Mastella, Zamparini e il Palermo a rischio sequestro

Mastella, Zamparini e il Palermo a rischio sequestro

Un centro commerciale come tanti. Ma realizzato su terreni destinati a un parco fluviale e con la compiacenza bipartisan di amministratori e politici locali, compreso l’ex guardasigilli Clemente Mastella.

Avviene tutto a Benevento. E il protagonista è il patròn del Palermo Calcio Maurizio Zamparini, che adesso rischia anche il sequestro di 25 milioni di euro di azioni della squadra rosanero nell’ambito dell’inchiesta della locale procura che lo vede indagato per truffa e corruzione. Stando all’ipotesi del pm Antonio Clemente, l’imprenditore friulano si sarebbe dato da fare per accelerare un iter burocratico divenuto lungo e faticoso, sollecitando l’accondiscendenza degli amministratori locali, mediante mazzette e promesse di posti di lavoro. 

Per capire a fondo questa storia bisogna partire dall’inizio, ossia dal 2003, quando Zamparini arriva nel Sannio per lanciare il suo nuovo progetto di grande distribuzione. I problemi iniziano da subito. A dirla tutta, per il centro commerciale di Zamparini non ci sarebbe stato proprio spazio, in virtù di una legge regionale (la numero 1 del 2000): la norma stabilisce che alla città di Benevento, tenuto conto della popolazione, spetta un solo centro commerciale destinato alla grande distribuzione. E quel centro c’è già, ed è in via di costruzione dall’altro capo del capoluogo.

L’offerta di Zamparini, però, è di quelle difficili da rifiutare. L’imprenditore promette centinaia di nuovi posti di lavoro e garantisce ricadute rilevanti in termini economici sul territorio. Secondo uno studio che viene fatto circolare in quegli anni, nel nuovo centro, che per omaggio alla storia locale sarà denominato “I Sanniti”, arriveranno consumatori da una area vasta, con un raggio di circa 50 chilometri. In molti, sindacati compresi, invitano in maniera più o meno diretta a sorvolare sulle presunte irregolarità, in base all’assunto che almeno il centro avrebbe creato nuove opportunità di sviluppo per il territorio. E a fronte di tanti potenziali vantaggi si acconsente a qualche deroga. Con un artificio linguistico e amministrativo si stabilisce che il nuovo insediamento non costituisce un nuovo centro commerciale, bensì solo la “delocalizzazione” di esercizi commerciali già esistenti nel centro cittadino. La giunta di centrodestra, che all’epoca governa la città, si occupa di dare concretezza al tutto, con una serie di atti amministrativi emanati tra il 2001 e il 2006. Al tempo stesso, i titolari di diversi negozi cittadini vengono convinti a riunirsi in consorzio e a spostare la propria attività nella nuova sede decentrata.

Per porre la prima pietra dei Sanniti, tuttavia, ci sono altri ostacoli da superare. Uno in particolare non è di poco conto. L’area commerciale a disposizione di Zamparini non arriva a 50mila metri quadrati. Troppo pochi per realizzare la struttura, la strada e i 34mila metri quadrati di parcheggi obbligatori. Certo ci sarebbero altri 50mila metri quadrati di terreni contigui, acquistati dallo stesso Zamparini, che però si trovano nell’ansa alluvionale del vicino fiume Calore e sono destinati dal piano regolatore del ’71 alla creazione di un “grande parco fluviale”. Inizialmente si pensa di ovviare al problema con la costruzione di un’area parcheggio sul tetto della struttura, ma si capisce subito che l’idea non è realizzabile per ragioni strutturali. Ecco quindi l’idea risolutiva: l’amministrazione cittadina autorizza la costruzione di un parcheggio di quasi 23mila metri quadrati al di fuori dell’aera commerciale, in una metà dell’area destinata dal piano regolatore al parco fluviale. Il tutto a patto della cessione (mai avvenuta) dell’altra metà e della sua destinazione a uso pubblico.

Nel frattempo al comune arriva il centrosinistra. Ma l’accordo raggiunto dalla amministrazione precedente viene confermato, con l’integrazione di una serie di oneri a carico dell’imprenditore che si impegna a realizzare diverse opere infrastrutturali nella zona (mai portate a termine), tra cui un parco pubblico e la messa in sicurezza dei reperti archeologici rinvenuti nell’area. E anzi è proprio sotto la giunta di centrosinistra, nell’ottobre 2006, che il centro commerciale vede finalmente la luce.

Secondo l’inchiesta della procura, che si è chiusa solo un paio di settimane fa, il merito va in particolar modo all’allora guardasigilli nonché influente personaggio della zona, Clemente Mastella, e alla moglie e consigliera regionale Sandra Lonardo. Secondo la ricostruzione del pm Clemente, i due, sollecitati dallo stesso Zamparini, intercedono nei confronti dell’assessore all’Urbanistica dell’epoca, Aldo Daminano, in quota Udeur, perché vengano rimossi gli ostacoli residui all’apertura del centro. A provarlo – sempre secondo il pm – ci sarebbero un paio di incontri avvenuti tra lo stesso Zamparini e i coniugi Mastella alla fine dell’estate del 2006. E soprattutto un bonifico di 50mila euro datato 4 giugno 2007 (qualche mese dopo l’inaugurazione del centro) ed effettuato dall’imprenditore friulano a favore di “Iside Nova”, l’associazione no-profit creata dalla famiglia Mastella per organizzare spettacoli ed eventi culturali.

Per le vicende beneventane, Zamparini è stato già rinviato a giudizio con l’accusa di “lottizzazione abusiva”. Adesso rischia adesso di finire sotto processo anche per truffa (vista la mancata consegna rispetto accordi delle opere al comune) e corruzione .

Intanto, cinque anni dopo l’apertura del centro commerciale, alla città è rimasto poco o nulla di quanto promesso. Dei cinquecento posti di lavoro di cui si parlava inizialmente, ne sono arrivati non più di 300, garantiti per lo più dalla “Coop”. Ma la stessa Coop ha progressivamente ridotto l’organico e adesso si appresta a chiudere del tutto. E da tempo ha già chiuso “Mandi”, il negozio di arredamento di proprietà dello stesso Zamparini. Al tempo stesso, la creazione del colosso commerciale ha danneggiato pesantemente i piccoli commercianti della città, che non sono riusciti a far fronte alla concorrenza.

Un po’ diversamente sono andate le cose a Zamparini che, almeno da un punto di vista dell’investimento, non può proprio lamentarsi della sua avventura in terra sannita. Come si legge in un recente dossier di Altrabenevento, un’associazione locale che dall’inizio si è occupata di denunciare le irregolarità che hanno accompagnato la costruzione del centro commerciale, l’intera operazione è costata 45 milioni di euro. L’imprenditore friulano però ne ha ottenuti subito indietro 14 milioni in credito di imposta (tasse da non pagare) per  aver investito in aree svantaggiate al fine di creare occupazione. E altri 30 milioni li ha incassati cedendo l’intera proprietà alle banche con la formula del lease-back, che lo trasforma da proprietario a semplice “utilizzatore”, ma che gli consentirà, di qui a dieci anni, di riscattare il bene. Le condizioni dell’accordo sono vantaggiose, visto che al momento Zamparini paga alle banche 1,3 milioni di euro all’anno per il leasing, ma ne incassa 3,4 di affitto dalla Coop e dagli altri commercianti ospitati dal centro.

Proprio il fatto che Zamparini non sia più il proprietario della struttura, ha spinto il pm a chiedere il sequestro delle azioni del Palermo Calcio per un valore di circa 25 milioni ritenuti equivalenti all’ingiusto profitto realizzato da Zamparini attraverso i reati contestati. L’ipotesi di sequestro è stata giudicata ammissibile dalla Cassazione e adesso si attende il pronunciamento del tribunale del Riesame di Benevento.

Intanto gli interessati nella vicenda smentiscono tutto. «Né io né mia moglie siamo mai intervenuti sul sindaco e su altri funzionari pubblici per sollecitare l’apertura del centro commerciale in assenza o in violazione delle condizioni previste dalla legge», ha spiegato Mastella all’indomani del ricevimento dell’avviso di chiusura delle indagini.

Anche Zamparini ha in più di un occasione dichiarato la propria estraneità, affidando il suo sfogo alla stampa. «Una vicenda triste, che rispecchia il nostro paese, una vicenda che non sta né in cielo né in terra. Perché proprio a me? Fare gli imprenditori in Italia è difficile, è una scommessa. Queste vicende non toccano solo me, ma anche altra gente che investe in un paese sconnesso come l’Italia, un paese malato. Anche la categoria dei giornalisti sbaglia assecondando certe cose, dobbiamo reagire, il paese sta male».