Pochi, precari e senza soldi: sono i nostri ricercatori

Pochi, precari e senza soldi: sono i nostri ricercatori

La ricerca italiana fa miracoli, non si può dire altro. Scarsi finanziamenti, precariato, tagli in bilancio, eppure la produzione scientifica resta un’eccellenza del nostro Paese. È il risultato di un’indagine conoscitiva condotta dalla commissione Cultura della Camera, i cui risultati saranno pubblicati nelle prossime settimane. Il frutto di nove mesi di incontri e confronti con docenti universitari, rettori di università pubbliche e private, rappresentanti dei ricercatori e dirigenti dei più noti enti di ricerca.

Tra le criticità rilevate, l’ostacolo principale allo sviluppo del sistema è senza dubbio la scarsità di fondi. Una «progressiva e spesso ingiustificata riduzione e insufficienza di risorse». Pubbliche e private. Oggi in Italia gli investimenti in ricerca e innovazione sono fermi all’1,1 per cento del Pil. Un risultato modesto, considerato che la media europea si attesta attorno al 2 per cento (contro il 2,5 degli Usa e il 2,7 del Giappone). Ma il dato più allarmante, come evidenzia la commissione, è «la stasi quasi completa degli strumenti di finanziamento pubblico». Oggi pari allo 0,56 per cento del Pil.

A pagarne le spese sono le realtà prive di risorse autonome. Seppure scientificamente avanzate. In linea con l’attuale normativa, infatti, sempre più spesso i contributi «vengono liquidati successivamente allo svolgimento della ricerca». Un fenomeno dagli esiti paradossali: al momento dell’indagine gli ultimi bandi nazionali pubblicati dal ministero dell’Università e della Ricerca risalivano al 2005. A distanza di cinque anni le imprese vincitrici di quei bandi non avevano ancora ricevuto né i contratti né i finanziamenti previsti.

Di fronte al problema dei finanziamenti, ognuno si arrangia come può. Tra le realtà più fortunate c’è il Cnr, il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il presidente Luciano Maiani non può lamentarsi. Perché se è vero che il contributo offerto dallo Stato non è neppure in grado di coprire le spese fisse dell’Ente – al netto degli stipendi non supera il 24 per cento delle entrate – quello del Cnr è uno dei pochi finanziamenti pubblici a non aver subito tagli.

Diverso il caso dell’Inaf – l’Istituto nazionale di Astrofisica – che dal 2007 ha esaurito le sue riserve finanziarie. Per proseguire le sue attività ha dovuto ricorrere all’indebitamento esterno «contraendo mutui con la Cassa depositi e prestiti – si legge nelle conclusioni dell’indagine – per far fronte alle spese obbligatorie per la messa a norma e in sicurezza delle molte sedi». Situazione difficile anche per l’Infn – l’Istituto nazionale di fisica nucleare. Qui dal 2005 al 2010 – ha spiegato il presidente dell’Ente Roberto Petronzio – il denaro disponibile per la ricerca si è ridotto del 40 per cento.

Quando i finanziamenti ci sono, troppo spesso vengono assegnati senza tener conto del merito e dei risultati. Un problema che alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli conoscono bene. È il più famoso istituto di ricerca italiano – la fondazione della stazione risale al 1873 – specializzato nello studio della biologia marina. Il primo ente di ricerca autonomo. Il consiglio scientifico comprende i direttori dei più importanti istituti di ricerca di biologia del mondo e tre premi Nobel. Eppure, a dispetto dei grandi risultati raggiunti, i contributi economici sono rimasti identici dal 2006 al 2010.

L’indagine della commissione si sofferma sull’identità dei ricercatori. Anche stavolta il quadro generale è desolante. Gli scienziati italiani? Dai dati risultano essere pochi e – per gran parte – precari.

Dottorandi e ricercatori di Inghilterra, Francia e Germania sono da tre a cinque volte più numerosi dei loro colleghi italiani. Secondo i dati Eurostat raccolti dalla commissione, «l’Italia è attualmente il Paese in cui, rispetto alla popolazione complessiva, c’è il numero più basso di dottori di ricerca». Meno numerosi, ma anche meno pagati. A differenza delle altre realtà europee il nostro Paese resta caratterizzato dalla figura del dottorando senza borsa. In pratica un ricercatore su due non riceve alcun sostegno economico per l’attività che svolge.

Particolarmente significativo il caso dell’Istituto nazionale di Astrofisica. Fino allo scorso anno qui lavoravano almeno 600 ricercatori. La metà dei quali con regolare inquadramento. E l’altra metà – qualificata come astronomi – senza contratto. Eppure si tratta di un centro d’eccellenza. Astronomia e astrofisica sono il fiore all’occhiello della nostra ricerca. Basti pensare che il 10,3 per cento della produzione mondiale di ricerca in questo settore è opera di italiani (siamo al quinto posto nel mondo).

Pochi fondi e gli scienziati precari se ne vanno. Negli anni, i tagli al bilancio complessivo in materia di università hanno ridotto il numero dei concorsi banditi. Ai ricercatori, così, non è rimasto che trasferirsi altrove in cerca di condizioni economiche migliori. Il rischio – come ha chiarito il rettore di Roma Tre Guido Fabiani – è quello di perdere una leva di giovani, «che sta andando all’estero perché non vi è la possibilità di dare loro una prospettiva». 

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