Liberata la Montecristo, ma la Somalia resta una bomba

Liberata la Montecristo, ma la Somalia resta una bomba

La Montecristo è stata liberata con un blitz delle forze armate britanniche. Erano le 6.45 di ieri quando la nave cargo Montecristo ha lanciato l’allarme per un attacco dei pirati al largo delle coste somale. La nave varata da pochi mesi e di proprietà del gruppo D’Alesio di Livorno stava trasportando un carico di ferro da Liverpool al Vietnam. La Montecristo aveva percorso il tratto che porta dal Mar Rosso meridionale all’Oceano indiano passando per lo stretto di Bab el Mandeb quando è stata attaccata da una barca pirata. Quando si sono persi i contatti con la Montecristo, l’unità militare giapponese che scortava il cargo si era appena allontanata, evidentemente troppo presto, per poter intervenire e bloccare i pirati. L’accaduto ha dimostrato una volta in più tutti i limiti della missione internazionale congiunta che lo scorso 4 ottobre aveva lanciato un’allerta proprio per l’intensificarsi della pirateria al largo delle coste somale.

Sulla nave sono presenti 7 italiani oltre ad altre 16 persone di equipaggio di nazionalità indiana e ucraina e dai primi racconti sembra stiano tutti bene. Gli undici pirati si sono arresi.  

Da anni la comunità internazionale tenta con successi alterni di proteggere i navigli internazionali dalle azioni dei pirati somali, dispiegando un dispositivo militare sofisticato quanto incapace di garantire la sicurezza della navigazione. L’ultima nave italiana sequestrata dai pirati lo scorso aprile si trova ancora alla fonda a Nord di Mogadiscio. Dall’inizio dell’anno sono stati 266 gli attacchi che hanno così bruciato il record assoluto toccato nel 2010 con 217 assalti per un totale – si stima – di 60-80 milioni di dollari pagati in riscatti dagli armatori o per l’equivalente di beni predati.

Dopo che migliaia di somali affamati hanno abbandonato il loro paese a seguito di una gravissima carestia riversandosi nel confinate Kenya, sono ancora una volta gli attacchi dei pirati a riportare l’attenzione internazionale su una crisi colpevolmente dimenticata, quella della Somalia. Dopo la caduta del dittatore Siyad Barre nel 1991 e l’implosione dello Stato, l’ex colonia italiana di Somalia continua a essere preda di una tanto complessa quanto sanguinosa guerra civile che è arrivata proprio quest’anno al suo ventesimo anniversario senza un ben che minimo segnale che faccia sperare per il meglio. In realtà la società somala, ancora prima della statualità della Somalia, si è riorganizzata lungo l’omonima penisola raggiungendo un grado di ricomposizione e stabilizzazione considerevoli nel Nord del paese, nell’ex British Somaliland e, con risultati più modesti, nel Centro-Nord, nel cosiddetto Puntland, mentre Mogadiscio, a Sud, rimane l’epicentro del conflitto.

La verità è che dopo il crollo dello Stato la società somala non è affatto finita, ma si è ristrutturata lungo linee sue proprie e per tanti versi eccentriche all’ortodossia del modello nazionale di derivazione occidentale, praticando più il mercato dello Stato con il risultato che in Somalia gli affari si fanno spesso al di là del legale o dell’illegale.
La pirateria è una delle maggiori voci nell’economia di una regione (più che di un paese) stremata da anni di un’incessante conflittualità intestina che si è articolata lungo le linee di appartenenza clanica dei somali, utilizzate come forze di aggregazione multiple. Dopo il fallimento della missione statunitense Restore Hope e della successiva missione internazionale sotto l’egida dell’Onu a metà degli anni Novanta, la comunità internazionale e l’unica superpotenza rimasta hanno pensato di poter abbandonare la Somalia al suo destino anche perché si ritenne, a torto o a ragione, si trattasse di una zona strategicamente trascurabile rispetto ai grandi assi della politica e degli interessi internazionali: Caucaso, Medio Oriente e Mediterraneo in ordine decrescente di importanza.

L’avvento alla ribalta dei pirati sta dimostrando platealmente come l’ex Somalia si sia trasformata in una sorta di buco nero per le relazioni internazionali regionali, finendo per estendere i suoi effetti su scala globale, a riprova di quanto il sistema di quelle relazioni sia oggi interconnesso e interdipendente. La Somalia ha subito una progressiva mediorientalizzazione e gli Stati Uniti non per caso vi stanno conducendo da anni una guerra (semi)segreta contro quelle organizzazioni terroristiche che proprio nel caos somalo hanno travato un retroterra favorevole alla loro organizzazione. L’idea però di fare dell’Etiopia il principale referente statunitense nel Corno d’Africa sconta non solo la storica rivalità tra somali ed etiopici, forte di ben tre guerre negli ultimi 50 anni, ma anche il limite di una geopolitica terrestre che non riesce ad arrivare al mare. Il sequestro dell’ennesima nave, al di là della tragedia, non fa che confermare l’empasse di un quadro di difficile risoluzione.

*Docente in Storia dell’Africa, Università di Pavia

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