Solo un delegato vota contro il segretario del Pdl Alfano

Solo un delegato vota contro il segretario del Pdl Alfano

Alla fine è andata come tutti si aspettavano, Angelino Alfano è il nuovo segretario politico del Popolo della libertà. Nominato dal premier Silvio Berlusconi e acclamato dai mille delegati del Consiglio nazionale. Sono da poco passate le undici quando il Cavaliere incorona il ministro della Giustizia: allergico a qualsiasi forma di burocrazia, il presidente del consiglio è convinto che sia sufficiente invitare il prescelto sul palco. «Ecco il nuovo segretario» annuncia trionfante Berlusconi tra gli applausi. «Non vedo nessuno rimasto seduto e dubbioso (sarebbe stato difficile il contrario, ndr) quindi Angelino è pronto a ricevere da voi un’investitura plebiscitaria». Baci e abbracci.

Per dare un minimo di ufficialità alla nomina è costretto a intervenire l’ormai ex coordinatore Denis Verdini. «Presidente, scusa – interrompe – ma prima dovremmo procedere alla modifica dello statuto». Il notaio che gli siede affianco annuisce. Attimi di imbarazzo. Verdini legge velocemente il nuovo articolo 16 bis. Spiega che «il segretario viene eletto su proposta del presidente nazionale, dura in carica tre anni, è rieleggibile». Prende la parola il notaio (la scena ricorda un quiz televisivo): «Chi è favorevole può alzare la mano». Ovazione dei presenti. «C’è qualche contrario?». Timida, in fondo alla sala, si alza una mano. «Chi è lei? Mi deve dire il suo nome», intima il notaio. Il delegato mostra il tesserino. Qualcuno ride.

Mentre Berlusconi riprende la parola, tra i giornalisti inizia la caccia al dissidente. Chi ha avuto il coraggio di sfidare il Cavaliere? «Non lo conosce nessuno – racconta uno dei presenti – sarà sicuramente una persona in cerca di notorietà». «Ma chi c**** è questo? – si lascia andare un delegato fuori dall’Auditorium – lo sto cercando anche io». Dopo qualche ora viene fuori il nome: Antonio Pedicini, avvocato, consigliere regionale friulano.

Intanto, sul palco, Berlusconi continua: «Vi invito a dare il vostro consenso alla nomina di Angelino Alfano». La sala esplode. Il nuovo segretario politico può prendere la parola. Prima i ringraziamenti di rito al Cavaliere, «un leader con il sole in tasca, capitano d’impresa e di ventura». Poi il segretario ricorda i suoi esordi in politica, quando decise di candidarsi alle provinciali di Agrigento, colpito dalla discesa in campo di Berlusconi. Alfano descrive il partito che immagina: parla di bipolarismo, di meritocrazia, di etica, di apertura ai centristi. Poi una strigliata alla deriva «anarchica» del Pdl. «Dobbiamo creare regole e sanzioni» spiega, scatenando un applauso. «Non è possibile che un esponente del Pdl cui non piace un candidato sindaco si fa la sua lista “Coca-Cola” e se ne va per i fatti suoi. Se lo fa, poi non torna più nel Pdl». Alfano passa alla giustizia. «Presidente, lei è un perseguitato – spiega – Ma con sincerità dobbiamo dire che non tutti lo sono. Io voglio un partito di onesti». Standing ovation.

Più che un’assise di partito, il Consiglio nazionale del Pdl è un evento mediatico. Per rendersene conto basta fare un passeggiata fuori dalla sala, a due passi dal Vaticano. Un’ora prima dell’inizio dei lavori, via della Conciliazione sembra la Promenade de la Croisette di Cannes. Decine di giornalisti e fotografi assiepati sui marciapiedi. E i politici che sfilano, regalando sorrisi tra lo sguardo incuriosito dei turisti e le auto incolonnate nel traffico della Capitale.

Sono le 9.30 di mattina quando i primi big del partito iniziano a rilasciare dichiarazioni. Ci sono telecamere e microfoni per tutti, o quasi. Un consigliere sardo si lamenta a bassa voce: «A me non mi ha filato nessuno…». Stesso destino per Riccardo Villari, neo sottosegretario ai Beni culturali. L’ex pd fa un lungo giro prima di entrare nella sala, passa accanto ai fotografi, li guarda. Ma nessuno lo ferma. Tra le star più richieste c’è Nunzia De Girolamo. La deputata campana si presta al gioco: rilascia interviste, si mette in posa. In disparte si riconosce il Responsabile Domenico Scilipoti, nascosto dietro un paio di occhiali da sole, nonostante la giornata sia particolarmente nuvolosa.

Alcune commesse di un negozio di souvenir religiosi osservano la scena scocciate. Tutta questa folla ha allontanato i clienti. Alle 10.30 arriva il presidente dei senatori Pdl Maurizio Gasparri. Cortese e disponibile, si presta di buon grado a rispondere alle domande dei giornalisti. Qualche istante dopo il governatore lombardo Roberto Formigoni gli ruba la scena. Il grande protagonista si presenta un quarto alle undici. Angelino Alfano esce dalla sua auto blu (ce ne sono altre due che lo accompagnano) e dalla folla assiepata parte un timido applauso. Dopo di lui, Nicole Minetti. La consigliera regionale della Lombardia cammina svelta, tra i flash dei fotografi. Maglietta bianca, gonna azzurra. Come varca la porta dell’Auditorium – casualità – parte l’inno nazionale. I giornalisti lasciano la strada ed entrano. Vietato l’ingresso in sala: per seguire l’evento l’organizzazione ha predisposto alcuni maxischermi e un modesto buffet.

Ad aprire i lavori è Silvio Berlusconi. «Nonostante quello che dice il Pd, siamo ancora il primo partito. I nostri elettori non hanno votato per altri partiti, dobbiamo solo riconquistarli». Poi il Cavaliere ripercorre i temi forti dei suoi ultimi interventi. In ordine: i partiti di governo hanno perso ovunque per colpa della crisi; la campagna diffamatoria della televisione pubblica; la magistratura di sinistra; la scelta di candidati sbagliati alle ultime amministrative. Il premier conferma la necessità di andare avanti con la riforma della giustizia e delle intercettazioni. Occorrerà, poi, modificare «l’architettura costituzionale». «Dobbiamo ripartire meglio i poteri e darne di più al Governo».

Per la seconda volta in pochi giorni Berlusconi torna a dettare il suo testamento politico. «Vorrei che il lascito della mia partecipazione alla politica sia un grande formazione che raccolga tutti i moderati del centrodestra». Con una battuta Berlusconi liquida Denis Verdini, Ignazio La Russa e Sandro Bondi (seduti sul palco a pochi metri di distanza). «Ci dobbiamo mettere alle spalle il partito delle quote: 70 per cento Forza Italia, 30 per cento An. Il partito che aveva creato il sistema dei tre coordinatori». Infine una battuta sulla manovra appena approvata dal Consiglio dei ministri. «L’unico cedimento rispetto al nostro programma di Governo riguarda il bollo auto. Sono stato ricattato da un signore che forse conoscete – scherza il Cavaliere. Un certo Guido… Giulio Tremonti». Il ministro dell’Economia, seduto in prima fila, sorride soddisfatto. 

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