Dino Grandi, il fascista traditore che fece cadere il Duce

Dino Grandi, il fascista traditore che fece cadere il Duce

«È proprio quando vuoi dare un senso concreto alla parola amicizia che devi prendere decisioni drastiche, magari sgradite», anonimo esponente del Pdl intervistato da Ugo Magri, La Stampa, 21 settembre 2011. «Noi che, indipendentemente dal nemico, dobbiamo dimostrarci capaci di riconquistare le nostre perdute libertà. Mussolini, la dittatura, il fascismo, debbono sacrificarsi, debbono “suicidarsi” dimostrando con questo loro sacrificio il loro amore per la Nazione», Dino Grandi, luglio 1943. Siamo a quello? Siamo al 25 luglio? Alla congiura che elimina il capo? Oscar Giannino, rivolgendosi a un ipotetico interlocutore Pdl, tuonava dai microfoni di Radio 24 la mattina di giovedì 22 settembre: «Persino i fascisti sono riusciti a rovesciare Mussolini e voi non riuscite a trovare un Dino Grandi?»

Grandi era un fascista anomalo. Non proveniva dalle fila socialiste, era un aristocratico agrario dell’Emilia-Romagna – conte di Mordano il suo titolo – con terre e possedimenti dalle parti di Imola. Sconcertato dal “biennio rosso” 1919-’20 aderisce ai fasci di combattimento e promuove azioni squadristiche nella sua area, cosa che gli farà contestare la genesi milanese del fascismo (ufficialmente nato in piazza San Sepolcro, il 23 marzo 1919) affermando invece che il movimento era nato nella bassa emiliana. La sua carriera è tutta in discesa: dopo esser stato sottosegretario, diventa ministro degli Esteri (1929-’32), ambasciatore a Londra (fino al 1939), quindi presidente della Camera (che allora si chiamava dei fasci e delle corporazioni). Ma non è per questa smagliante carriera, né per il fatto di esser stato a lungo cosiderato il successore di Benito Mussolini che Dino Grandi passerà alla storia. No, il suo nome si legherà a quella notte del 25 luglio. Il Gran consiglio del fascismo non si era più riunito dal 7 dicembre 1939, ovvero da prima dell’entrata in guerra dell’Italia.

La seduta, come detto, il 24 pomeriggio, ma sembra non essere una notizia. La Stampa del 25 luglio la ignora. Invece dai titoli emerge che tutto va bene, che la situazione è sotto controllo, che il governo è saldo. “Le truppe dell’Asse in Sicilia impegnate in aspra lotta” è l’apertura e poi: “I sovietici insistono invano nei loro attacchi su tutto il fronte”, “L’imperialismo inglese senza maschera e senza pudore”, è così via. Insomma, non c’è problema: la guerra va abbastanza bene, il regime è non vacilla, nessuno pensa a fare un passo indietro. Non è nemmeno possibile dire che la guerra vada male per colpa dei giornali, perché secondo i giornali meglio di così non potrebbe andare. Il giorno dopo, il 26 luglio, il mondo è cambiato. Sui cittadini ignari viene scaraventato un titolone a nove colonne: “Badoglio a capo del governo. Le dimissioni di Mussolini accettate dal re”. Il regime è caduto, si volta pagina.

Cos’era accaduto in quella lunga notte? La seduta del Gran consiglio dura dieci ore: cominciata alle cinque del pomeriggio a Palazzo Venezia, termina alle tre di notte. Si inizia con Mussolini che illustra l’andamento della guerra e fa il punto della situazione politica. Dopodiché il presidente della Camera, ovvero Dino Grandi, presenta un ordine del giorno che presenta parecchie firme “pesanti”, ovvero quelle di alcuni dei maggiori esponenti del regime (che poi saranno condannati a morte nel processo di Verona). «Dichiara che a tale scopo è necessario l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali attribuendo alla Corona, al Gran consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabiliti dalle nostre leggi statutarie e costituzionali» recita il passaggio chiave. Ne segue una discussione infinita e quando Grandi mette ai voti l’ordine del giorno, per chiamata nominale, è ormai notte fonda. Finisce con 19 sì e 7 no, con un astenuto (Suardo). Il fascismo è caduto. Lo riconosce lo stesso Mussolini che dopo il voto si esprime così: «Con questo ordine del giorno avete aperto la crisi del regime».

Il capo del governo e duce del fascismo sapeva bene cosa sarebbe accaduto, era stato lo stesso Grandi a dirglielo: «Ho mai ingannato Mussolini; non ho mai congiurato contro di lui. Quarantotto ore prima dell’inizio di quella che è passata già nella storia come la notte del Gran consiglio, mi recai espressamente da lui a Palazzo Venezia per anticipargli quello che contro di lui, e contro la dittatura, avrei detto in Gran consiglio e gli scopi che intendevo raggiungere con la presentazione del mio ordine del giorno che egli già conosceva. Gli sono stato fedele, ma disubbidiente, sempre. Mussolini confondeva troppo spesso ubbidienza e fedeltà». E non è stato l’unico a confondere ubbidienza e fedeltà.

Grandi pensava a una semplice destituzione del duce, l’arresto di Mussolini, voluto dal re, lo coglie di sorpresa e di rende conto di essere da un lato braccato dai tedeschi, dall’altro mal visto dal re e dal nuovo capo del governo, il maresciallo Pietro Badoglio, in quanto tessitore di intrighi. Fugge in Spagna e in Portogallo, nel processo di Verona del gennaio 1944 viene condannato a morte in contumacia. Rientra in Italia negli anni Sessanta e muore a Bologna nel 1988, a 93 anni, non senza esser stato a lungo intervistato da Renzo De Felice, il più importante storico italiano del fascismo.

La Stampa del 26 luglio 1943 (Archivio storico de La Stampa)

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