Nella Tunisia “liberata” non si può più manifestare

Nella Tunisia “liberata” non si può più manifestare

TUNISI – In Tunisia dove tutto è cominciato per il momento vince il partito dell’ordine. Era previsto per oggi il sit in chiamato “Kasbah 3” che avrebbe dovuto seguire le due edizioni precedenti che si sono tenute
nelle settimane scorse all’insegna della discussione pubblica dei temi riguardanti i diritti civili e politici. Ad accorrere verso il centro di Tunisi per manifestare non sono stati solo gli abitanti della capitale, ma anche molti tunisini provenienti da quelle province rurali del Sud da dove partì la scintilla rivoluzionaria nello scorso gennaio.

La polizia ha di fatto impedito l’accesso alla Kasbah, dove si concentrano i palazzi del potere, e mandato così a vuoto il sit in di discussione ancor prima che di protesta. Le forze di Polizia hanno sbarrato ogni accesso alla Kasbah fin dalle prime ore del mattino e hanno prevenuto ogni possibile provocazione della piazza con un ampio dispiegamento di forze. Per testimonianza diretta di chi scrive, gli ordini erano sicuramente di respingere ogni tentativo di avvicinarsi alla Kasbah senza risparmiare sui lanci di lacrimogeni e sulle cariche contro i manifestanti.

Non è dunque servito l’appello lanciato ieri dal sindacato autonomo delle forze dell’ordine che chiedeva la massima neutralità verso la dimostrazione in programma, appoggiandone indirettamente il significato politico: macchine fotografiche e cineprese della stampa sono state allontanate mentre la reazione delle forze dell’ordine ha assunto un carattere sproporzionatamente violento. Oggi è stato di fatto proibito, nonostante ogni dichiarazione in senso contrario, quel diritto a
manifestare che rappresenta il fulcro stesso della rivoluzione tunisina.

Certo tra quei dimostrasti che appartengono a diverso titolo alla società civile tunisina che, ancor prima dei partiti, è la vera anima della manifestazione si possono infiltrare facinorosi e violenti che, come è successo mesi fa, hanno per intento solo quello di sfogare il proprio malcontento in azioni violente, magari saccheggiando qualche
negozio. Tuttavia non si può certo ridurre il clima che si respirava oggi in strada a questa fattispecie minoritaria, che anzi proprio l’atteggiamento repressivo della polizia finisce per alimentare.

Sulla stampa tunisina è in corso un ampio dibattito sul fatto che uno dei primi e più visibili risultati della rivoluzione sia una degradazione dell’ordine pubblico per gli scioperi continui, l’aumento della microcriminalità e i crescenti disservizi nei servizi pubblici. Fatti tutti veri che però sono stati presi a pretesto dalle forze conservatrici, almeno in parte legate all’ex regime di Ben Ali, per mettere in atto una involuzione autoritaria del corso rivoluzionario.

Il vero segnale d’allarme non viene forse neppure dalla piazza di Tunisi, ma dalle province dell’interno dove l’esplosione di malcontento popolare fu all’origine della rivoluzione nello scorso gennaio. La situazione nella città di Gafsa è fuori controllo ormai da giorni: chi lamenta si tratti di puri atti di violenza e delinquenza chi invece denuncia sulla stampa tunisina la repressione a danno dei partiti usciti dalla clandestinità dopo la caduta di Ben Ali o nati dal magma della società civile. Per quelle migliaia di tunisini che si sono ribellati a una vita di lavoro per poi dover adattarsi a continue privazioni, la forte crisi economica che investe il paese, la crescita dei prezzi al consumo di almeno il 3 per cento e la cronica mancanza di occupazione non depongono a favore di Mohamed Ghannouchi che come capo del governo e autoproclamatosi presidente pro-tempore sta guidando la transizione del paese verso la democrazia.

La decisione di rinviare le elezioni per la Costituente tunisina da giugno al prossimo ottobre se ha risposto, una volta in più, a esigenze di ordine (e sicurezza), certo ha pure frustrato quella voglia di cambiamento rapido e tangibile che molti tunisini coltivano. Nei preparativi per “Kasbah 3” è stato defilato il ruolo del partito islamista moderato, Ennahdha (letteralmente, rinascita), che però rappresenta l’altra grande incognita per la rivoluzione.

Ennahdha sta riscuotendo larghi consensi tra gli strati più popolari della società tunisina, mentre i diversi partiti con un programma laico e progressista sembrano più in difficoltà. La semplificazione, anche fin troppo ovvia e che tuttavia si coglie spesso nei dibattiti politici, è quella di intendere il confronto tra islamisti e riformisti laici come quello tra forze antidemocratiche oscurantiste e forze democratiche riformiste. La politica popolare di Ennahdha (i suoi detrattori direbbero populista) non ha secondo i riformisti un preciso programma politico, se non quello di riconoscersi nell’Islam e di mettere in discussione la laicità dello Stato con tutto quel che ne segue. In una società a due velocità, dove le sperequazioni economiche tra una classe ristretta di privilegiati e una massa di poveri è sempre più evidente giorno dopo giorno, la scommessa per i riformisti è di riuscire a convincere tutti i tunisini che le riforme andranno a beneficio di tutti e tendenzialmente saranno indirizzate a rimediare a quelle sperequazioni che lacerano la società.

Il partito dell’ordine e della sicurezza che pare prevalere nel governo transitorio in questo senso non fa certo il gioco dei riformisti e anzi rischia di offrire una occasione in più agli islamisti moderati per ribadire che la vera domanda non è se Islam sia compatibile con la democrazia, ma quale grado di povertà sia compatibile con la democrazia.

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