“Da banchiere dico: manco le elezioni ci salvano”

“Da banchiere dico: manco le elezioni ci salvano”

Elevata volatilità dei corsi azionari, nuovi focolai di crisi, criticità politiche. Nell’agosto 2011 sono questi i temi che stanno impensierendo investitori e risparmiatori. Da un lato l’Europa deve fronteggiare una crisi debitoria che sembra lungi dall’essere arginata. Dall’altro gli Stati Uniti stanno iniziando la loro seconda vita, quella senza la tripla A, dopo il downgrade del rating da parte di Standard & Poor’s. In mezzo c’è l’Italia dove, spiega a Linkiesta Gianluca Verzelli, vicedirettore centrale di Banca Akros (gruppo Bpm), il problema maggiore non è economico ma politico e riguarda l’intera classe dirigente: «mentre gli spagnoli pensano che dalle elezioni esca qualcosa di meglio, noi no».

Le ultime settimane non devono essere state facili, fra crisi dell’eurodebito e Stati Uniti in sofferenza per lo stallo sul tetto del debito, a cui è poi seguito il declassamento da parte di S&P.

L’altro giorno (lunedì 8 agosto, ndr) nelle violente correzioni dei listini americani c’era un forte odore di vendite forzate, ma sono cose che succedono, specie in questo clima d’incertezza. Le vendite che abbiamo osservato possono anche essere vendite per un rating minimo di portafoglio che quindi ti costringe, anche se sei sempre stato prudente, a coprirti. La sensazione è che qualcuno sia andato in difficoltà, anche se non è chiaro chi sia stato. Una cosa è certa: questa eccessiva volatilità è davvero brutta e ricorda non poco quando crollò Lehman Brothers.

In molti hanno criticato Deutsche Bank per essere coperta dal rischio-Italia tramite l’acquisto di Credit default swap sul debito italiano. Ma, lasciando da parte il complottismo, da un punto di vista finanziario, l’impressione è che non potessero fare altrimenti.

Se fossi un investitore con una posizione lunga sull’Italia e vedessi che la situazione interna peggiora sensibilmente, devo cercare protezione. È chiaro che posso legittimamente vendere i Btp che ho in portafoglio, anche perché ho dei limiti alle svalutazioni. In altre parole, se ho una posizione a rischio, mi copro.

Eppure, sono sempre più gli analisti che danno la colpa al sistema finanziario globale, troppo spinto in alcune derivazioni. Troppa opacità?

Sì, l’altro tema è la mancanza di trasparenza. Dopo Lehman Brothers non si è fatto molto per cambiare i problemi di trasparenza che vigevano. Un esempio sono gli ETF (exchange traded fund, fondi negoziabili come azioni): sono strumenti troppo opachi, troppo complessi. Questa nuova crisi è molto tecnica, come i prodotti che la stanno amplificando. Non mancano le colpe. Dopo il crollo di Lehman Brothers, ormai tre anni fa, non si è intervenuti per stabilizzare i mercati finanziari e porre dei correttivi alle criticità che vigevano. Dopo Lehman non è cambiato nulla, anzi. I problemi su certi strumenti sono perfino aumentati, anche se si fa finta di nulla.

Il mondo dopo Lehman è rimasto lo stesso dal punto di vista macroeconomico?

Non direi. Sta avvenendo una sostanziale riallocazione della ricchezza nel mondo, conseguente alla fine di diverse bolle speculative. Stiamo vivendo in un contesto di tipo macro molto complesso, con un generale impoverimento dell’Occidente in virtù dei Paesi emergenti.

Parlando degli Stati Uniti, in tanti davano già per scontato il downgrade, frutto della perdita di credibilità del presidente Barack Obama. È corretta come visione?

Certo. In molti dicono che il downgrade doveva arrivare, che era già scontato. Il segnale che l’accordo sul debt ceiling è arrivato a tempo scaduto è stato il driver che ha accelerato la scelta di S&P di declassare, ma perché c’è un problema con la politica. Non è successo granché a Wall Street, ma c’è un’evidenza: ci sono debolezze politiche in tutti i Paesi. Da questa crisi si esce con la politica, le agenzie di rating fanno il loro lavoro e riflettono quello che la politica fa o non fa. Ormai fanno più impressione ai mercati le parole o i silenzi di un politico che le decisioni di un’agenzia di rating. In Europa, come negli Usa, il problema non è la Bce, che fa ben più di quanto dovrebbe fare, ma la politica.

Parlando di politica, di leadership in declino e di scarsa credibilità, vien da sé citare l’Italia. Come giudicare ciò che sta succedendo nel nostro Paese?

Anche in Italia c’è un problema politico. C’è stato un ritardo di presa di coscienza della crisi e un ritardo nelle risposte a essa. Tuttavia, la questione italiana è ben più complessa che in altri Paesi. Se loro, come la Spagna, hanno un problema di leadership, lo risolvono con le elezioni. Noi, di contro, abbiamo un problema di classe dirigente.

In che senso?

Questa inazione che stiamo vivendo è il frutto delle colpe sia della maggioranza sia dell’opposizione. Proprio per questo siamo ancora più complessi di altre realtà. Questo aspetto è chiaramente fotografato dal sorpasso dei Bonos sui Btp nel minore spread con i Bund tedeschi. Mentre gli spagnoli pensano che dalle elezioni esca qualcosa di meglio, noi no.

Qual è il nostro problema?

Non riusciamo a tagliare i costi della politica. Non vedo la possibilità di andare alle urne. Non ci sono segnali forti dalla classe politica, mentre proprio ora servirebbe un messaggio moralizzatore. L’Ue ci chiede serietà. È ora di dargliela, ma non colpendo i più deboli. Il giorno che Sergio Rizzo e Gianantonio Stella non avranno più niente da scrivere, saremo fuori dal guado.

Qual è la ricetta per uscire da questa situazione?

Serve uno sforzo concreto sui costi della politica. Significherebbe guadagnare 100 punti di spread e la credibilità che abbiamo perduto. Fare invece una patrimoniale vorrebbe dire poi tornare al livello di prima, senza dimenticare la depressione di una crescita economica già anemica come la nostra. Una patrimoniale la vanificheremmo in tre mesi. Ricordiamoci poi che non è questione solo del governo Berlusconi. La colpa è bipartisan, comprese diverse parti sociali come i sindacati. Il nostro problema, lo ripeto, è di classe dirigente.

In tanti hanno però cominciato a diffidare delle banche italiane. Colpa di criticità strutturali o solo per via della grande presenza di Btp in portafoglio?

Esclusivamente per via dell’esposizione sui titoli di Stato italiani. Non ci sono problemi strutturali, al massimo di redditività. Sono ben capitalizzate, continuo ad avere fiducia nelle banche italiane. Automaticamente sono state colpite per colpire il Paese, ma sono solide. In futuro avranno problemi di funding e di reddività, ma qui si torna di nuovo a parlare delle colpe della politica. Se la crescita è troppo bassa per via di tutti i vincoli che la politica ha messo, le banche italiane ne risentono sensibilmente. E, con esse, tutto il Paese. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

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