Fallimenti a catena, anche le Pmi cinesi nel baratro

Fallimenti a catena, anche le Pmi cinesi nel baratro

Dall’inizio dell’anno, Wenzhou, importante città della provincia cinese del Zhejiang, è al centro di un’ondata di fallimenti collegati a numerosi episodi di fuga all’estero e ad alcuni suicidi. Si parla di circa 230 casi in tutto il Zhejiang e 90 nella sola Wenzhou, per la maggior parte proprietari di piccole e medie aziende locali, che hanno lasciato più di 15.000 persone senza stipendio da un giorno all’altro. I fallimenti sono il risultato dei forti debiti contratti da tanti imprenditori con strutture di credito “informali” o “sotterranee”. Queste strutture spesso prestano denaro con tassi da usura (possono arrivare fino al 180%) e, per tornare in possesso delle somme, utilizzano metodi propri della malavita (sono frequenti i rapimenti di familiari del debitore). Quando il titolare di un’azienda contrae un debito con una struttura del genere, questi s’impegna personalmente, dando la sua parola e coinvolgendo familiari o conoscenti.

Il governo provinciale del Zhejiang afferma che l’entità dei fallimenti è ben più grave di quella a suo tempo causata dalla crisi dei mutui sub-prime americani: nel 2008 a causa dei fallimenti, si persero “solamente” 6.000 posti di lavoro. Inoltre, secondo Zhou Dewen, presidente della Wenzhou Small and Medium-sized Enterprise Development Association, la situazione è destinata a peggiorare da qui ai primi mesi dell’anno prossimo. Infatti è provato che la maggior parte dei debitori impossibilitati a ripagare un debito fugge nel periodo immediatamente precedente il Capodanno Lunare Cinese (che solitamente cade tra gennaio e febbraio).

La finanza “informale” o “sotterranea” è un fenomeno molto diffuso tra le aziende private in Cina e in particolar modo a Wenzhou. Alcune fonti stimano che addirittura l’89% degli abitanti e delle famiglie partecipino in qualche modo alla rete di tali strutture di credito. Per spiegare tale circostanza è bene spendere due parole per inquadrare Wenzhou e la sua particolare struttura socio-economica.

Wenzhou ha giocato un ruolo chiave nello sviluppo dell’imprenditoria privata della Cina del dopo-Mao. Negli anni che vanno dal 1978 al 1985, l’economia dell’area si sviluppò sfruttando le basi già presenti nell’artigianato e nella produzione su base familiare, con una divisione orizzontale del lavoro tra più famiglie. E’ in questo ambiente familiare/rurale che si svilupparono micro-imprese da subito orientate verso una gestione capitalistica. Tra il 1979 e il 1985 circa 1.400.000 contadini lasciarono il lavoro nei campi per andare a lavorare in queste aziende. Per dare inizio ad un nuovo business non servivano né tecnologia, né grandi investimenti, solo poche macchine e un piccolo capitale. Le banche esigevano troppe garanzie dai privati, dunque se non si possedeva il capitale, ci si rivolgeva alle reti di parenti e compaesani oppure a forme di finanza sotterranea, che hanno a Wenzhou, come in altre parti della Cina, origini molto antiche. Le più radicate sono le associazioni di credito rotatorio (hui) basate sulla libera contribuzione di un certo numero di associati che, nel tempo, usufruiscono della somma depositata. Anche i banchi di pegno e i broker di villaggio risalgono ad antica data. Non sempre le strutture di finanza informale hanno avuto la cattiva reputazione di “strozzini” come accade ora. Infatti nei media cinesi se ne parla spesso anche come di “finanza popolare” in contrapposizione alle banche.

Quello che negli anni Ottanta è diventato famoso come il “modello di Wenzhou” presenta le seguenti caratteristiche: l’unità produttiva è la famiglia rurale; la produzione è orientata verso beni di consumo di fascia molto bassa attraverso l’impiego di tecnologia semplice e labour-intensive; la commercializzazione avviene attraverso una vasta rete di vendita, acquisto e marketing estesa per tutto il paese grazie alle connessioni familiari e di villaggio. Infine, le operazioni sono finanziate in larga parte attraverso strutture di finanza “sotterranea”, quali: associazioni di credito rotatorio, banchi di pegno, intermediari privati.

Wenzhou divenne così un simbolo della piccola e piccolissima azienda a gestione familiare che, pur nata dal nulla, ottiene successo grazie alla caparbietà dell’imprenditore che l’ha messa su. Pur avendo attraversato trent’anni di trasformazioni economiche e sociali, la cultura della piccola impresa ha mantenuto il suo caposaldo nella figura del proprietario (in cinese, laoban): a lui/lei si fanno risalire tutti i successi e gli insuccessi della ditta che sono direttamente correlati anche alla capacità di mettere in essere le reti personali. Tra queste reti, i creditori illegali continuano a rivestire un’importanza fondamentale: le banche continuano ad avere un canale privilegiato con le aziende di stato e per le Pmi sussistono grandi difficoltà, riconosciute anche dal premier Wen Jiabao nel corso di una recente visita a Wenzhou.

Quanto è grave il pericolo portato dall’ondata dei fallimenti di Wenzhou e del Zhejiang? E’ fin troppo facile per i media occidentali insinuare il dubbio che questo sia finalmente l’ostacolo che fermerà l’economia cinese. L’Economist si è affrettato a vedere nei fallimenti di Wenzhou il segno di un’incrinatura permanente. D’altra parte, la stampa cinese ha adottato un atteggiamento opposto. A fine luglio il Global Times negava che si potesse parlare di epidemia di fallimenti e ridimensionava il fenomeno come un più generale problema delle Pmi a fronteggiare l’aumento dei costi del lavoro e delle materie prime.

Finalmente, a fine settembre il China Daily scriveva che la crisi dei crediti di Wenzhou è una conseguenza della stretta creditizia sulle banche messa in atto dal governo cinese per limitare l’inflazione, ridimensionare gli investimenti nel settore immobiliare e scongiurare, così, lo scoppio di una bolla. Secondo questa stampa cinese, sono state le misure restrittive imposte dal governo a spingere molti imprenditori privati tra le braccia della finanza informale, mentre è noto che tale situazione è stata la norma per migliaia di aziende private per oltre trent’anni. Il vero problema è che se la crisi e l’inflazione permangono, sempre più persone non potranno ripagare i propri debiti, e il sistema della finanza sotterranea – una volta rimasto senza fondi – potrebbe collassare di colpo, attirando nel baratro molti più soggetti (un evento del genere è già avvenuto nel 1986, quando si verificò il crollo delle associazioni di credito rotatorio di Wenzhou).

Se la questione del credito illegale e dei relativi fallimenti è un problema così radicato e serio, come risolverlo? Nell’ultimo mese gli amministratori di Wenzhou, inneggiando a “salvare la città” si sono attivati per trovare soluzioni per il controllo della crisi finanziaria in corso. Proprio negli ultimi giorni il governo locale ha lanciato un fondo di emergenza di 50 miliardi di Rmb (circa 5 milioni 700 mila euro) per aiutare le aziende strette nella morsa dei debiti. Allo stesso tempo, ha dato via libera alla creazione di 120 aziende di microcredito per i prossimi tre anni, in vista della prossima liberalizzazione del credito concesso da privati: queste aziende – private – potranno offrire prestiti ad un interesse massimo pari a quattro volte quello stabilito dalla Banca Centrale e si proporranno come fruttuosa alternativa a quegli operatori che vogliano operare “legalmente” nel settore del credito.

A questo punto, il problema che si profila è il seguente: fornendo aiuto agli imprenditori che sono stati rovinati dagli strozzini, il governo aiuta le piccole-medie imprese, e questo è giusto. Allo stesso tempo, però, giustifica i comportamenti illegali e non si comporta lealmente nei confronti di quei cittadini che invece non sono ricorsi ai prestiti illegali. Dunque il problema da economico potrebbe diventare morale.

*Valeria Zanier è docente di Economia della Cina presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Come principale ambito di ricerca analizza continuità e innovazione nell’imprenditoria privata nella Cina contemporanea. Prima di intraprendere la carriera accademica ha curato diversi progetti di collaborazione economica e commerciale tra aziende ed enti italiani e cinesi. Nel 2011 ha pubblicato per Franco Angeli il volume “Dal grande esperimento alla società armoniosa: trent’anni di riforme economiche per costruire una nuova Cina”.