«Chi oggi ha quarant’anni avrà la pensione più bassa»

«Chi oggi ha quarant’anni avrà la pensione più bassa»

«La riforma Dini», spiega Alessandro Rosina, docente di demografia presso l’università Cattolica di Milano «è una riforma incompleta». Non a caso, continua il professore, ha ricevuto dal 1995 in poi modifiche continue. Fino a quest’anno, in cui cambierà del tutto. Il meccanismo messo in atto all’epoca univa, tutti insieme, il sistema contributivo, retributivo e misto. Ed era anche un provvedimento che «ha saputo creare disparità generazionali, iniquità, disequilibri con classi privilegiate e penalizzate». In più «continuava a mantenere costi elevati per lo Stato».

Ma non solo. Nei momenti di maggiori necessità, «per fare cassa», lo Stato interveniva «spostando in avanti l’età pensionabile». Uno strumento che, poco alla volta, andava a penalizzare proprio i graziati da Dini nel 1995. Sempre perché, insiste Rosina, «la riforma non era completa». Ora, secondo Rosina, le cose cambieranno davvero, e dovranno pagare. «Sono pochi, dal punto di vista numerico, ma non così tanto».

Le risorse liberate dalle pensioni dovrebbero andare a coprire le fasce del lavoro femminile e dei giovani, «con adeguate misure di welfare», sulle quali non si sente di dubitare «perché conosco bene il lavoro di Elsa Fornero». Una sorta di garanzia, insomma. Il problema è che, se non si interviene in modo preciso e puntuale, chi comincia a lavorare in questi anni rischia di avere, al termine, solo una pensione sociale. Insomma, per rendere giusta «l’aggressione alle categorie che finora hanno goduto del retributivo», conclude Rosina, «vanno messe in campo misure che riescano a potenziare il mercato del lavoro e renderlo più forte».

Ma, in realtà, la questione sembra più complessa, sembra suggerire Amerigo Rivieccio, funzionario di Montecitorio ed esperto di questioni di carattere previdenziale: «È superfluo dire che chi ora è più lontano dalla pensione», spiega, «avrà un danno in proporzione maggiore». Insomma, è il pro-rata, come immaginato dalla Fornero. «La situazione è grave, molto», annuncia in toni preoccupati. Il problema va a concentrarsi sul potere d’acquisto: «per chi è molto lontano dalla pensione, la copertura della prestazione può arrivare al 60% dello stipendio». Cosa che, fa notare, «implica una notevole variazione del tenore di vita». Insomma, il rischio è quello di creare una fascia di persone che, nella terza età, sarà tra le più fragili e povere. «Sono i nati dagli anni ’70 in poi che ne pagheranno di più le conseguenze». Più di quanti sono nati negli anni ’60, e anche degli anni ’80. «Insomma, quelli che stanno compiendo adesso i 40 anni».

Alla base, oltre alla complicazione del passaggio dal retributivo al contributivo, ci sarebbe anche il problema dell’adeguamento della pensione al costo della vita. «Che è già limitato da vincoli di vario genere». Insomma, il problema delle pensioni è che è un bubbone, «un problema che scoppia in modo ritardato, e che per questo non viene visto». La gobba previdenziale, prevista per il 2030-2040, comincerà a scendere. «Forse allora ci sarà una variazione di tendenza», ma non sarà facile.

In ogni caso, al giorno d’oggi, «i giovani forse avranno il vantaggio di essere già abituati a lottare», di «conoscere le regole della giungla», aggiunge Rivieccio. Anche se andrebbe osservato con attenzione il fenomeno dell’emigrazione, che colpisce le fasce più istruite e tradisce un senso di insoddisfazione se non di mancanza di speranza. L’idea di misure per il welfare con fondi tolti alle pensioni, però, non lo entusiasma molto. «Non è giusto che si traggano i soldi dalle pensioni per questo». La differenza «va fatta tra lavoratore e contribuente». Spesso coincidono, ma non sono la stessa cosa, spiega. E spetta a quest’ultimo il finanziamento, con i pagamenti e le trattenute, delle politiche sociali. «Lo Stato già incamera il 33% delle pensioni». Sarebbe meglio destinare il 30% alle pensioni, e il 3% alla spesa sociale. «Ma è solo un’idea», conclude. 

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