Ma dopo la guerra che fine faranno i gheddafiani?

Ma dopo la guerra che fine faranno i gheddafiani?

La guerra in Libia continua, mentre le forze antigovernative con l’appoggio della coalizione internazionale non sembrano riuscire ad avere ragione di Gheddafi. Anzi, hanno subito una grave perdita con la morte del generale Younes. Come era stato previsto dagli analisti, l’avanzata delle forze antigovernative, una volta arrivata in Tripolitania, avrebbe dovuto essere negoziata o conquistata città per città, qabila per qabila, e dopo Misrata è oggi la volta di Sliten. Parlando con chi chiede di rimanere nell’anonimato, quei libici che combattono per Gheddafi lo fanno «per ignoranza» o, forse, più per una serie di interessi economici e di status sociale privilegiato che il regime del Colonnello garantisce loro, mentre dalla nuova Libia avrebbero verosimilmente tutto da perdere.

Una domanda cruciale, domanda che rimane inevasa nei piani di quanti si stanno impegnando politicamente (e soprattutto militarmente) per una nuova Libia è: che fine faranno le migliaia di persone che sostengono ancora oggi il regime, nonostante i bombardamenti della NATO e le privazioni derivanti dall’embargo internazionale? Forse, una volta caduto Gheddafi «dimenticheranno il passato e si convertiranno al nuovo ordine politico», ma, molto più verosimilmente, saranno il vero ostacolo nella ricostruzione di una Libia unica e unita. La guerra civile sta infatti esasperando i contrasti regionali tra Cirenaica e Tripolitania. Nonostante sia possibile che nel breve «si faccia un governo di Bengasi e poi si possa cambiare tutto», ci sono molti argomenti che fanno dubitare della facilità con cui le due anime del movimento anti-Gheddafi, in Tripolitania e in Cirenaica, si potranno realmente comporre.

Non bisogna dimenticare che la guerra in Libia ha come posta del conflitto la stessa statualità libica. Nel racconto di chi visse i tragici eventi del 17 febbraio scorso a Tripoli, che diedero il via alla lotta contro il regime, «quel diavolo» di Gheddafi si chiedeva «chi sono questi», indicando i dimostranti, e così da negare loro la stessa appartenenza alla nazione libica, perché chi si ribellava contro il potere costituito, automaticamente si metteva fuori dalla stessa Libia. Eppure sono stati proprio quei libici tacciati di non essere tali che continuano a lottare per una Libia diversa in Tripolitania, nell’attesa di congiungersi alle forze anti-governative provenienti dalla Cirenaica.

Sono quegli stessi libici ad aver liberato gran parte del Jebel Nefusa, la regione montuosa a Sud della capitale libica, e che sono oggi consapevoli di dover «pagare un prezzo per la libertà». Nonostante questo prezzo si stia rivelando molto alto, vale la pena lottare per riacquistare «dignità agli occhi del mondo e non dover più essere ricordati solo come quelli che mettono bombe», come voleva un comune stereotipo occidentale in voga negli anni Ottanta.
 

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta