcuna. L’isola nucleare, centro della produzione, era isolata dal mondo esterno da un sottile lamierino di metallo come tetto, al posto delle cupole “acciaio cementato” che si impiegavano nel resto del mondo.
 Il vero punto di discussione riguarda però l’impronta ecologica della soluzione nucleare. Il combustibile esaurito in parte viene classificato come di “terza categoria”: necessita di un complesso trattamento di “vetrificazione” (cioè si solidifica il materiale in modo da isolarlo per renderlo inerte), e in seguito deve essere stoccato per secoli prima di tornare a essere non nocivo per l’uomo. Altri tipi di rifiuti, appartenenti alla prima e alla seconda categoria, necessitano di periodi che vanno da pochi mesi a decenni prima di perdere la pericolosità. Al mondo, ancora non esiste nessun deposito definitivo di “terza categoria”, perché è rarissimo incontrare contemporaneamente un sito che presenti tutte le caratteristiche di stabilità necessarie. Le scorie dal lungo decadimento prodotte ogni anno in tutto il mondo riempirebbero un parallelepipedo pari a un campo da basket alto trenta metri.

Il nucleare però produce meno emissioni di CO2. Secondo alcuni calcoli, un chilowattora di elettricità prodotto dall’atomo genera 21 grammi di anidride carbonica equivalente, rispetto ai 200 dello stesso chilowattora generato tramite gas. Ci troviamo quindi di fronte a una scelta sul tipo di impronta che vogliamo lasciare: il nucleare genera rifiuti venefici, che addossano alle generazioni future un complesso onere di gestione. Il gas produce rifiuti atmosferici che, in quanto tali, non costringono a responsabilità dirette per il trattamento. Tutt’al più, si possono introdurre schemi artificiali di indennizzo, con tutte le complicazioni del caso.

È impossibile decidere cosa sia peggio, tra gli effetti nefasti della CO2 sul clima, e l’incombenza di gestire scorie per secoli e secoli. Anche l’anidride carbonica, una volta emessa nell’aria, impiega decenni prima di essere riassorbita.
Parlando del caso specifico dell’Italia, mi sia consentito di esprimere una perplessità. Le scorie, rispetto all’anidride carbonica, hanno una componente di “velenosità” dovuta alle radiazioni, che per fortuna l’anidride carbonica non presenta. Questo aspetto dell’atomo impone una responsabilità che, finora, il nostro Paese non ha dimostrato di avere.
L’Italia non è riuscita ad accordarsi per sistemare i suoi rifiuti radioattivi in un deposito unico e controllato, gestendo le scorie del vecchio programma nucleare, della sanità e dell’industria. Quando si è parlato delle grotte di salgemma lucane, a Scanzano Jonico, siamo arrivati all’orlo della guerra civile. Non abbiamo poi record invidiabili per la gestione dei rifiuti tradizionali. Per quelli pericolosi, poi, siamo stati protagonisti di episodi spregevoli in merito a interramenti fuorilegge, fino alla questione controversa del relitto di Cetraro.

Non affermo qui che i rifiuti radioattivi rischierebbero di finire in mano alle cosche, ma solo che la gestione così complessa delle scorie deve fare affidamento su un contesto di responsabilità nazionale finora non dimostrato dall’Italia. Realizzato un utile dalla produzione energetica nucleare, eventuali effetti negativi di un trattamento fallace dei rifiuti potrebbero esprimersi anche a decenni di distanza, con costi che si ripercuoterebbero su cittadini che, per assurdo, della produzione elettrica correlata non avrebbero direttamente beneficiato. È esattamente quello che sta succedendo in Germania: un Paese che, tra tanti difetti, presenta però un senso di responsabilità ed etica nazionale tra i più evoluti del continente.
Il mio non è un no secco al nucleare: rimango convinto che possa essere una vera soluzione per la differenziazione del mix energetico, in attesa del momento in cui potremo disporre di energie rinnovabili più affidabili ed evolute. Ho dubbi sul fatto che il nostro sistema paese sia in grado di ospitare e sviluppare una filiera nucleare responsabile. In fin dei conti, il nucleare va meritato. Non basta comprarlo.

*Docente di economia e politica presso l’Università di Potsdam e Senior Fellow di bigs-potsdam.org