I colori delle leggende dipinti sulle maglie dei campioni

I colori delle leggende dipinti sulle maglie dei campioni

Questo non è un libro sul calcio. E nemmeno sui calciatori: più del gesto atletico e più della celebrazione di vittorie e campioni, le immagini che abbondano parlano d’altro. Delle maglie.

A prima vista potrebbe sembrare un aspetto marginale, caro solo agli appassionati. Ma, a soffermarsi un poco, non lo è. Cambiano i giocatori, le stagioni passano. Ma anche le maglie, i colori, le forme, i simboli seguono la storia, subiscono il tempo, si legano a epoche o a grandi personaggi. E, con loro il tifoso si identifica: con i colori firma la sua appartenenza a una squadra, che diventa anche uno stile di vita, un modo di vivere, un segno di appartenenza sociale. E allora, come in un viaggio veloce lungo le storie delle principali squadre di calcio del mondo, Giorgio Welter ha compilato Le maglie dei campioni: Squadra, miti e aneddoti sulle divise di 60 squadre leggendarie, edizioni del Codice Atlantico. Il libro ripercorre, con una rapida sintesi, le storie e gli aneddoti dei club più famosi. In rigoroso ordine alfabetico, vola dall’Ajax ad Amburgo, passando – tra le altre – per Borussia (sia Dortmund che Moenchengladsbach), Galatsaray, Estudiantes e tante altre.

In molti casi, dalle maglie si parte, come un pretesto, a raccontare la vita delle squadre. Come per l’Inter, nato nel 1908 dalla «volontà di ammettere in squadra anche gli stranieri residenti a Milano», che crea quella che i giornali dell’epoca definirono una «deplorevole scissura» tra i membri del Milan Cricket and Football Club. E allora 43 soci, radunati al ristorante “L’Orologio”, decidono di dare vita a una nuova società: il Football Club Internazionale. E i colori saranno quelli di quella «sera splendida»: nero e blu «con lo sfondo oro delle stelle», come scrisse Giorgio Muggiani, pittore futurista e giocatore di calcio. In realtà, hanno giocato anche ragioni di contrasto con i cugini del Milan e, soprattutto, il fatto che il nero e il blu fossero i colori più amati dal pittore-cartellonista. Un aneddoto: nel 1928, in una partita contro il Novara, l’Inter scese in campo con una maglia granata. Motivo? Mistero.

Il Milan, invece, è nato alla fine del 1899: si chiamava Milan Cricket and Football Club. Riuniva i «frequentatori della “Birreria Spaten”». E allora il fondatore Herbert Kilpin sceglie i colori sociali: «saremo una squadra di diavoli. I nostri colori saranno il rosso come il fuoco e il nero come la paura che incuteremo agli avversari». Rossoneri da quel giorno, la maglia è “palata” (cioè a strisce orizzontali). Più tardi, nasce anche una maglia di cortesia bianca con colletto rossonero. E poi, assume una scollatura a V, e altre forme. I colori, però, restano sempre quelli. Ma nel 1981-1982 il Milan è la prima squadra in Italia a portare scritte, sulle spalle, i nomi dei giocatori.

Per restare in Italia, il libro svela anche i segreti del Napoli, o meglio della sua maglia: azzurra come i borboni e gli angioini, e con colletto celeste, che diventerà presto bianco. Ogni tentativo di cambiare sarà revocato. Più che per tradizione, per superstizione. E non mancano cenni all’asinello, il “ciuccio” simbolo del club. «Scelto alla fine del primo fallimentare campionato del 1926-1927» per sostituire il cavallo rampante, simbolo della Provincia.

E poi? Barcellona, blaugrana per ricordare la matita rossa e blu usata in contabilità. Colori sociali che superano le epoche storiche, passando indenni anche il periodo del franchismo. E dalla Russia il CSKA Mosca, la squadra dell’Armata Rossa. Non a caso la prima versione della casacca, quando ancora non era diventata l’estroflessione dell’esercito, era blu. Il rosso, doveroso, è stato imposto dalla nuova epoca comunista. In America Latina, notevole è il caso del Colo-Colo, di Santiago del Cile: squadra ispirata a una rivolta guidata da un capo indigeno contro i colonizzatori spagnoli. I dirigenti, contrari ad alcune novità nella società, hanno compiuto una scissione. Come per l’Inter, ma con un sostrato ribelle più forte: e allora si sceglie il nome di Colo-Colo, dal capo indio Mapuches che sconfisse gli spagnoli a Tucapel, nel 1553. Il colore è il bianco: come ogni ribelle, è il colore della purezza.

Del libro non si poteva non citare il Boca Juniors, i cui colori hanno una storia travagliata. Dal rosa iniziale, abolito per evitare le prese in giro da parte degli avversari, ai colori della Svezia, scelti quasi per scommessa, dalla prima nave ad attraccare al porto di Buenos Aires. Una posizione definitiva, per la casacca che ha avuto l’onore di farsi indossare anche dal pibe de oro: Diego Armando Maradona.

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Dall’alto, milanisti in senso orario: Marco Van Basten, Roberto Baggio, Andrij Ševčenko, Clarence Seedorf e Kakà

Al centro: Esteban Cambiasso, a sinistra Javier Zanetti, a destra la formazione dell’Inter che ha vinto la Champions’ League nel 2010

Il Napoli di Maradona esulta dopo il gol di Ciro Ferrara nella finale di ritorno della Coppa Uefa 1988-89 contro lo Stoccarda

Ancora il pibe de oro, campione anche in pantofole, con la maglia del Boca Juniors, nel 1980

Due stelle olandesi del Barcellona: Johan Cruijff e Johan Neeskens