Occupy Wall Street è il movimento di chi non si fida più

Occupy Wall Street è il movimento di chi non si fida più

L’episodio della Davis University of California è agghiacciante. Le immagini del poliziotto che spruzza un getto rosso di spray al peperoncino in faccia a studenti seduti e immobili fa montare la rabbia a chi lo osserva. Non fa orrore solo la violenza propria del gesto: è terribile la sua normalità. L’azione di provocare dolore fisico a studenti pacificamente seduti è compiuta con noncuranza, come se il poliziotto con lo spray stesse pulendo il vetro di una macchina.

I suoi colleghi non reagiscono. Lo osservano mentre dà una prima passata, concentrandosi sui punti che, forse, ritiene più ostici. Non dicono nulla quando dà una seconda passata, e alcuni dei ragazzi iniziano a sentirsi male.

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Su internet il dibattito è feroce. C’è chi dice che si tratta di un gesto inaccettabile. Chi accusa lo strapotere della polizia dall’11 settembre. Ma è nutrita anche la fazione dei favorevoli. In fondo, i ragazzi stavano disubbidendo a un ordine della polizia: una passata di spray sugli occhi è il minimo che potesse capitar loro.

Dai tempi di Bush figlio, quando la Bible Belt ha acquisito dignità elettorale, noi europei ci dobbiamo sforzare di comprendere questo tipo di situazioni estreme. Dovrebbe essere un retaggio dei valori protestanti delle origini: chi non rispetta la legge, paga. Se la punizione è dura conta poco, visto che la “redenzione” è praticamente esclusa.

Signori, sono stanco di pensarla in questi termini. L’episodio orrendo della Davis è il simbolo della “società meccanica”, cui l’uomo di deve adeguare, pena la tortura dello spray. Lo spray non ha nulla a che vedere con il protestantesimo delle origini: è invece la negazione della libertà di espressione anglosassone, che è l’altra, grande matrice dello spirito americano, insieme al sostrato religioso e alla responsabilità per le tasse. È un crimine degno dei programmi di riadattamento di “1984”.

È pur vero che a compiere il crimine sono stati uomini in divisa, e la gente in divisa ha una tendenza normale a fare tutto ciò che viene ordinato. Lo sapevano i grandi movimenti nazionalisti del Novecento, i cui leader per prima cosa andavano in sartoria a inventare qualche forma di simbologia. Lo ha provato scientificamente il celebre esperimento della “prigione” di Stanford, nel 1971. È una costante in qualsiasi gruppo i cui iniziatori puntino alla “de individuazione”, cioè all’annullamento delle caratteristiche di giudizio individuale, che vengono sostituite da quelle della massa.

Eppure, i poliziotti rispondono pur sempre al controllo di una società civile. L’eccentrico sociologo americano Philip Slater ha scritto che «un uomo in uniforme è meramente l’espressione della volontà di qualcun altro». È chiaro che i poliziotti hanno perso la testa, ma il vero problema è la mancanza di controllo da parte della società.

Anche perché l’episodio di Davis non è l’unico del suo genere, negli ultimi anni. Il più celebre è del 2007: uno studente dell’Università della Florida, Andrew Meyer, si era impossessato del microfono per le domande al senatore John Kerry; visto che non voleva mollare, è stato rimosso a forza e bloccato a terra. Una volta immobilizzato, ha subito una scarica di pistola elettrica. Accettare episodi simili rappresenta solo la rassegnazione di un’intera società ai meccanismi di controllo. La società meccanica coinvolge tutto: legittima l’uso indiscriminato della forza per conservare l’ordine; abolisce la privacy per controllare la sicurezza; divide la società in controllori e controllanti. 

Soprattutto, accetta come “normale” tutte le azioni tese al “mantenimento dell’ordine”, come se qualsiasi azione atta a criticare l’andamento della società sia un crimine. È la stessa logica che ha accettato l’iper arricchimento delle banche: è “normalità” sociale. Pochi si sono chiesti, alla fine, chi controllasse questa “normalità”. Perché dietro a telecamere e spray al peperoncino c’è sempre qualcuno. Occupy Wall Street è il movimento di chi non si fida più. In fondo, anche i banchieri, tra capelli corti e abiti scuri, blackberry e mocassini, indossano una divisa.  

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