Parma, se il Festival Verdi sembra il festival del prosciutto

Parma, se il Festival Verdi sembra il festival del prosciutto

Nel 1918, finita la prima guerra mondiale, tre dei migliori ingegni che la cultura austro-tedesca potesse offrire, il compositore Richard Strauss, il regista Max Reinhardt e il poeta, scrittore, drammaturgo, e librettista di Strauss, Hugo von Hofmannsthal, si mettono insieme con l’intento di fondare un Festival mozartiano a Salisburgo. Primo scopo, quello di fornire esecuzioni di riferimento delle opere e della musica strumentale di Mozart. Salisburgo è la sua città natale; e anche se per niente amata, è comunque il luogo dove si è formato, sotto la guida del padre, e dove sino all’età di 21 anni è stato compositore di corte del Vescovo, conte di Colloredo. Il Festival, come si sa, esiste ancora, ed è quello che ha dato la misura a tutti gli altri festival musicali nel mondo.

Nel 2004, l’allora sindaco di Parma, Elvio Ubaldi, ex democristiano berlusconizzato, Pietro Lunardi, parmigiano, dal 2001 al 2006 ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, e controllore delle ditte di famiglia (Rocksoil ufficialmente intestata alla moglie, Stone e Treesse, specializzate in tunnel e affini), uniscono i propri ingegni per dar vita a una fondazione che pomposamente si chiamerà «Parma Capitale della Musica». La definizione sfida ogni ironia. L’intento è quello di rilanciare l’immagine della città con ricadute economiche che favoriscano – parola magica – l’indotto. La fondazione si impegna anche a partorire un Festival Verdi, il quale sull’indotto, appunto, dovrebbe avere virtù magiche. Ogni preoccupazione artistica è da intendersi come un optional. Per foraggiare l’iniziativa, Lunardi, spreme dal bilancio del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) 3 milioni di euro. La storia è lunga. Verdi, essendo morto da tempo, può attendere. La Capitale della Musica non partorisce niente. Nel 2006 viene sciolta.

Anche Intimissimi è in tema verdiano, con violini e spartiti tra mutande e reggiseni

Intanto, un’altra opera buffa era in corso già da un anno alla Scala. Il libretto, complesso e tortuoso, come ogni intrigo di potere e sottopotere italiano, non è necessario riassumerlo ai fini della nostra opera buffa. Basti dirne le conclusioni. Nel conflitto a colpi più o meno bassi tra due ras dell’impero berlusconiano, Bruno Ermolli e Fedele Confalonieri, vinse il primo, la gestione Scala cambiò radicalmente e in meglio, e questo è un merito che va riconosciuto a Ermolli, tuttora vicepredidente del cda della Scala. Fedele Confalonieri, in ritirata, approdò a Parma con al seguito il Maestro Mauro Meli, che per breve tempo aveva avuto una veste incerta di sovrintendente ad interim alla Scala. Mauro Meli è un chitarrista, come denunciano le unghie lunghe della mano destra – niente di male, lo era anche Berlioz – e per qualche tempo è stato sovrintendente del Teatro di Cagliari, avendo a proprio merito qualche produzione interessante, ma anche tanti di debiti. Con Confalonieri e Meli l’idea di un Festival Verdi riacquista vigore. Confalonieri prometteva, a sostegno finanziario, un milione e mezzo in pubblicità (pubblicità invenduta, però). A tutt’oggi si sa ben poco di come funzioni la cosa. La micidiale noia che infliggerei al lettore se raccontassi cosa successe, quando nel 2006 cadde per breve tempo il governo Berlusconi, o il ruolo avuto da Bondi quand’era ministro delle Cultura con ambizioni di poeta, la risparmio innanzitutto a me stesso. Quel che mi interessa è far notare la differente qualità di persone e di intenti che sono all’origine dell’un Festival (mozartiano) e dell’altro festival (il Verdi).

Il salame di Felino nobilitato da oggetti di scena delle rappresentazioni verdiane

Veniamo all’oggi. Cos’è il Festival Verdi? E credo sia necessario spiegarlo con ogni mezzo di comunicazione, perché pochi ne hanno sentito parlare (l’edizione 2011 sta per concludersi, il 28, ed in corso dal 1° ottobre). Innanzitutto, è un’appendice di una stagione già misera del Teatro Regio di Parma: una stagione “lirica tradizionale”, così definita in bilancio, con tre produzioni, 6 repliche ciascuna, e un paio di produzioni per il festival. Quest’anno, il festival presenta due produzioni e mezzo. Due produzioni e mezzo che non offrono alcun aspetto che possa interessare un pubblico internazionale qualificato. E infatti rimane un evento per lo più provinciale. Le due opere sono Ballo in maschera, che per nulla di particolare si segnala, se non il recupero di una vecchia regia polverosa di Pierluigi Samaritani, e Falstaff, che per amore dell’evento, altra parola magica dell’estetica della cafoneria eletta a etica, va in scena al Teatro Farnese, magnifico rudere di un teatro rinascimentale, mai ultimato dai Farnese stessi, e semidistrutto nel 1944 da una bomba alleata. Per i cultori del ruinismo una meraviglia, per le necessità acustiche del teatro musicale un disastro. La mezza produzione significa un’opera in forma di concerto: quest’anno la meno adatta, forse, a questo trattamento, ossia Il Trovatore, nel luogo meno adatto, il minuscolo Teatro di Busseto. Sempre nel Teatro Farnese – e si può immaginare la marmellata sonora che ne risulterà – la Messa di Requiem. Questa diretta da un gran nome, il russo Yuri Temirkanov, pomposamente chiamato «direttore stabile». Direttore stabile di cosa non si sa, poiché, in assenza di un’orchestra stabile – è assunto a cachet – e dirigendo lui soltanto un’opera e un concerto, per la modica cifra di oltre 300.000 euro – così si mormora, in assenza di un bilancio preciso [ma Linkiesta può mostrarvelo] – la stabilità è un concetto assai vago. Ma anche qui: il nome fa l’evento.
Il costo globale denunciato in un bilancio che non è pubblico (e che finora è sempre stato negato alla stampa e persino ai sindacati) – poiché il Teatro Regio gode di un singolare regime ibrido, non è “teatro di tradizione”, ma un po’ fondazione e un po’ ente di diritto privato – è di circa 5 milioni e mezzo; un po’ più di 2 milioni per la stagione lirica tradizionale e 3 milioni 250 mila per il festival Verdi. Molte pulci potrebbero essere fatte a quel bilancio, a partire dallo stipendio del direttore artistico Meli – anche questo, si dice, sui 360.000 l’anno (ma lui videorisponde così, a polemiche di questo tipo). E qui il punto in discussione è un altro.

Cosa giustifica che un paio di produzioni di qualità francamente modesta e per cast, e per esecuzione musicale e per messinscena vengano pomposamente definite Festival Verdi? Un parere interessante al riguardo è certamente quello di Michele Pertusi. È uno dei migliori cantanti oggi sulle scene del mondo, ammirato per la sua duttile voce di basso cantante, ma che per di più è un compiuto cantante-attore, che abita la scena come fosse casa propria: convinto che l’opera vada fatta e vissuta come grande teatro. Pertusi è parmigiano e molto affezionato alla sua città, non vi canta quasi mai perché – ma questo è un tratto italiano in genere – se hai una fama mondiale non te lo perdonano proprio. Da qualche tempo Pertusi è partito lancia in resta, con una lettera aperta alla Gazzetta di Parma e intervenendo in dibattiti cittadini, contro il non-Festival Verdi. Ne parliamo in Skype, lui a Londra, dove prova Sonnambula al Covent Garden, e un giorno sì e uno no vola a Barcellona per Faust.

«Già è pretestuosa l’idea di fare un Festival a Parma», esordisce. «Verdi non era di Parma e non ha mai pensato di esserlo. Caso mai si pensava nato nella provincia di Piacenza. E poi il problema qui non è la nascita, ma la carriera. E allora i teatri più autorizzati a pensare un Festival Verdi sarebbero la Fenice di Venezia, l’Opéra di Parigi, e la Scala. Mi sta bene anche a Parma, il problema però è che un festival vero può nascere soltanto da un progetto culturale, e poiché di musica trattiamo, un progetto musicologico serio».

Michele Pertusi nei panni di Falstaff (Courtesy)
«Da più di mezzo secolo studiosi, cantanti, strumentisti stanno ripensando, sulla base di ricerche sulle pratiche esecutive del tempo, esecuzione, interpretazione e messinscena, del teatro d’opera del XVII, XVIII, XIX secolo. Monteverdi, Cavalli, Handel sono diventati parte del repertorio corrente, con grande successo di pubblico in tutto il mondo. Mozart oggi non si esegue più come si eseguiva negli anni ’50; abbiamo riscoperto la vitalità, la teatralità delle sue opere serie, non solo Idomeneo o Clemenza di Tito, ma Mitridate e Lucio Silla, per esempio. A tutto questo, Parma si dimostra assolutamente sorda. Verdi continua a volerlo “secondo la tradizione», ossia come si è venuto corrompendo sotto l’influenza dell’opera verista di tardo Ottocento, urlato e singhiozzato, con orchestre gonfiate e rumorose».
Con spadoni di cartone e corone di latta, gli suggerisco. «Appunto, anche la regia sarebbe un campo da rinnovare completamente», ribatte subito Pertusi.
Un’istituzione benemerita c’è però a Parma, l’Istituto di Studi Verdiani, che lavora all’edizione critica delle opere di Verdi, pubblicate – interessante notarlo – dalla Chicago University Press. Un po’ come se l’edizione critica di Bach o di Mozart fosse pubblicata dall’università di Shanghai.

«L’istituto dovrebbe essere il punto di partenza di un vero Festival. Il primo compito di un festival è quello di fornire un’esecuzione di riferimento di un’opera. Basterebbe appunto un’opera all’anno, con costi molto minori. Un’opera eseguita sulla base dell’edizione critica, con quel lavoro di approfondimento e riscoperta delle pratiche esecutive di cui ho parlato, con una regia modernissima ma rispettosa della drammaturgia dell’opera. Questo sarebbe il Festival Verdi. A me pare scandaloso che l’anno scorso si sia messo in scena I Vespri Siciliani, con più di un’ora di musica tagliata e senza il balletto. Pensa che meraviglia se il Festival avesse proposto un’esecuzione di Vêpres siciliennes, ossia il Grand Opéra francese, composto da Verdi in francese, e come, prevedeva il gusto e l’estetica del Grand Opéra, col balletto integrato nella drammaturgia! E questo, sulla base dell’edizione critica, e di un’esecuzione critica. O si fa questo, o non vedo lo scopo di chiamare festival una mezza stagione di routine. In questo momento stesso l’intero mondo è un Festival Verdi, essendo il Grande uno dei compositori più eseguiti».
Cos’altro manca per farne un vero Festival? «Che sia una scuola e un laboratorio di giovani cantanti e musicisti. Ma anche questo fa parte del progetto musicologico serio. Il Rossini Festival di Pesaro ha avuto questo, tra gli altri meriti. E il progetto musicologico è venuto prima e ha partorito il Festival. Studiosi americani e italiani avevano a lungo lavorato all’edizione critica delle partiture, allo studio delle pratiche esecutive. Cantanti grandissimi, pionieri della riscoperta della vera interpretazione, come Joan Sutherland, Marilyn Horne, Shirley Verrett, Samuel Ramey, Rockwell Blake, avevano aperto la strada a noi giovani. Io mi sono formato al Rossini Festival; tra i migliori esempi dell’ultima generazione c’è Juan Diego Flórez».

Che ci sia il Festival a Parma ce ne accorgiamo perché dalle vetrine di salumieri o negozi di scarpe, occhieggia malinconico l’occhio ceruleo di Verdi nel bel ritratto di Boldini. Par voler dire: «Come vorrei chiamarmi Giuseppe Rossi, qui, oggi!». Costumi para medievali con spadoni di cartone e corone di latta, ambientati tra prosciutti e forme di parmigiano, decorano le vetrine del centro. Nel portico sotto il Comune rimbombano a volume da discoteca marce e cori da opere verdiane. Come spiegare un uso così trito, volgare e idiota di una gloria del teatro musicale nel mondo, di una delle poche ragioni per sentirsi orgogliosi di essere italiani, oggi? Il Verdi fra trionfi di prosciutti e salami e lambruschi e anolini ci dice che quel che conta qui è l’indotto. Verdi viene visto come un incentivo alla vendita di prodotti suini. Il maiale – ce n’è uno ogni cinque abitanti, e d’estate li si sente col naso – è la principale fonte di ricchezza per i parmigiani. Verdi è ormai ridotto a testimonial del maiale.

Un negozio di mobili e design con le insegne del Festival e gli spadoni di scena

«L’ossessione dell’indotto è la spiegazione del perché abbiamo “questo” festival Verdi», dice Pertusi. «È un pretesto, appunto. Il beneficio economico sarebbe la conseguenza del successo di un progetto culturale che richiamasse a Parma un pubblico qualificato da tutto il mondo. Il Festival di Salisburgo ha un bilancio di circa 50 milioni di euro; grossomodo la metà coperta da fondi pubblici (Stato, regione, comune ecc..) e il resto da sponsor e botteghino, senza dimenticare i diritti discografici e tv. Ma i finanziamenti pubblici tornano poi indietro in tasse. Ecco cos’è l’indotto».
Nella conferenza stampa di presentazione del festival, il Maestro Meli ha detto, che tra gli scopi il principale è «proteggere il nome di Verdi». Da chi, chi lo attacca? È sui cartelloni di tutti i teatri del mondo. Ha goduto della stima di Brahms, di Mahler, di Tolstoj, di Proust, di Erich e Carlos Kleiber, di Bruno Walter, di Toscanini, certo. In anni recenti ne hanno scritto i più grandi studiosi. Ha avuto e ha i più grandi interpreti della storia della musica e del teatro. Qualche mese fa un Macbeth diretto da Muti, con la regia di Peter Stein, a Salisburgo appunto, ha fatto scattare il pubblico in piedi all’ultimo accordo e si è ricevuto venti minuti di applausi. Proteggerlo da chi? Va protetto solo dal Festival Verdi di Parma.

* Luca Fontana, studioso e traduttore di Shakespeare, è professore di Drammaturgia allo Iuav di Venezia.

Leggi anche:

L’orchestra liberista di Parma che fa infuriare la Cgil

Vai al bilancio di Teatro Regio e Festival Verdi

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter