Harry Potter, che delusione quel maghetto invecchiato

Harry Potter, che delusione quel maghetto invecchiato

Dobby, l’elfo domestico amante della libertà, aveva incontrato il maghetto nel secondo volume della saga di Harry Potter, nella Camera dei Segreti. Ora lo ritroviamo subito morto e sepolto all’inizio dell’ultimo film. E questo è solo il primo “dono di morte” di una lunga serie.
Stessa sorte tocca infatti a molte altre figure amatissime dai fan, senza che la trama fornisca una giustificazione soddisfacente alla loro dipartita. L’impressione è che i personaggi siano stati semplicemente dimenticati da autrice e regista, a favore di un più canonico blockbuster hollywoodiano, come si evince anche dalla locandina. C’è un buono e un cattivo che si sfidano a duello. Punto.

È il culmine di una lenta degenerazione: per osservarla basta dare un’occhiata allo spessore dei dorsi dei volumi e alla lunghezza delle pellicole (e del conto in banca della Rowling): una crescita costante quanto imbarazzante. Sette libri e otto (otto!) film per un’avventura cinematografica durata dieci anni (tredici per quella letteraria).

Una vita straordinaria, certo, ma forse prolungata “oltre natura”. Proprio come quella di Voldemort, il “cattivo” della storia. In particolare, la divisione del settimo film in due episodi è un’operazione commerciale difficilmente giustificabile, perché il settimo capitolo è paradossalmente il più povero di trama. E insieme al numero di scene inutili cresce la violenza. Si smarrisce la poesia.
Non c’è più ormai alcun riferimento al mondo reale di “noi babbani” e all’infanzia sofferta dell’orfano Harry, che tanto avevano contribuito all’atmosfera sognante creata dalla Rowling nei primi libri e da Chris Columbus nei primi film.
David Yates regala solo epiche battaglie fra maghi, eroi e nemici potenti ed effetti speciali – neanche troppo mirabolanti per la verità – a cui va aggiunto un 3D raffazzonato, cioè creato in postproduzione, a differenza di film come Avatar che sono stati girati direttamente con più camere per garantire maggiore qualità e realismo alle immagini. (Ma un Harry Potter in 3D non poteva mancare!)

Abbondano invece i buchi nell’ordito: ampie sezioni inutilmente stiracchiate di teen drama fra i tre protagonisti (Harry, Ron ed Hermione, tutti ormai un po’ cresciutelli); mentre elementi e figure fondamentali dei precedenti episodi vengono ignorate o solo sfiorate en passant. La vicenda di Piton è l’unica che si salva.

Il film, comunque, strappa una lacrima di sincera commozione, forse proprio perché mette in scena la fine dell’innocenza, in tutti i sensi. Pochi bambini sono andati a vederlo, e a questi non è piaciuto nemmeno tanto: era troppo spaventoso. E violento. Harry stesso non si fa scrupolo di usare le “maledizioni proibite” (Crucio! Imperio!) per portare avanti i suoi piani zoppicanti nella sfida contro Voldemort.
Ma agli adulti nostalgici, cresciuti a fianco al maghetto e che proprio grazie a lui avevano scoperto o rinverdito la passione per la lettura e per il cinema, la fine dell’avventura non può non commuovere. E poi, dove manca la magia, sopperisce la “borsa”. E, no, non è quella di Mary Poppins, purtroppo.

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