Il Cavaliere è salvo, per fortuna degli antiberlusconiani

Il Cavaliere è salvo, per fortuna degli antiberlusconiani

Anche questa volta, dunque, niente da fare. Alla prova dei numeri, Berlusconi ha vinto e i suoi oppositori hanno perso. Lo “scontro finale”, annunciato da giorni come l’ennesima opportunità epocale, ha partorito un topolino. Passa la prescrizione breve, passa l’accorciamento dei tempi per gli incensurati, passerà con ogni probabilità l’intero pacchetto. Questo finale di battaglia avrebbe molto da insegnare, se solo si avesse voglia di imparare.

Le ragioni giuridiche dell’istituto della prescrizione come i torti politici di questo provvedimento sono state spiegati, in questi giorni, da commentatori e giuristi autorevoli. Che i processi non possano essere infiniti lo dicono principi di civiltà giuridica che nascono assieme alle radici stesse dell’Occidente. Che i tempi della prescrizione italiana non sono nulla di anomalo rispetto alle medie europee può dirlo qualunque giurista, mentre del tutto anomala è la durata dei nostri processi. Che questa riduzione dei termini interferisca in maniera vantaggiosa per il premier coi suoi procedimenti, e con quelli di molti altri sempre a vantaggio degli imputati, è un dato di fatto non contestabile.

Ma a noi preme di più il tema politico e mediatico che la vicenda pone. Per giorni non si è parlato d’altro, e a volume sempre più alto. Improvvisamente l’attenzione dell’establishment politico e informativo ha allontanato dalla vista temi di una qualche importanza: l’imbarazzante campagna libica, la problematica gestione della questione-Lampedusa, il destino della Fiat che cresce sempre più in America e si allontana passo a passo dall’Italia, la stretta sui conti rinforzata dal ministro Tremonti, solo per citare alcuni fatti salienti. Tutto è scomparso, perché c’era l’ennesimo referendum su Berlusconi.

Lui ha vinto, e la mente corre a tutte le volte in cui negli ultimi mesi la “sfida finale” veniva raccontata come l’occasione per un cambio di passo e anzi di epoca. Arrivati però a questo punto della vicenda storica – è quasi banale dirlo – dovrebbe essere chiaro a tutti che non sarà un processo a chiudere l’era berlusconiana, né le nuove, estenuanti rivelazioni sulle feste di Arcore. E forse non sarà neppure un voto in un Parlamento in cui, nonostante tutto, resta fortissimo.

Ogni volta che ci troviamo davanti alla guerra tra truppe berlusconiane e anti-berlusconiane, assieme a un certo sconforto per il livello del dibattito politico e per la classe politica che lo conduce, ci attraversa lo stesso dubbio: e se fosse vero che sono “tutti d’accordo”? Se fosse vero che, in questo gioco delle parti, hanno tutti da guadagnare sostenendo gli uni le ragioni di esistere degli altri? Berlusconi fa i suoi interessi; i suoi alleati i suoi e a valle i propri; gli antiberlusconiani di professioni esistono grazie a lui; la sinistra cosiddetta di governo viene esentata dall’onere – complesso – di governare. Perfino il movimento di Beppe Grillo, dato in costante crescita, trova la sua ragione di esistere in un contesto che dichiara di voler abbattere.  

E così, al prossimo giro, sentiremo raccontare dell’ennesimo scontro finale, di una nuova occasione epocale. Sarà invece un’altra ennesima occasione di perdere tempo. I politici lavoreranno a ritmi da miniera per qualche giorno. I giornali e i media italiani si dimenticheranno del mondo per 48 ore, perché saremo vicini all’ultimo scontro, destinato poi a diventare il “penultimo”. E là fuori il paese avrà sempre più voglia di guardare altrove. Possibilmente avanti. 

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