“Io il calcio non lo chiamo più uno sport”

“Io il calcio non lo chiamo più uno sport”

Sul fango del Dio pallone, Carlo Petrini ci ha scritto un libro. Era il 2000 e Petrini, uno dei calciatori più noti degli anni Settanta era appena tornato in Italia, dopo averla abbandonata, per debiti e tutta una serie di conti che non tornavano, anche con il mondo del calcio. Ha pubblicato altri sette libri e dal primo è nato uno spettacolo teatrale e un documentario, Centravanti nato.

Centroavanti di Genoa, Milan e Roma fra le oltre dieci maglie cambiate in carriera, «Quel pazzo di Petrini, come mi chiamano quelli che sono ancora dentro il mondo del calcio», ha alzato il velo sul lato oscuro del calcio, sulle scommesse, il doping sistematico, su «tutto quello che nel calcio si fa ma non si deve dire», come racconta la presentazione del suo libro. Nella vicenda che emerge dalle indagini, durate sei mesi e che coinvolgerebbero l’ex bomber della Lazio Beppe Signori e altri calciatori, squadre e partite di serie A, B e Lega Pro. Per il gip Guido Salvini, l’attività dell’organizzazione al centro dell’operazione di oggi «rischia di avere già falsato alcuni dei risultati dei vari campionati: basti pensare che l’Atalanta e il Siena sono state recentemente promosse in serie A e si tratta di due delle squadre coinvolte».

Signori, raggiunto dall’Ansa, ha detto: «Ma non avete pietà in questa situazione? Abbiate pietà. Io non posso dire nulla, incontrerò il mio legale e poi parlerà lui per me». Petrini, della vicenda di oggi, dice che «non mi è venuto in mente qualcosa o mi ha sorpreso perché io sono quello che racconta quello che del calcio non si vede. Quando vengono fuori queste cose, di sicuro non mi sorprendo. Ci sono state e ci saranno ancora».

Ha una voce piena e calma, diretta. «Non è possibile che il calcio sia un’isola felice dove non c’è il doping, non ci sono le scommesse, dove tutti sono belli, tranquilli e sereni. Il calcio ha tutti i problemi che ci sono nella vita… Esiste un calcio che non è pulito». Petrini, il lato oscuro del calcio l’ha raccontato, tant’è che oggi «non lo chiamo neanche più uno sport». I suoi libri sono stati spesso osteggiati, però «quando leggono quello che scrivo e pensano che io sia pazzo, poi dopo qualche anno arrivano queste notizie e mi chiamano per dirmi che avevo ragione».

La vicenda di oggi riporta al marzo del 1980, quando esplose il primo scandalo del calcio scommesse in Italia. Giocatori arrestati sui campi da gioco, Milan e Lazio retrocesse in serie B, squalifiche per decine di calciatori, fra cui Petrini, per tre anni e sei mesi. «Noi allora siamo stati massacrati: ci hanno trattato come bestie al macello. I miei figli sono stati umiliati a scuola». L’amnistia della Figc nel 1982 per il mondiale vinto in Spagna era arrivata fuori tempo massimo per Petrini, che in seguito aveva iniziato a gestire una società finanziaria. Dopo arrivarono i debiti, gli strozzini e la decisione di lasciare l’Italia. Tornerà definitivamente nel 1998, dopo che il figlio Diego era morto tre anni prima a Genova.

Con la propria verità scritta nei libri, «ora c’è un po’ più di serenità, perché spero che le persone recepiscano. Io dal calcio ho avuto cose belle e brutte e quelle brutte mi hanno ridotto ad aver bisogno di mia moglie in ogni momento». Petrini infatti ha avuto un tumore al cervello e un glaucoma. «Oggi non ci vedo quasi più. Ma il calcio comunque non lo guarderei, se ci vedessi».

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