Perché le ricchezze accumulate non ci fanno felici?

Perché le ricchezze accumulate non ci fanno felici?

Perché l’uomo nella prosperità non comprende ma si comporta come gli animali che periscono?

Luca 18, 18-25
E un notabile lo interrogò dicendo: «Maestro buono, facendo che cosa erediterò la vita eterna»? Ora gli disse Gesù: «Perché mi dici “buono”, nessuno è buon se non Dio solo. Conosci i comandamenti: non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre». Egli disse: «Tutto questo lo custodii dalla giovinezza». Ora, udito, Gesù gli disse: «Ancora una sola cosa ti manca, tutto quanto hai vendi e distribuisci ai poveri e avrai un tesoro nei cieli. E su via, seguimi». Ora, udito questo, fu avvolto di tristezza, poiché era molto ricco.

Tutto il Vangelo di Luca è scritto perché il credente non cada nel pericolo tipico del credente: pensare che è ciò che fa a salvarlo. È scritto perché non si dimentichi che la salvezza è il dono che il Padre ci fa di essere figli e consiste quindi in una relazione filiale con il Padre e fraterna con gli altri, non invece in una osservanza complicata di norme e di leggi e di ascesi. La salvezza è qualcos’altro.

E un notabile lo interrogò dicendo: Maestro buono, facendo che cosa erediterò la vita eterna?

Notiamo che siamo di fronte un notabile, in greco c’è “principe”: è una persona veramente importante, ricco, nobile. Sapremo poi che è uno che ha osservato tutti i comandamenti. Dagli altri vangeli sappiamo che è giovane e che si getta in ginocchio davanti a Gesù. Cosa gli manca? Non gli manca nulla, è disposto persino a fare di più, anche se ha già fatto tanto. Sembra proprio che sia la persona migliore. Più di così, cosa volete?

Tuttavia, il “giovane ricco” chiede che fare. L’uomo si pone il problema del “che fare”, l’animale no, perché è programmato dall’istinto; l’uomo è libero. La sua vita dipende da quello che fa lui. Quindi, che fare? L’uomo fa secondo l’obiettivo che ha e lui ha un obiettivo preciso, che è l’unico obiettivo sensato: è avere la vita eterna. Cioè una pienezza di qualità di vita, di pienezza di vita, di felicità, con tutto quel che occorre, che è quello che fa felice l’uomo.

Quando si pensa alla vita eterna si pensa a una cosa che non finisce mai, quasi… una noia eterna! Allora cerchiamo di prolungare più che possiamo questa vita. Dobbiamo invece pensare che questo “eterno” vuol dire una stabilità, qualcosa che dura perché veramente è bene che sia così, una cosa valida, è pienamente soddisfacente. Possiamo anche noi quindi ritrovare in fondo al cuore questo desiderio di una pienezza di vita e dire: come si fa a raggiungere l’obiettivo di questa aspirazione che sembra talvolta così illusoria?

L’uomo vuole “fare” per essere felice. Non per essere felice sul momento, ma per essere sempre più felice. Questo vuol dire la vita eterna. Una felicità che non finisce, avere sempre quel di più. Quel di più che non finisce, per cui non è che una volta che l’hai avuto, dici: tutto qui? No, quel di più che ti dà ancora di più e quindi ti rende sempre più felice all’infinito. La sete fondamentale dell’uomo che una sete di felicità. 

Ora gli disse Gesù: Perché mi dici “buono”, nessuno è buon se non Dio solo.

La domanda è interessante. Gesù lo mette sulla pista: tu mi chiami buono ma Dio solo è buono. Cosa vuol dire? Per ora lasciamo sospesa questa affermazione che è quella determinante, perché in realtà uno decide la vita solo dove vede Dio, dove cioè vede la pienezza di vita.

Conosci i comandamenti: non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre.

È interessante notare questi comandamenti: non commettere adulterio, non uccidere, non rubare… Tutto sommato, un morto li osserva tutti. Il problema è un altro: come vivere. Non basta osservare i comandamenti. Quando certa gente si confessa dice: non ho rubato, non ho ucciso… Va bene, d’accordo. Neppure la gamba di un tavolo ha rubato. Il problema è un altro. 

Egli disse: Tutto questo lo custodii alla giovinezza.

Uno può fin dalla giovinezza aver osservato tutte le leggi. Ma il problema non è osservare tutte le leggi, il problema è se si ama o meno. È chiaro che chi ama le osserva. Ma il problema è che non basta l’osservanza delle leggi. La vita non è osservare delle norme, la vita è la libertà di chi sa voler bene.

Ora, udito, Gesù gli disse: ancora una sola cosa ti manca, tutto quanto hai vendi e distribuisci ai poveri e avrai un tesoro nei cieli. E su via, seguimi.

Una cosa sola ti manca per avere la vita eterna: se non fai questa cosa non hai la vita, cioè sei morto. Primo, quanto hai, dallo, perché è dono. Secondo, quanto sei, buttalo nel seguirmi, perché è dono.  

Quello che hai sia luogo di comunione con gli altri, che diventano tuoi fratelli. Quel che sei, invece di buttarlo via nel nulla, nella stupidità o sacrificando agli idoli, donalo a Dio. E allora il tuo io diventa il luogo della comunione con Dio e con tuoi fratelli. Il problema è quello di non far consistere la propria vita nelle cose che ho, nelle qualità che ho e in quel che sono, ma la mia vita è la mia relazione con gli altri e con Dio. Questa è la proposta che Gesù fa della vita eterna. Ognuno è chiamato a vivere come figlio che ama il Padre e che ama i fratelli, a vivere concretamente la sua vita di ogni giorno da figlio nelle cose che ha e in ciò che è. 

Ora, udito questo, fu avvolto di tristezza, poiché era molto ricco.

Ciò che impedisce a quest’uomo di avere la felicità è proprio ciò che ha e ciò che è.
È molto ricco di che cosa? Di beni, di onorabilità, di intelligenza e di bontà. Ricco di tutto. Non è disposto a dare e ricevere tutto, a mettersi in gioco. È disposto ad avere ancora di più, a essere ancora più bravo, a fare altre cose, non invece a giocarsi di persona con Dio e coi fratelli. Allora il suo dio in realtà non è Dio, e gli altri non sono i suoi fratelli. Al di là di tutte le buone intenzioni, il suo dio è il suo io e le cose che ha. E a questo non vuole rinunciare, quindi resta chiuso in se stesso. Chi è chiuso in se stesso, resta avvolto di tristezza, non ha la vita, non è realizzato perché non ama: non ha realizzato il suo desiderio fondamentale che è quello di comunione con il Padre e ci fratelli. Non ha la gioia che è il segno fondamentale della presenza dello Spirito.

Ora Gesù avendolo visto avvolto di tristezza disse: Come difficilmente quanti hanno le ricchezze entrano nel Regno di Dio! Poiché è più facile a un cammello entrare in una cruna d’ago, che a un ricco entrare nel Regno di Dio.

Gesù fa una considerazione molto semplice: chi è ricco è difficile che entri nel Regno di Dio. Questa è la prima affermazione. La seconda è un po’ più dura: è più facile che un cammello entri per la cruna di un ago. Come dire: è difficile, anzi è impossibile. Impossibile agli uomini, e cioè a tutti. Perché tutti – anche se non nobili, principi, buoni, intelligenti e ben disposti – abbiamo quella sufficiente ricchezza e presunzione di chiuderci in noi stessi. 

Qualche volta questa interpretazione dell’episodio del cosidetto giovane ricco, ci fa dire: il ricco non ci stava perché per avere tante ricchezze avrà imbrogliato, sarà stato ingiusto, ecc. Ma non è tanto questo: non è una constatazione moralistica. Il punto è un altro: è il fatto di voler dipendere da quello che si fa, da quello che si riesce ad accumulare, da quello che possiamo procurarci.  

*biblista e scrittore

Il testo è la sintesi redazionale della lectio divina tenuta nella Chiesa di San Fedele in Milano nel corso di vari anni. L’audio originale può essere ascoltato qui.

Nella foto, Emanuele Convento, senza titolo, grafite su carta, cm 30×40; 2011 – per gentile concessione di Galleria Blanchaert

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