La Germania non perdona a Draghi di essere italiano

La Germania non perdona a Draghi di essere italiano

Mario Draghi alla Banca centrale europea? I tedeschi dicono no. Sul quotidiano Bild, oltre 5 milioni di copie di tiratura, si ironizza pesantemente sul futuro della Bce. «Per favore, non questo italiano», recita la didascalia sotto una foto del governatore della Banca d’Italia. E ancora: «Mamma mia (scritto in italiano, ndr), per gli italiani l’inflazione è uno stile di vita, come la salsa di pomodoro sulla pasta». Infine, oggi anche su Handelsblatt, le stilettate per il passato di Draghi in Goldman Sachs, la banca americana che aiutò la Grecia a ridurre truffaldinamente i propri debiti agli occhi di Bruxelles. Un gioco sporco che però rischia di danneggiare non solo l’Italia, ma tutta l’Europa.

Draghi sapeva fin dall’inizio che la strada verso l’Eurotower era piena di ostacoli. Ma forse non si sarebbe immaginato un attacco così duro. Specie dopo l’intervista rilasciata alla Frankfurter allgemeine zeitung (Faz), il governatore contava di aver convinto buona parte dei tedeschi che, orfani del dimissionario presidente della Bundesbank Axel Weber, si erano ritrovati spiazzati. I due (probabili) candidati tedeschi sembrano molto più deboli dell’inquilino di Palazzo Koch, quindi meglio gettare fango sul primo della lista, devono aver pensato.

In effetti, le chance di Klaus Regling, presidente del fondo finanziario di stabilizzazione europea (Efsf), e di Jürgen Stark, membro del board della Bce, sembrano essere in declino. E proprio ieri è uscito allo scoperto Nout Wellink, il potente banchiere centrale olandese, già a capo della Banca dei regolamenti internazionali, che si è proposto apertamente «anche per metà mandato».

In ogni caso per il dopo Jean-Claude Trichet c’è sempre in testa Draghi, spinto dagli endorsement di Financial Times e The Economist, certamente non due testate tenere verso l’Italia. Proprio oggi è inoltre arrivato un nuovo appoggio, quello di Thomas Mirow, presidente della Banca europea per ricostruzione e sviluppo (Bers). In un’intervista alla Süddeutsche Zeitung, Mirow ha detto che «da molti anni un sostenitore credibile della politica di stabilità, ha una grande conoscenza nel campo della regolamentazione e della vigilanza e inoltre porta con sé l’esperienza nel settore bancario privato, il che è molto utile». Sul finale, l’affondo più duro per Berlino: «Non credo che ci sarà un candidato espressamente dalla Germania».

Le provocazioni della stampa tedesca non sono però finite. «Un superbanchiere di Berluscolandia», dice Der Spiegel, considerando il modo in cui le vicende giudiziarie del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si stanno ripercuotendo sull’immagine di Draghi. Per fortuna nessuno ha ancora avuto il coraggio di definire Draghi «il banchiere del Bunga Bunga». In compenso, lo hanno tacciato di connivenze coi magheggi contabili compiuti dalla Grecia per procrastinare il proprio debito in collaborazione con la banca statunitense Goldman Sachs. Certo, Draghi è stato vice presidente e managing director per il colosso di Wall Street dal 2002 al 2005, ma il suo ruolo non era riconducibile alle mistificazioni di Atene. Eppure, già un anno esatto fa la macchina del fango in salsa crucca aveva colpito il governatore. Anche in quel caso, i detrattori erano gli stessi di oggi, Bild e Der Spiegel. «L’uomo della liretta», lo avevano definito, facendo riferimento alle svalutazioni competitive della moneta italiana avvenute negli anni Novanta.

In realtà, il numero uno di Banca d’Italia non ha colpe per la politica economica italiana degli ultimi vent’anni, quelli considerati i più sciagurati dai tedeschi. Sebbene il governatore sia stato dal 1991 al 2001 il direttore generale del Tesoro, nella piena fase di privatizzazione delle imprese pubbliche italiane, il suo ruolo non può essere confuso con quello del ministro delle Finanze. Se i tedeschi ci tacciano di poco controllo sui conti pubblici, a ragione peraltro, le colpe sono dei governi, non dei tecnici. Eppure, a Berlino e dintorni continuano a fare orecchie da mercante, sentendo solo ciò che vogliono sentire e ignorando quale sia il reale bene dell’Europa.

Nel pieno della crisi finanziaria globale fu Draghi uno dei primi, in qualità di presidente del Financial Stability Board, a pretendere un nuovo pacchetto di regole in grado di evitare squilibri futuri. Ed è stata proprio la Germania a frenare su molte di esse. Chissà che non si ravvedano su Draghi. Di mezzo non c’è solo il bene di Berlino, ma di tutta l’Europa.