Il Portogallo cede e invoca l’aiuto immediato dell’Ue

Il Portogallo cede e invoca l’aiuto immediato dell’Ue

Dopo Grecia e Irlanda, il Portogallo. Lisbona ha ufficialmente chiesto il sostegno finanziario dell’Unione europea. Nella tarda serata di ieri è stato il ministro delle Finanze, Fernando Teixeira dos Santos, a ufficializzare la richiesta a Bruxelles. Si va verso quindi un prestito ponte da 20-25 miliardi di euro capace di traghettare il Paese fino alle elezioni, fissate per il 5 giugno. Poi, si vedrà. Nel frattempo, esplode la furia degli investitori sui mercati finanziari. Ieri i rendimenti dei titoli di Stato lusitani hanno superato ogni record storico, toccando quota 9% sia nei decennali sia nei biennali. Pronta la reazione dell’Ue. Il commissario agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, ha definito «responsabile» l’atteggiamento di Lisbona. Per il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, l’intervento in aiuto dovrà essere «obbligatoriamente rapido». Anche il Fondo monetario internazionale è pronto. Questo però non basta a placare i timori delle piazze finanziarie per una nuova ondata di tensione attorno ai debiti sovrani europei.

La crisi portoghese arriva finalmente dove doveva arrivare. Il dimissionario primo ministro José Socrates, in un discorso televisivo che ha fatto seguito a quello del ministro Dos Santos, ha ammesso che la richiesta di aiuti «era inevitabile». Del resto, i mercati la stavano già prezzando da molte settimane. I ripetuti downgrade sul debito sovrano da parte delle società di rating non avevano infatti fatto sussultare i listini. Standard & Poor’s, Fitch e Moody’s hanno tagliato i propri giudizi su Lisbona, portandola vicino al livello junk, cioè spazzatura, gli investimenti più rischiosi. Questo ha implicato una dura reazione degli investitori nel mercato obbligazionario. Il Portogallo è stato infatti costretto nelle ultime aste, tutte con un buon risultato dal lato dell’offerta, a rilasciare rendimenti record al fine di completare i collocamenti. Tuttavia, proprio Socrates ha spiegato che non si poteva più andare avanti così. «Il governo ha deciso oggi stesso di rivolgere alla Commissione europea una richiesta di assistenza finanziaria in modo da garantire le condizioni di finanziamento del nostro Paese, del nostro sistema finanziario e alla nostra economia», ha detto Socrates. In altre parole, la resa.

Se per la Grecia l’abisso è stato creato da cause prettamente fiscali e per l’Irlanda da ragioni finanziarie, per Lisbona la crisi è arrivata dopo una dura debacle politica. Gli aiuti sono stati invocati a gran voce dall’universo finanziario, specialmente quello tedesco. E come nella migliore delle tradizioni delle profezie autoavveranti, il Portogallo è caduto sotto i colpi delle indiscrezioni delle sale operative. Ma è scivolato anche sotto una sciocchezza interna. Le dimissioni di Socrates sono arrivate dopo la bocciatura in Parlamento del piano di austerity, considerato necessario dalla maggioranza. Proprio il ministro Dos Santos per descrivere questo evento: «Il Portogallo si è comportato in modo irresponsabile con i mercati finanziari internazionali in una situazione molto difficile», ha dichiarato riferendosi al programma di risanamento non approvato.

Le tensioni sul Portogallo sono continuate specialmente sul mercato dei Credit default swap (Cds), i derivati che immunizzano dal fallimento di un’attività. Sulla piattaforma Cma Vision i Cds hanno di nuovo sfiorato quota 590 punti base nella giornata di ieri, salvo poi declinare intorno i 550 punti alla chiusura di oggi. Ciò significa che per un titolo di Stato quinquennale del valore di dieci milioni di dollari, occorrono 590mila dollari per assicurarsi contro il suo default. La percentuale implicita del fallimento di Lisbona è invece salita ai massimi storici, fino a superare il 40%, cifra simile a quella dell’Irlanda.

Ciò che succederà adesso sarà cruciale per capire in che modo l’Eurozona potrà resistere alle crisi future. Sarà utilizzato lo European financial stability facility (Efsf), il fondo europeo di stabilizzazione finanziaria. Ma questo cesserà di funzionare nel 2013, quando sarà sostituito dallo European stability mechanism (Esm), il maxi fondo salva-Stati da 700 miliardi di euro varato nell’ultimo Consiglio europeo. Resta ancora da chiarire il ruolo concreto di questi strumenti di salvaguardia dell’Unione monetaria europea.

Da un lato ci sono gli Stati, in costante difficoltà a far quadrare la propria finanza pubblica. Dall’altro c’è Bruxelles, ma soprattutto la Germania, vero baricentro del potere negoziale in tema di salvataggi sistemici. Se la Grecia è stata salvata, il merito è di Berlino, che non ha posto il veto sull’operazione. Stesso dicasi per Irlanda e Portogallo. Ora però la crisi europea dei debiti sovrani entra in una nuova fase, del tutto inesplorata. La Banca centrale europea ha manifestato l’intenzione di innalzare i tassi d’interesse, fermi all’1% dal maggio 2009. Tuttavia, una simile mossa potrebbe deprimere ancora di più la crescita già sofferente di Atene, Dublino e Lisbona, affossandole ancora di più. Se a questo quadro si aggiunge il fatto che i veicoli di sostegno finanziario (Efsf ora, Esm dal 2013) di fatto si assumono i rischi dei Paesi che aiutano, lo scenario è completo. L’Ue corre infatti il pericolo di dover continuare a intervenire più e più volte per placare i focolai di crisi. L’azzardo morale creato da Bruxelles negli ultimi mesi è il nemico peggiore che l’Eurozona poteva incontrare sul proprio cammino. Il problema è che nessuno sembra essersene accorto. 

fabrizio.goria@linkiesta.it