Gorman, un povero banchiere da 14 milioni di dollari

Gorman, un povero banchiere da 14 milioni di dollari

Dopo Goldman Sachs e JPMorgan, anche per Morgan Stanley arriva l’erogazione dei bonus 2010. Tuttavia per James Gorman, amministratore delegato della banca statunitense, poteva andare meglio. Gorman ha guadagnato 14 milioni di dollari, molto meno rispetto ai 18,6 di Lloyd Blankfein (Goldman Sachs) e ai 20,8 di Jamie Dimon (JP Morgan). Lo stipendio del numero uno di Morgan Stanley è anche più basso di quello di Bob Diamond, ceo di Barclays, che nel 2010 ha portato a casa 16 milioni di dollari. Ma, oltre al danno d’immagine, la beffa: Gorman ha preso meno un milione di dollari in meno rispetto al 2009 e il bonus ammonta a solo 1,552 milioni. Meno pure del presidente di MS International, Walid Chammah, ripagato con 1,738 milioni di dollari.

Chissà cos’avrà pensato quando il comitato remunerazione gli ha presentato il prospetto dei suoi compensi per il 2010. A James Gorman son spettati 800mila dollari come salario fisso, più tutti i benefit. Fra questi troviamo il premio di produttività, 1,552 milioni di dollari, molto meno rispetto a quello di Blankfein e Dimon, rispettivamente di 5,4 e 5 milioni. A giovare al morale di Gorman ci pensa però il pacchetto di stock option del gruppo, pari a 3,5 milioni di dollari. Ci sono poi gli incentivi di lungo periodo, quantificabili in circa 8 milioni di dollari. Pochi sono stati i rimborsi per le spese generali. E dire che le trasferte, oltre 400 nel corso del 2010, si prestavano all’idea di gonfiare le note spese. Tuttavia, il top manager di MS ha deciso di non fare come l’istrionico Dimon, 421mila dollari di vizi, o come Blankfein, 464mila dollari di extra. I maligni dicono che la penuria nei premi derivi dalla presenza nel capitale dei cinesi, che con il fondo sovrano China Investment Corporation detengono il 9,76% del colosso, partecipazione acquisita nel dicembre 2007. Altri invece se la prendono con Mitsubishi UFJ Financial Group, forte del suo pacchetto di maggioranza del 19,38%, quota comprata nei giorni neri del post Lehman Brothers. In realtà, la ragione è un’altra.

James Gorman è sempre stato il più bistrattato dei banchieri americani. Forse proprio perché non è americano. Gorman infatti è nato in Australia e lì ha studiato all’Università di Melbourne, prima di trasferirsi negli Stati Uniti nel 1982. Gorman è sempre stato un banchiere atipico. Serio, poco incline agli eventi mondani, capace di lavorare anche per 22 ore al giorno, Gorman ha saputo creare intorno a sé un’aura di rispetto, anche in virtù delle performance della sua banca. Al contrario di Goldman Sachs, coinvolta nello scandalo Abacus 2007-AC1 con la Securities and exchange commission (Sec), l’autorità di vigilanza finanziaria Usa, Morgan Stanley non ha avuto ripercussioni legali dopo lo scoppio della crisi subprime. Merito anche di Gorman, entrato nella società nel 2006 e subito diventato responsabile per la pianificazione strategica. Di fatto, l’uomo che, con il direttore finanziario Colm Kelleher, ha deciso la road map per la crescita del gruppo.

Eppure, complice la riforma finanziaria statunitense promossa dall’amministrazione Obama, i risultati non sono stati favorevoli per Morgan Stanley. Lungo il 2010 i profitti sono calati di pari passo coi giri di vite sulle attività bancarie più rischiose. Da quando Gorman è stato nominato amministratore delegato il titolo della banca d’affari ha perso il 9,5%, dato che ieri era a quota 26,79 dollari. Solo nel terzo trimestre dello scorso anno gli utili sono calati del 67% su base annua. Per fortuna le cose sono andate meglio nell’ultimo trimestre, quando l’istituto di Gorman ha registrato utili per 867 milioni di dollari, quasi il doppio dell’anno precedente, quando il gruppo si era fermato a utili per 460 milioni. A giovare è stata l’integrazione con l’unità di wealth management Morgan Stanley Smith Barney, capace di fatturare 14 miliardi di dollari solo negli ultimi tre mesi dello scorso esercizio. Eppure, non c’è da cantare vittoria per la Fata morgana, così è chiamato nell’ambiente il colosso di Wall Street. I regolatori stanno cercando di limitare le posizioni finanziarie a rischio e al centro delle polemiche ci sono proprio i segmenti d’investimento che sono il core business di banche come quella di Gorman.

Morgan Stanley è stata fra le prime ad adottare le nuove regole del Dodd-Frank Act, la riforma finanziaria voluta dal presidente Barack Obama. Ha infatti deciso di chiudere la propria divisione di proprietary trading, la negoziazione per conto della stessa banca. Nel 2012 nascerà infatti una nuova società, PDT Advisers, gemmata proprio dall’unità finora dentro Morgan Stanley. A guidarla ci sarà Peter Muller, il capo del prop trading della banca di Gorman, che avrà sotto il suo controllo gli stessi 60 trader che aveva prima. Nei fatti, cambierà poco, dato che nel bilancio consolidato del gruppo rientrerà anche la neonata PDT Advisers. Eppure, nei confronti dell’opinione pubblica la mossa di Gorman, arrivata prima di quella di Goldman Sachs, ha avuto un grande impatto.

L’epoca d’oro dei maxi bonus di Wall Street (e non solo) è tornata, nonostante la salute delle banche sia ancora precaria. Bank of America-Merrill Lynch ha appena comunicato che nel primo trimestre dell’anno ha realizzato utili per 2 miliardi di dollari. Netto il crollo rispetto allo stesso periodo del 2010, quando registrò 3,2 miliardi di dollari di utili. Inoltre, nel quarto trimestre 2010 il gruppo ha avuto una perdita di 1,2 miliardi. Nonostante questo, il suo ceo Brian Moynihan ha ricevuto per lo scorso esercizio 9 milioni di dollari di premio in azioni privilegiate. Non male, viste le perdite della sua banca.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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