Erdogan cambia idea e prende le distanze da Assad

Erdogan cambia idea e prende le distanze da Assad

ISTANBUL – Il più grande incubo turco in questo momento si chiama Siria. Il premier Recep Tayyip Erdogan non ha avuto neanche il tempo di riprendersi dalle fatiche della campagna elettorale che deve pensare a un’emergenza, impensabile fino a quattro mesi fa, che rischia di influire negativamente sul Paese della Mezzaluna dal punto di vista interno e suscita perplessità su una politica estera che fino a questo momento era stato il fuore all’occhiello dell’esecutivo.

A poche ore dal voto il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha attaccato per la prima volta direttamente il regime di Bashar Assad, accusando il suo regime di “atrocità inaccettabili” ai danni del popolo siriano, soprattutto in riferimento all’intervento dell’esercito contro I ribelli a Jisr al-Shughour, a 40 chilometri con il confine con la Turchia.

Fino a questo momento sono oltre settemila i siriani che hanno varcato la frontiera in cerca di riparo e fortuna e secondo i media della Mezzaluna ce ne sarebbero altri 15mila ammassati al confine pronti a passare. Fra questi ci potrebbero essere anche molti curdi, magari vicini al Pkk, che vorrebbe dire un rischio duplice per quanto riguarda la sicurezza interna della Turchia.

Il governo alla vigilia delle elezioni ha dichiarato di aver versato alla prefettura dell’Hatay circa 350mila euro. La Kizilay, la Mezzaluna rossa, sta gestendo l’emergenza in modo impeccabile, ma l’esecutivo sa benissimo che questo non basta.

Da giorni ad Ankara si rincorrono voci circa un riposizionamento della Turchia sulla questione siriana, ma il timore che i rapporti con Damasco potessero venire danneggiati dall’ondata di rivolta, come avevano detto fonti diplomatiche turche a Linkiesta due mesi fa, era presente da ben più tempo. La Siria infatti rappresenta in assoluto lo Stato più sensibile per la Turchia per la credibilità della sua politica estera.

Era stata il primo Paese a beneficiare della politica del buon vicinato inaugurata dal 2009 dal ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu. Ankara era riuscita a recupera i rapporti critici fino a qualche anno prima e a farlo diventare un modello delle sue nuove relazioni con tutti i Paesi nell’area. Il coronamento di questo processo era arrivato il 17 settembre del 2009, quando i due governi hanno firmato per l’abolizione dei visti di ingresso, entrata poi in vigore nel 2010.

Ankara ha sempre detto che non intende fare decadere l’accordo in questa situazione di emergenza e che è pronta in qualsiasi momento a venire incontro ai “fratelli siriani”. Lo stesso premier Erdogan li ha ricordati nel suo discorso dopo i risultati elettorali, insieme con il popolo libico, egiziano, tunisino. Tutti Stati che guardano alla democrazia turca come un modello. Ma lo smarcamento da Assad, che Ankara inizialmente ha fatto di tutto per tenere al suo posto, è un’operazione che non sta passando inosservata.

Nelle ultime settimane c’è stata un’accelerazione. Il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, aveva più volte detto che Assad doveva essere più incisivo sulle riforme e ieri ha riunito un gruppo per discutere la crisi. Erano addirittura circolate voci che la Turchia fosse pronta a creare per la Siria una piattaforma per la democratizzazione del Paese. Ma poi la situazione è precipitata e ad Ankara non è rimasto altro che una virata a 180 gradi. Il problema è che si tratta della seconda in pochi mesi, dopo quella sulla Libia. Anche lì la Turchia aveva cercato di diventare l’ago della bilancia, fino a criticare il regime di Gheddafi come tutti. Il Paese, che ambisce al ruolo di grande mediatore mediorientale, è tornato sui suoi passi per la seconda volta in due mesi.