I kamikaze del Tea Party: “la nostra missione è il debito”

I kamikaze del Tea Party: “la nostra missione è il debito”

Tra la Casa Bianca e Capitol Hill dicono ormai che si aggirino due comandanti feriti, all’indomani del nuovo stallo nel dibattito sul debito pubblico americano. Da una parte c’è il commander in chief, il presidente degli Stati Uniti Barack Obamache nei sondaggi Gallup ha raggiunto il punto più basso in termini di approvazione: solo il 40% dell’opinione pubblica ha espresso un parere favorevole al suo mandato, con un calo di sei punti rispetto allo scorso mese che si è intensificato durante la calda settimana appena conclusa.

Poi c’è John Boehner, lo Speaker della Camera dei rappresentanti, punto di riferimento del partito repubblicano. Ha tentato fino all’ultimo di trovare un accordo all’interno del Grand Old Party tra le due anime che ne stanno segnando le sorti: quella moderata e quella delle matricole che non hanno alcuna intenzione di allentare la presa. Sono l’espressione dei Tea Party, entrati con irruenza nei corridoi del potere lo scorso novembre con le midterm elections. Boenher ha gli occhi di chi non sa esattamente da che parte fissare lo sguardo. Proseguirà nell’opera di diplomazia nel suo partito, ma è davvero difficile trarne le somme, a meno che la Casa Bianca non faccia un passo indietro e non accolga la richiesta degli irriducibili: tagliare le tasse e tagliare la spesa pubblica.

Il gioco della politica ha finito così per aprire un nuovo fronte nella parte di trincea che sembrava più solida. I repubblicani sono all’opera per rinsaldare la base e stanno intervenendo anche le lobby come la US Chamber of Commerce. Bruce Josten, il numero due dell’organizzazione che tanto si era spesa ai tempi per appoggiare la cavalcata dei Tea Party verso Washington, staccando un assegno di 32 milioni di dollari, sostiene che i deputati a questo punto dovrebbero appoggiare un innalzamento del tetto del debito per evitare guai al business americano. 

Un approccio pragmatico e al quale i freshman (come vengono definite le matricole Oltreoceano) ribattono che in realtà è la Casa Bianca a paventare il rischio default per incutere timore e portare avanti un’agenda politico-economica da big government. Il punto chiave passa da qui: qual è il rapporto tra i repubblicani “anziani” e le nuove leve all’interno del partito? C’è il rischio concreto di una spaccatura a metà?

La risposta passa anche da quanto accaduto martedì alla Heritage Foundation, il centro di ricerca di politiche conservatrici che ospita il briefing settimanale dei blogger della destra americana. C’erano i libertari, quelli del Sud, dell’Est e dell’Ovest e c’era un congressman dall’Oklahoma, tale James Lankford, anche lui approdato a Washington con le midterm. Prima era Program Director di Falls Creek, il più grande centro giovanile cristiano (battista per la precisione) d’America, capace di ospitare fino a 51.000 persone. Capelli rossi e orecchie e punta, sembra un folletto irlandese e ha dimostrato la stessa grinta quando è intervenuto nel dibattito all’Heritage Foundation. 

Ha spiegato che lui e i nuovi arrivati sono stati eletti per un motivo solo: il debito di Obama. Poco importa che i membri del Tea Party abbiano idee diverse sull’aborto o le operazioni militari in Libia, dal momento che fanno quadrato quando si discute di deficit. C’è addirittura chi ha tirato in ballo Dio, apparso in sogno perché si votasse no al disegno dell’amministrazione democratica: particolari di una storia molto americana. 

Per alcuni sono dei kamikaze schizofrenici, per i colleghi abituati ai sottili equilibri della politica sono un rischio troppo grosso alla vigilia del 2012, l’anno delle Presidenziali: il loro ostruzionismo andrebbe non solo a svantaggio degli Stati Uniti, ma soprattutto a favore di Obama se identificati come causa del tonfo economico americano. Ma loro, quelli del Tea Party, i nuovi arrivati in Campidoglio, tirano dritto.

Lankford ha spostato le lancette al 2002, ricordando come nelle elezioni di metà mandato di quell’anno tra i repubblicani trovarono spazio i candidati ossessionati dalla sicurezza nazionale, in risposta all’11 settembre. Oggi l’ossessione sono il debito pubblico e l’ingerenza governativa, tanto che mentre l’attenzione mediatica mondiale era concentrata sul rischio default, sempre martedì scorso hanno portato in discussione alla House of Representatives un documento nel quale si chiede ad Obama di dare il via libera all’oleodotto che dovrebbe scendere dal Canada al Texas.

Garantirebbe 20.000 nuovi posti di lavoro e milioni di barili di petrolio che abbasserebbero il prezzo alle pompe di benzina, ma i democratici non vogliono scontentare l’elettorato ecologista. Ai loro occhi è l’ennesima prova che il presidente stia ostacolando la crescita del libero mercato. Concetto sul quale i “senatori” del partito repubblicano non possono obiettare.  

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