La legge è chiara: anche i calciatori devono pagare

La legge è chiara: anche i calciatori devono pagare

L’altra notte ho fatto un sogno strano. Ho sognato che i calciatori più rappresentativi, gli attori più famosi, gli anchorman televisivi, i presidenti miliardari del calcio e della formula uno, i Del Vecchio, i Della Valle, insomma, tutti i ricchi che popolano l’immaginario mediatico del nostro tempo, si fossero uniti in una fantastica iniziativa: quella di concorrere insieme al salvataggio dell’Italia dal default economico, offrendo ciascuno una parte della sua eccedenza patrimoniale, insomma una specie di patrimoniale volontaria, assolutamente democratica rispetto alla – più lontana – offerta dell’oro alla patria.

Naturalmente, come tutti i sogni, anche questo è morto all’alba. Ma anche se il risveglio mi ha riportato crudamente nella realtà dei nostri giorni, non ho voluto distaccarmi del tutto da questo immaginifico scenario. E così, durante il rito propiziatorio della preparazione del caffè, proprio in quella fase kunderiana di passaggio al lucido approccio della realtà sensoriale, ho iniziato a pensare che forse, tutto sommato, quel sogno era soltanto una premonizione.

Perché ora è sorta una gigantesca iniziativa mediatica portata avanti da quella moltitudine di ricchi che, a vario titolo, nel condannare la manovra finanziaria decretata, si sono offerti – generosamente – in olocausto, sollecitando una patrimoniale vera a carico di quelli che possiedono grandi ricchezze e, soprattutto, contro gli evasori. Che probabilmente loro conoscono bene, perché (è inevitabile) tra ricchi ci si frequenta.

Mentre viaggiavo tra realtà e fantasia, ad un tratto, ho sentito in diretta sul Tg Sport 24 di Sky il vicesegretario dell’Assocalciatori, l’avvocato Leonardo Grosso. Parlando del contributo di solidarietà, ha affermato, testualmente, come dato inoppugnabile, che: «se, per contratto, il compenso concordato è al netto, allora il contributo di solidarietà andrà pagato dalla società».

A quel punto sono tornato come d’un colpo sulla Terra. E, sentendo poco dopo Galliani parlare di posizioni contrarie ad ogni principio etico, sono stato preso dal panico. Ho sentito vacillare ogni contraria certezza che avevo raggiunto in proposito.

L’unico rimedio, allora, era quello di leggere il testo del decreto-legge 13 agosto 2011 n.138. La lettura del decreto ha ripristinato fortunatamente l’antica certezza: non avevo dubbi che anche i calciatori dovessero pagare il contributo. E perché? Il motivo è presto detto.

Il contributo di solidarietà, anche se ha natura sostanziale di imposta, colpisce il reddito complessivo del contribuente non come corrispettivo di un servizio fornito dalla Pubblica Amministrazione, ma con una finalità esclusivamente solidaristica e quindi assolutamente personale.

Il prelievo, per il suo carattere straordinario – e solidale – colpisce il patrimonio complessivo del contribuente, in quanto manifestazione della sua capacità contributiva. Non i singoli redditi che lo costituiscono. Formalmente, perciò, non può essere considerato una vera e propria imposta. Tanto è vero che il legislatore è ricorso a una norma di rinvio, e ha stabilito nell’art.2 del decreto che «per l’accertamento, la riscossione e il contenzioso riguardante il contributo di solidarietà, si applicano le disposizioni vigenti per le imposte sui redditi».

È evidente che se si fosse trattato di una semplice addizionale avrebbero trovato applicazione de plano le disposizioni vigenti nel T.U. Peraltro, a ulteriore dimostrazione che il prelievo non può essere posto a carico delle società, soccorre ancora lo stesso testo del decreto, che prevede la deducibilità del contributo dal reddito complessivo. Per cui, se si opinasse il contrario, il calciatore che deduce dal suo reddito l’importo del contributo pagato dalla società, realizzerebbe – paradossalmente – un incremento retributivo.

Da ultimo (e non per l’importanza dell’argomento), tutto quello che è stato detto finora potrebbe essere irrilevante, soltanto se si vuole considerare che, nel nostro ordinamento tributario, vige il principio generale di divieto assoluto di traslazione delle imposte. La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con la sentenza risalente al 26/6/1987 n. 5652, ha sancito, in maniera assoluta, il divieto di traslazione delle imposte, quale che sia lo strumento negoziale azionato allo scopo. Non solo: ha stabilito che l’applicazione del criterio della progressività delle imposte rende personale e infungibile l’obbligo relativo e rende illecito qualsiasi comportamento difforme, oltre che nulle (ex art.1418 codice civile) eventuali convenzioni contrarie.

Sta di fatto, quindi, che qualsiasi accordo economico che dovesse prevedere tecnicamente l’accollo a carico delle società delle obbligazioni tributarie del calciatore, in poche parole, delle tasse, sarebbe assolutamente nullo.

In conclusione, con buona pace di quanti a chiacchiere vogliono salvare il Paese, la morale è una sola: anche i calciatori devono pagare il contributo di solidarietà. 

*Magistrato in pensione

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