Il dibattito politico italiano è in preda a continue convulsioni su possibili elezioni, governi “di responsabilità”, processi brevi o altre formule più o meno fantasiose. In mezzo a tanta incertezza, vale la pena di chiedersi se esiste una simile incertezza anche sulla politica economica che verrebbe attuata nei differenti scenari. In questo pezzo argomenteremo due cose. Primo, l’incertezza sulla politica economica è in realtà assai ridotta, perché tenderà a essere costante sotto i diversi scenari. Secondo, questa è una pessima notizia.
Cominciamo dal secondo punto. Perché è una pessima notizia? Per rispondere bisogna partire da un quadro oggettivo sull’andamento dell’economia italiana durante la crisi. I numeri sono abbastanza impietosi. Secondo i dati del Fondo Monetario, nel 2008 la crescita del PIL italiano è stata meno 1,3%, contro uno +0,1% della Francia e un +1% della Germania. Per l’area euro la crescita è stata dello 0,5%, e per l’Unione Europea dello 0,8%. La crisi quindi è iniziata da noi prima e in modo più pesante che altrove.
Nel 2009 è andata ancora peggio, con un meno 5% per l’Italia contro un meno 4,7% per la Germania, meno 2,5% per la Francia, meno 4% per l’area euro e meno 4,1% per l’Unione Europea. Mentre paesi come la Francia e la Germania si sono ripresi nel 2010; in Italia la crescita è stata anemica e le previsioni del FMI la pongono sotto la media dell’Unione Europea anche nel 2011.
Il pessimo andamento del PIL italiano è stato in realtà abbastanza sorprendente. Gli elementi di debolezza dell’economia italiana sono noti, ma i due fattori mutuamente rinforzanti che hanno scatenato la crisi mondiale, fragilità della struttura finanziaria e scoppio della bolla immobiliare, erano in Italia assenti o comunque molto attenuati. Il Tesoro italiano non è stato costretto a intervenire per salvare le banche e anche le turbolenze sul mercato immobiliare italiano sono state meno accentuate che altrove. Nonostante ciò la crisi ha colpito l’Italia in modo più duro che altri paesi.
La verità è che la crisi finanziaria internazionale ha aggravato un problema di crescita che l’Italia ha ormai da parecchio tempo. Per tutto il primo decennio di questo secolo la crescita italiana è stata inferiore, spesso nettamente, a quella dell’area euro e dell’Unione Europea. Al di là della congiuntura, è chiaro che l’Italia ha un più profondo problema
strutturale di crescita e la politica economica italiana non ha mai seriamente affrontato questi nodi cruciali. Sotto la pressione impietosa dei mercati finanziari internazionali i governi hanno posto con più o meno successo un tampone alla crescita del debito pubblico, principalmente mantenendo alta la pressione fiscale e sperando che i tassi di interesse restassero bassi.
Ma non si è mai messo mano alle misure necessarie per far ripartire la crescita come dare un taglio alla spesa pubblica improduttiva, ridurre la pressione fiscale, intervenenire con la liberalizzazione in molti settori ora ingessati e protetti. Andare avanti con questa politica del non fare, aumentando le tasse quando indispensabile a finanziare lo status quo, significa far continuare il declino economico del paese, ossia continuare a farsi del male.
Ma chi e a quali condizioni è probabile che faccia qualcosa di diverso? E qui veniamo al primo punto. Perché è probabile che la politica economica non cambi qualunque sia il quadro politico? Prendiamo in esame i diversi scenari.
1. Il governo continua a vivacchiare, probabilmente grazie all’acquisizione (con mezzi che preferiamo evitare di discutere) di qualche deputato ansioso di notorietà e prebende.In tal caso è facile prevedere che si continui a fare ciò che è stato fatto finora, ossia nulla di rilevante: qualche riforma finta, come è ormai chiaro sarà quella federalista, e la continuazione del regime di alta spesa improduttiva e alta tassazione.
2. Una nuova maggioranza in parlamento. I dettagli di questa operazione sono al momento sfuggenti, anche perché non è chiaro se tale scenario sia fattibile. Ma al di là dei dettagli, se ciò accadesse ci sarebbe un ruolo di rilievo per Giulio Tremonti (o come presidente del consiglio o come ministro più importante della destra), ossia del principale responsabile della politica economica attuale, presumibilmente in coalizione con Casini, Fini e Bersani. Sarebbe una coalizione eterogenea dalla quale non ci possiamo certo aspettare atti di coraggio. Il modello di riferimento sarebbe molto probabilmente ciò che è accaduto per la riforma federalista, quella su cui ci sono stati i più seri tentativi di bipartisanship, ossia un disperato agitarsi per preservare l’esistente. Continuerebbe la gestione prudente del bilancio pubblico, tale da evitare l’esplosione del debito principalmente grazie al mantenimento dell’alta pressione fiscale. Ossia, più o meno quello che abbiamo visto negli ultimi due anni.
3. Resta l’ultima possibilità, quella delle elezioni in primavera o in estate. Gli esiti possibili di queste elezioni sono una vittoria del centrodestra, un Parlamento senza maggioranza (in particolare al Senato) o una vittoria del centrosinistra. Ancora una volta la prima e la seconda possibilità non possono introdurre cambiamenti sostanziali nella politica economica. Valgono infatti gli argomenti precedentemente esposti relativi alla continuazione del governo attuale o alla “grande coalizione”. La vittoria del centrosinistra è assai improbabile, almeno allo stato attuale, ma francamente solo i più ottimisti possono pensare che anche questo condurrebbe a un netto cambiamento di
scena. Durante gli ultimi due anni il PD si è distinto per mancanza di idee e di coraggio, mentre per fare serie riforme strutturali c’è bisogno sia delle une sia dell’altro.
Insomma tanto chiasso per nulla, almeno sul fronte della politica economica.. In assenza di scossoni internazionali, per esempio un sostenuto rialzo dei tassi di interesse, la politica italiana continuerà ad attuare con l’abituale torpore. E il paese continuerà a farne le spese.