L’alta finanza vuole tornare a giocare d’azzardo

L’alta finanza vuole tornare a giocare d’azzardo

A due anni dal fallimento di Lehman Brothers, i banchieri cominciano a riproporre gli stessi atteggiamenti di quel periodo. Robert Diamond, amministratore delegato di Barclays, non ha dubbi. «Mi sembra corretto aumentare il profilo di rischio della banca», ha spiegato pochi giorni fa. L’obiettivo è migliorare la redditività nei prossimi tre anni, aumentare i margini di profitto. Come? Attraverso leva finanziaria. Ma senza dimenticare i Cocos, le nuove obbligazioni convertibili in azioni se il capitale di vigilanza scende a livelli di allarme. Questi strumenti infatti sono indispensabili per soddisfare le urgenze di finanziamento della banca. Non sono state poche le critiche per quello che è stato considerato dall’Independent «un ritorno alla finanza selvaggia».

Bob Diamond aveva già fatto clamore alcune settimane fa per il suo ultimo stipendio. Nel 2010 infatti il numero uno di Barclays ha guadagnato 16,5 milioni di dollari. Di questi, 10,6 fanno riferimento ai bonus sulla performance annuale. E prontamente l’opinione pubblica londinese si è scagliata contro la banca, sostenuta da Downing Street nel corso della crisi. «Gli incentivi erogati nel 2010 al ceo Diamond riflettono il risultato annuale del gruppo, che si è rafforzato a livello globale», ha commentato l’istituto di credito. Ora, si punta più in alto.

Il Roe (Return on equity), cioè il principale indicatore della redditività aziendale, di Barclays dovrà salire fino a quota 13% nel 2012. Questo è il target di Diamond, che vuole fare della propria banca una macchina da profitti. Peccato che nel 2011 il Roe scenderà sotto quota 7%, dopo aver chiuso il 2010 al 7,2 per cento. Questo sebbene sia stata portata avanti una politica interna a base di tagli ed esuberi. Ma dato che Diamond ha messo in bilancio di raddoppiare questo parametro, anche dietro lauta remunerazione, è chiaro che stia tentando in ogni modo di raggiungere il suo scopo. Per farlo solo una via: l’assunzione di maggiori rischi. Ma dato che Barclays ha anche bisogno di capitali per gli investimenti, ecco che scatta l’emissione di Coco bond (Contingent convertible capital), obbligazioni convertibili in azioni se i coefficienti patrimoniali scendono sotto una data soglia, chiamata trigger.

L’idea di Diamond è quella di aumentare il leverage utilizzato dal suo istituto di credito. Via libera agli investimenti a leva, aumentando cioè il rapporto fra indebitamento netto e patrimonio. La speranza che è Diamond non utilizzi lo stesso atteggiamento della finanza mondiale nel periodo che precedette il crac Lehman Brothers. Ma su questo punto, c’è già la prima rassicurazione. Nel 2007 Barclays era uno degli istituti di credito più prudenti. A tranquillizzare gli azionisti ci penserà un sistema VaR (Value-at-risk) su base giornaliera, già ampiamente utilizzato, ma riproposto con modelli ancora più raffinati. Oltre a Barclays, anche un’altra banca vuole puntare sull’acceleratore del rischio. Le parole di Diamond seguono a quelle di Oswald Grübel, patron di UBS. Il colosso elvetico, infatti, dopo aver perso la partita dei Cocos nei confronti del Credit Suisse, sta cercando di correre ai ripari. E lo farà aumentando il leverage e le posizioni a rischio.

Per quanto riguarda i Cocos, la questione è diversa. Barclays ha necessità di aumentare la qualità del proprio capitale Core tier 1, cioè il patrimonio di vigilanza. Per fare ciò sta pensando di emettere queste particolari obbligazioni convertibili in azioni ordinarie se necessario. In tal modo il Roe non sarebbe intaccato e la banca avrebbe soddisfatto le proprie esigenze di rifinanziamento. Dopo il Lloyds, anche Barclays si appresta quindi a emettere questi strumenti, sebbene ci siano alcuni timori dei regolatori sul loro utilizzo. È di questi giorni infatti la proposta di Andrew Haldane, direttore esecutivo della stabilità finanziaria per la Bank of England, di sottoporre il trigger di conversione non a logiche di calcoli patrimoniali, bensì al mercato. La sua idea è quella di evitare nuove bolle. «La conversione dei Cocos potrebbe essere basato su alcuni semplici test di solvibilità legata al mercato», dice Haldane. Niente conversioni automatiche, quindi. L’obiettivo è quello di evitare spirali di vendite intorno una banca che raggiunge il trigger. Per ora i banchieri non sono d’accordo, ma è possibile che sia Barclays la prima ad adottare uno schema legato al mark-to-market. Del resto, il Coco bond firmato Diamond vedrà la luce verso il giugno di quest’anno.

Crescono i rischi, crescono le paure. Le istituzioni finanziarie di rilevanza sistemica (Sifi), ovvero le società troppo grandi per fallire (Too big to fail), stanno cercando di tornare ai livelli pre-crisi. Questo anche attraverso gli stessi comportamenti che hanno provocato il crollo iniziato nel 2007. E come sempre, non è tanto lo strumento in sé a essere dannoso, quanto il suo utilizzo estremizzato. Si spera che la finanza abbia imparato dai propri errori.  

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