Acqua, comunque vada non sarà un successo

Acqua, comunque vada non sarà un successo

L’esito dei due referendum sull’acqua non risolverà i problemi del sistema idrico nel nostro paese, indipendentemente dal risultato. Vale a dire dal fatto che si raggiunga o meno il quorum. Può apparire un concetto paradossale quasi provocatorio ma non lo è. Un merito comunque lunedì i due referendum lo hanno già acquisito in ogni caso: aver dimostrato in tutta evidenza che l’attuale legislazione è inadeguata e da qualunque parte la si guardi mostra vistose pecche.

La percentuale di votanti e il possibile raggiungimento del quorum serviranno a dimostrare quanti italiani si siano convinti della necessità di cancellare una legge inadeguata. Peccato che abrogandola si cancelli una brutta legge ma non se ne sostituisca ad essa un’altra, ripristinando un ritorno al passato che anche a sinistra non viene visto come un toccasana ai mille problemi che acquedotti , fogne e depuratori pongono in questo momento e porranno in modo ancora più pressante nei prossimi anni. In altre parole finita la bagarre elettorale si deve cominciare a riflettere sul fatto che manca ancora una politica per l’acqua in Italia, nonostante siano passati 17 anni dalla approvazione della legge Galli. Una vittoria del si costringerà ad accelerare i tempi, ma in ogni caso sembra ormai evidente a molti come sia necessario procedere comunque a scrivere una nuova legge sull’acqua che regoli gli aspetti più controversi legati a liberalizzazione e tariffa idrica e crei un nuovo quadro normativo.

Una vittoria del sì porterebbe alla cristallizzazione della situazione attuale e un ancora maggior ricorso delle gestioni “in house”, vale a dire l’affidamento diretto di Comuni, Province e Regioni ad aziende di loro proprietà. Ad oggi il 73% della rete idrica è gestita dal pubblico, il 23% da società miste a maggioranza pubblica, il 3% dai privati. E con essa alle inevitabili difficoltà di finanziamento dei 64 miliardi di investimenti previsti da parte del sistema bancario, Di questi 64 miliardi di investimenti programmati in 30 anni, a un ritmo di 2,2 miliardi l’anno, più della metà riguardano i sistemi di fognature e depurazioni.

Il mancato raggiungimento del quorum cristallizzerebbe invece tutti i problemi e le inadempienze oggi sul tappeto, emersi in queste settimane di dibattito. La prospettiva di liberalizzazione entro l’anno non ha reso più facile l’erogazione degli investimenti attesi, sempre i famosi 64 miliardi, al momento realizzati per poco più di metà del previsto (o per un terzo quando finanzia il Tesoro). La qualità del servizio idrico è scadente, manca una vera regolazione, e molti temono che l’istituenda Agenzia di vigilanza dell’acqua, prevista dal decreto legge sullo sviluppo, non sia all’altezza del compito, se non viene trasformata in una vera Autorità indipendente. Su tutto ciò vigila Bruxelles che venti giorni fa ha inviato una nuova procedura di infrazione per i ritardi con cui procede la realizzazione del sistema di depurazione, necessario a garantire la qualità dell’acqua. Solo nel 2010 sono stati deferiti alla Corte di Giustizia 820 agglomerati urbani. Visto lo stato delle infrastrutture, altre denunce arriveranno nei prossimi anni. I tempi non sono stretti, le sanzioni scatteranno in modo definitivo dal 2016 ma vista la quantità di comuni sotto accusa potrebbe trattarsi di una multa pesantissima e quotidiana dalla sentenza fino al rispetto delle direttive. Chi pagherà? Stando alla legge Galli era obbligo del Governo e non degli enti locali fornire le risorse per depuratori e fognature.

L’impressione è che sulla falsariga del quesito referendario si sia discusso della contrapposizione tra pubblico e privato lasciando ai margini i veri problemi. La questione centrale è un altra: che il gestore, pubblico o privato che sia, faccia un buon uso delle risorse e sia scelto per svolgere al meglio l’interesse pubblico. In giro per l’Italia e per l’Europa si può trovare un lungo elenco di gestori non efficienti o peggio. Privati e pubblici. In Italia, complici norme lacunose, la scarsa abitudine alle regolamentazioni e la mancanza di concorrenza, il settore pubblico nel suo complesso non ha dato grande prova di capacità gestionali, ma in Francia, dove il 70% della rete idrica è in appalto, il comune di Parigi ha deciso dopo 24 anni di mettere alla porta i privati (tra i più bei nomi mondiali del settore) che non garantivano trasparenza, non reinvestivano gli utili per migliorare il servizio e continuavano a far gravare sulle casse pubbliche tutti i lavori infrastrutturali. E con il ritorno in mano pubblica, all’inizio del 2010, la Municipalità ha risparmiato 35 milioni e abbassato dell’8% le tariffe.

Gli elementi centrali del complesso problema dell’acqua sono proprietà, controllo e gestione, non pubblico contro privato. Sono termini complessi da tradurre in politichese, anche perché una gestione privata convive di norma con la proprietà pubblica e il controllo diventa il perno della triade. E in Italia, soprattutto nel settore idrico, esistono norme lacunose: e una cattiva regolazione rischia di diventare un boomerang in termini di applicazione e gestione. A fronte di regole serie e chiare anche gli enti pubblici si troverebbero costretti a confrontarsi con il mercato e con una gestione efficiente, cancellando quei piccoli monopoli locali che oggi sono distribuiti in tutta la penisola e che non hanno certo migliorato i conti delle aziende chiamati a gestirli. In termini più tecnici l’asimmetria informativa tra gestori, regolatori e utenti è enorme e resta carente il quadro informativo nazionale.

A giorni arriverà la nuova Agenzia di vigilanza dell’acqua, e sarà un banco di prova per capire se sia il primo tassello di una nuova politica idrica o solo l’ennesima tentativo un po’ furbesco di trovare una risposta tardiva ai quesiti posti dai referendum. Le nomine saranno un banco di prova per capire livello di indipendenza e competenza della nuova struttura. La regolazione debole è una delle principali cause del dissesto attuale e ha contribuito a ignorare gli interessi dei cittadini e a farli sentire completamente estranei. Nonostante l’esistenza da più di dieci anni di una direttiva Ue sulla partecipazione dell’utente.

Due italiani su dieci non hanno le fogne. Dai rubinetti del sud, in un caso su due, esce acqua non depurata. La rete degli acquedotti ha 32 anni di vita. E sui 300.000 chilometri di tubi che trasportano l’acqua nelle nostre case almeno 50.000 andrebbero riprogettati, ad evitare come succede adesso che si perda per strada una percentuale che oscilla tra il 37% e il 47% del totale, la metà di quel che sgorga dalle sorgenti. Un foro da 1 millimetro in un tubo fa perdere 2.300 litri di acqua al giorno. Secondo diverse stime le perdite accumulate dai vecchi acquedotti della penisola ammontano a 3-4 miliardi di metri cubi l’anno. Questa la drammatica situazione, soprattutto nel Meridione, mentre al Nord l’inadeguatezza riguarda fogne e impianti di depurazione.

Questi solo alcuni dei problemi che attendono una soluzione nei prossimi anni e sembra difficile immaginare che la cancellazione delle norme sotto referendum possa portare a soluzioni nuove. Oggi convivono sotto lo stesso tetto legislativo gestori inefficienti trasformati in poltronifici e macchine da voti e aziende che funzionano come orologi: Milano ha l’acqua pubblica meno cara d’Italia e perde dai tubi 11 litri su 100. D’altra parte la legge prevede una pasticciata liberalizzazione ma in realtà non fissa regole e quadri di riferimento quasi quello dei privati fossei un intervento salvifico e dimentica le città del Sud dove gestori privati faticano a portare l’acqua ai rubinetti. Quindi l’importante è capire già dalle prossime settimane cosa si potrà fare per trovare gestori anche pubblici in grado di realizzare investimenti e interventi che non possono più tardare. L’Italia idrica resta un groviera non tanto e non solo nella sua rete di tubi arrugginiti ma nella scarsa tenuta di amministrazioni inadeguate nelle funzioni di programmazione, controllo e regolazione. Che comunque, vincano o meno i referendum, rimarranno appannaggio del legislatore.

Il pubblico non funziona. Falso (almeno in parte). L’acqua italiana è ancora in buona parte in mano agli enti locali – 54 Ambiti territoriali ottimali (Ato) su 92, più altri 13 affidati a multiutility a forte presenza pubblica – e nel mazzo c’è di tutto.. E in fondo persino Parigi e Berlino, dopo aver provato sulla loro pelle gioie e dolori dell’acqua privata, hanno deciso di fare marcia indietro rimettendo le mani sulla gestione dei loro acquedotti.

Tariffe più alte con i privati. Vero. Ma con una parziale spiegazione. Dal 2002 al 2010, con lo sbarco del mercato negli acquedotti, le bollette degli italiani sono cresciute del 65%. Nove anni fa ogni italiano pagava in media 182 euro l’anno, oggi siamo a 301. Colpa della privatizzazione? A guardare la classifica delle città più costose, verrebbe da dire di sì: 21 dei 25 Ato più cari d’Italia sono in mano a privati o in gestione mista. I cittadini di Latina lamentano aumenti fino al 3000% dopo il parziale ritiro del pubblico, rialzi a tre cifre si sono registrati anche in Liguria e Toscana. Un’enormità. La ragione, sostengono i diretti interessati, è semplice: le bollette più alte sono quelle che scontano i maggiori investimenti. I privati ne mandano in porto in media l’87% di quelli previsti (che però faticano a tradursi in reali recuperi d’efficienza, dice il Forum dei movimenti per l’acqua). Il pubblico molto meno del 50%. Un po’ perché mancano i fondi, ma pure per evitare impopolari aumenti delle bollette. Il saldo dare/avere dei primi 15 anni di liberalizzazione idrica è però sconfortante: negli anni ’90 l’Italia dell’acqua pubblica – all’epoca pagava Pantalone, alias lo Stato, attraverso la fiscalità – investiva ogni anno 2 miliardi sui suoi acquedotti. Oggi siamo scesi a 700 milioni.

Il nodo di investimenti e controlli. Da dove arriveranno allora i 64 miliardi necessari per rimettere in sesto i tubi d’Italia? Pubblico o privato, meglio rassegnarsi: lo Stato, calcola il Censis, sarà in grado di mettere sul piatto circa il 14% di questa cifra. Il resto, se si vorrà spenderlo, dovrà arrivare dalle tasche della collettività. Solo i lavori previsti tra il 2011 e il 2020, calcola Utilitatis, le faranno salire del 18% portandole comunque, assicura l’organizzazione delle utility nazionali, ben al di sotto della media dei prezzi pagati nel resto d’Europa. I privati scaricheranno i costi sull’utente finale. Comuni o enti locali – già oggi in condizioni finanziarie da incubo – potranno al limite tagliare investimenti altrove o finanziarsi su altre voci del bilancio pubblico. Alla fine però il conto lo salderanno sempre i cittadini.

Chi controllerà il mercato dell’acqua che uscirà dal referendum? Per vegliare sul settore è stata appena creata – con colpevole ritardo – un’authority. I cui poteri però sono ancora in buona parte da definire. Il problema – vista la stretta correlazione tra quantità e bontà degli investimenti e aumenti delle bollette – sarà di dotarla degli strumenti necessari per una reale attività di supervisione. La torta in ballo vale 64 miliardi e ha scatenato l’appetito di molti profeti (non proprio disinteressati) del libero mercato. E visti i risultati, anche tariffari, delle privatizzazioni degli altri monopoli naturali italiani, non c’è da essere troppo ottimisti.
 

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