Il mondo frena sul nucleare, per la Siemens è un “capitolo chiuso”

Il mondo frena sul nucleare, per la Siemens è un "capitolo chiuso"

L’ultima «svolta green» è del colosso tedesco Siemens: capitolo chiuso per l’energia nucleare con la decisione di fermare tutte le sue iniziative in questo settore. L’annuncio è del presidente della società, Peter Loescher, che al quotidiano tedesco Der Spiegel ha dichiarato: «Non saremo più coinvolti nella gestione totale della costruzione di centrali nucleari o nel loro finanziamento. In futuro continueremo a consegnare parti convenzionali, come turbine a vapore. Ciò significa che ci limiteremo a tecnologie che non servono solo al nucleare, ma che si trovano anche nelle centrali a gas o a carbone».

La decisione arriva dopo la spaccatura con i francesi di Areva sul nucleare di terza generazione (Epr) e l’aumento esponenziale dei costi e dei tempi di consegna per la centrale finlandese di Olkiluoto: Siemens aveva rotto l’alleanza per la costruzione del nuovo impianto. Senza contare le difficoltà nel formalizzare un accordo con i russi di Rosatom per lo sviluppo di nuove centrali. Proprio nei mesi scorsi, la battaglia giudiziaria tra Areva e Siemens si è risolta a favore della prima, con un risarcimento di oltre 600 milioni di euro che i tedeschi dovranno pagare ai francesi. E la decisione del Governo Merkel sull’atomo, con lo stop definitivo ai 17 impianti entro il 2022, ha poi convinto Siemens a lanciarsi nella nuova era «green» delle fonti rinnovabili. L’obiettivo tedesco, ha ricordato Loescher, è produrre con tecnologie pulite il 35% della sua energia entro il 2020.

Cosa è cambiato nel mondo a 6 mesi dal disatro più grave della storia del nucleare civile? Partiamo dal Giappone:nei mesi successivi al terremoto che ha messo fuori uso la centrale giapponese e portato alla fusione dei noccioli dei reattori 1, 2 e 3, l’incubo radiazioni non accenna a scemare: Il 31 agosto in 34 punti di sei comuni della prefettura di Fukushima, la concentrazione di Cesio radioattivo avrebbe raggiunto valori superiori a quelli che nel 1986 determinarono le evacuazioni forzate nell’area di Chernobyl. Secondo le rivelazioni del quotidiano giapponese Yomiuri Shimbun, infatti, nei sei centri interessati (Okumamachi, Futabamachi, Namiemachi, Tomiokamachi, Iitatemura e Minami-Soma) sarebbero stati rilevati più di 1,48 milioni di Becquerel per metro quadro di Cesio 137, il livello che fu scelto come soglia per l’evacuazione nella crisi nucleare ucraina. I dati derivano dalle rilevazioni condotte dal Ministero della scienza nipponico, che ha esaminato il grado di contaminazione del suolo in un’area di una ventina di chilometri intorno alla centrale di Fukushima, analizzando la radioattività in circa 2.200 punti. Tutti i comuni interessati dal fenomeno, quindi, si trovano nella zona off-limis intorno al reattore danneggiato, estesa a 20 chilometri.

La Tepco, la società che gestisce l’agonia radioattiva della centrale nucleare di Fukushima Daiichi, ha annunciato meno di un mese fa, anche la chiusura di un reattore nella Prefettura di Niigata, nel Giappone centrale. Questo significa che il 74% dei reattori nucleari del Giappone saranno fuori servizio nel pieno del picco dei consumi elettrici del prossimo inverno. Così 40 dei 54 reattori nucleari del Giappone saranno inattivi, mentre 11 reattori dovrebbero terminare i controlli di routine entro questo mese, ma è poco probabile che le imprese nucleari potranno riavviarli subito, visto che devono prima effettuare i nuovi stress test «tipo Ue» voluti dal governo e poi ottenere le autorizzazioni delle prefetture e delle amministrazioni locali, molte delle quali sono sempre più apertamente anti-nucleari.

Altri 14 reattori dovranno subire i controlli di routine nella primavera del 2012 e se a nessuno verrà consentito di riprendere l’attività dopo gli stress test allora il nucleare giapponese avrà tutti e 54 i suoi reattori fuori servizio. Il nuovo premier Yoshihiko Noda  ha prima scartato ogni nuovo progetto di centrale con un progressivo abbandono della tecnologia nucleare e poi in una intervista al Wall Strett Journal del 20 settembre ha dichiarato di essere determinato a riavviare i reattori nucleari inattivi entro la prossima estate, aggiungendo che è semplicemente “impossibile” per il Giappone fare a meno di questa fonte energetica nell’ottica di un graduale passaggio alle fonti rinnovabili. Questo lo scenario aggiornato alla fine di agosto dall’epicentro giapponese della crisi.

Pochi giorni dopo, il 12 settembre, la notizia dell’esplosione nell’impianto di trattamento delle scorie di Marcoule. Sei mesi in cui scenario e la percezione del nucleare come energia è radicalmente cambiato. Al momento dell’incidente di Fukushima nel mondo si contavano piani per 324 nuovi reattori nel mondo, oltre ai 62 in fase di costruzione, per la World nuclear association. Nel mondo 443 i reattori in funzione, in Europa 65 reattori che dovrebbero andare in pensione entro cinque anni, senza contare ulteriori proroghe della vita delle centrali. Da allora, tutti i Paesi Ue hanno ordinato una revisione della sicurezza delle loro centrali, e allo stesso modo dall’altra parte dell’oceano gli Stati Uniti hanno in corso due indagini parallele per valutare il grado di sicurezza dei 104 reattori che garantiscono circa il 20% dell’energia nucleare del Paese.

Il rinascimento dell’atomo made in Italy è stato sepolto dall’esito del referendum dello scorso giugno: oltre 27 milioni di elettori hanno bocciato sonoramente le strategie del Governo in materia di energia. La Svizzera ha abbandonato tutti i piani per nuovi reattori e ha deciso di chiudere i cinque esistenti tra il 2019 e il 2034. La Svezia, che nell’estate 2010 aveva abbandonato il divieto di costruire nuove centrali che durava da trenta anni (ne ha dieci in funzione), ha messo in stato di revisione ogni programma. La vicina Finlandia sta discutendo sull’opportunità di andare avanti con i due reattori progettati (uno è già in costruzione e quattro sono operativi). Nell’Est europeo, la Bulgaria, la Slovacchia e l’Ucraina stanno costruendo ognuna due reattori ma altri progetti in questi tre Paesi e in Lituania sono stati rallentati dall’incidente giapponese. Anche la Russia, che ha in costruzione 11 impianti che si aggiungono ai 32 operativi, sta conducendo test sulla sicurezza ma ha però deciso di estendere la vita da 30 a 45 anni per le centrali costruite a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80.

Politica opposta per il governo tedesco di Angela Merkel che ha deciso di chiudere tutti i reattori atomici entro il 2022: il costo della chiusura di gran parte dei reattori (prevista entro quest’anno, mentre gli ultimi tre funzioneranno per altri undici anni al massimo) è stimato in 250 miliardi di euro. In controtendenza la Gran Bretagna: lo scorso giugno il governo ha pubblicato la lista degli otto luoghi scelti per costruire la nuova flotta di centrali atomiche chiamate a sostituire la precedente man mano che i vecchi impianti raggiungono la pensione. Il rapporto commissionato dal governo sul disastro di Fukushima ha intanto stabilito che in Gran Bretagna non esistono rischi paragonabili.

La regia per il futuro europeo dell’atomo è affidata all’Unione Europea, dove si contano un terzo dei 443 reattori nel mondo. Nella classifica planetaria per numero di reattori nucleari in funzione primeggia la Francia (58), tra i Paesi Ue, al secondo posto nel mondo dopo gli Stati Uniti (104). A distanza seguono Regno Unito (19), Germania (17), Svezia (10), Spagna (9), Belgio (7). I primi passi del dopo Fukushima in tema di sicurezza sono stati mossi già a luglio quando la Ue aveva fissato i primi paletti per gli stress test delle centrali con una road map condivisa. Entro il 15 agosto gli operatori impegnati in questa serie di controlli hanno stilato una relazione sull’andamento delle prove ai regolatori dello European Nuclear Safety Regulator Group (Ensreg), il gruppo indipendente della Ue formato dalle massime autorità per la sicurezza nucleare dei 27 Paesi membri. Che avrà tempo fino al 31 dicembre per inviare alla Commissione europea una relazione sui risultati e le considerazioni finali relative alle condizioni dei 196 reattori esaminati.

I controlli continueranno fino alla metà del 2012. Pe manifesta volontà del commissario Ue all’Energia, Günther Oettinger che ha dichairato che «faremo tutti gli sforzi per assicurare gli standard di sicurezza più elevati sia negli impianti nucleari dell’Unione europea che in quelli vicini ai confini». Anche se il commissario ha ammesso che la parte più difficile «è far rispettare i criteri con tutto il rigore necessario». E il futuro dell’atomo si intreccia con il futuro politico dell’Europa e le forze della sinistra (tradizionalmente più legate al movimento antinucleare) preparano le loro strategie. L’esplosione di Marcoule è stato soprattutto lo spartiacque della politica francese in vista delle presidenziali della prossima primavera. La candidata nelle primarie socialiste per la presidenza della Repubblica, Martine Aubry ha dichiarato la sua volontà di uscire progressivamente e senza indugi dal nucleare. Francoise Hollande prevede la diminuzione dall’energia elettronucleare dal 80% al 50 nei prossimi 15 anni. Senza se ne ma l’abbandono per la candidata dei Verdi alle presidenziali, Eva Joly. Anche per Parigi i costi di abbandono sono esorbitanti: 750 miliardi di euro come stima per le 54 centrali.

In Spagna, dove secondo un sondaggio del Centro di ricerche sociali il 60% della popolazione è contraria all’energia nucleare, per mesi è stato al centro del dibattito pubblico la centrale di Garona, nei pressi di Burgos, a circa 244 km a nord di Madrid,. Il sito dovrà chiudere nel 2013, grazie alla sentenza emessa a luglio dall’Audiencia Nacional che dà ragione al ministero dell’industria nel contenzioso aperto con le aziende propretarie del sito, che chiedevano un indennizzo per la cessazione dell’attività. Organizzazioni ambientaliste come Greenpeace ed Ecologistas en Accion, da anni ne reclamano la chiusura, denunciando continui incidenti. E il Psoe (il partito socialista del presidente Zapatero) nel suo programma elettorale ha annunciato la chiusura delle centrali nucleari spagnole al compimento della vita utile, fissata in media sui quaranta anni. Il ciclo di vita che Garona ha compiuto nel marzo scorso. Prudenze, rassicurazioni e reazioni arrivate puntalmente dopo l’impatto mediatico della tragedia di Fukushima: non c’è un solo paese europeo che non abbia preso decisioni in merito. Ora il futuro dell’atomo europeo e mondiale si gioca nelle urne dei cittadini. E il rinascimento nucleare potrebbe presto diventare decadenza.

michele.sasso@linkiesta.it

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