La vera maternità è nell’ascolto che accoglie l’altro

La vera maternità è nell’ascolto che accoglie l’altro

La vera maternità è ascoltare. È ascoltando che concepisci l’altro, ti entra e poi vivi di lui. È la vera concezione l’ascolto. La maternità della vergine Maria, dicevano gli antichi, sta nell’orecchio prima che nel ventre. 

Siamo abituati a considerare Maria come un caso strano, unico. Di lei si dice che è “Madre della Chiesa”: perché i figli hanno in comune con la madre il fatto di essere uguali alla madre, altrimenti non sono figli. Quindi, ciò che si dice di Maria è ciò che capita a ciascuno di noi.

Il brano evangelico dell’Annunciazione è molto noto, e in qualche modo bisogna riscattarlo dallo scontato, in modo da avere occhi e orecchi e cuore nuovo per lasciarsi sorprendere dal suo significato profondo e attuale. Il racconto di Maria ci dice anche come ci si accosta alla Parola: l’autore lo pone all’inizio del Vangelo per dire come la Parola si realizza in ognuno.  

Luca 1, 26-38
Ora, al sesto mese, fu inviato l’angelo Gabriele da parte di Dio in una città della Galilea di nome Nazareth, davanti a una vergine promessa sposa ad un uomo di nome Giuseppe della casa di David. E il nome della Vergine, Maria. Ed entrato davanti a lei disse: Gioisci, graziata, il Signore è con te. Ora ella a questa parola fu tutta turbata e valutava donde mai fosse un saluto simile. E disse l’angelo a lei: “Non temere, Maria, trovasti infatti grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai nel ventre e genererai un figlio e chiamerai il suo nome Gesù. Questi sarà grande e figlio dell’Altissimo sarà chiamato e il Signore Dio darà a lui il trono di Davide suo padre e regnerà sulla casa di Jacob per i secoli e del suo regno non ci sarà fine. Ora Maria disse all’Angelo: Come sarà questo? poiché uomo non conosco. E, rispondendo, l’Angelo le disse: Lo Spirito Santo calerà su di te e la potenza dell’Altissimo adombrerà te. E perciò colui che nascerà sarà chiamato santo, figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, anch’essa concepì un figlio nella sua vecchiaia e questo è il sesto mese, per lei che è chiamata sterile. Perché non sarà impossibile presso Dio nessuna Parola. Ora disse Maria: Ecco la serva del Signore, avvenga a me secondo la tua Parola. E s’allontanò da lei l’angelo.

La maternità di Maria, per cui dà carne alla Parola, consiste in questo “eccomi”. Maria è la prima che ascolta ed è la nuova Eva, modello di ogni uomo. Mentre Adamo e la prima Eva non ascoltarono Dio, questa donna è la prima tra tutti gli uomini che dice “sì” a Dio che da sempre è “sì”. E Maria, che è la prima tra l’umanità – per questo è la madre, la matriarca del nuovo popolo che dice “sì” – è prototipo di tutti i credenti e di ciascuno di noi. Ed è interessante il rapporto che ha Maria con la Parola nel Vangelo: si dice che lei tutte queste parole le custodiva nel cuore. E Maria è la custode della parola nel cuore. Maria non memorizza ma “ricorda”: non è cioè un fatto che riguarda semplicemente l’intelligenza, ma un riportare al cuore. Il “ricordare” è proprio il portare al centro di noi stessi qualcosa che ci interessa, a cui ci interessiamo, in cui siamo dentro, di cui si vive.

È ricordando la parola che uno dà carne alla parola, perché, ricordandola, la vive. Non è semplicemente un ricordo scontato, è un ricordo che cresce nel tempo, con più elementi, fino a quando raggiunge la sua misura piena. E quando, più avanti, sua madre e i suoi fratelli sono fuori che lo chiamano, Gesù dice: Chi è mia madre? Mia madre è chi fa la volontà di Dio. Chi ascolta la Parola e chi la fa. E quando una donna dice: Beato il ventre che ti ha portato e il seno che ti ha allattato, Gesù risponde: Beato chi ascolta e fa la Parola. Quindi la maternità di Maria è anzitutto l’ascolto della Parola. Ogni volta che noi ascoltiamo e la Parola ci entra nel cuore, si realizza “oggi” quanto la Parola dice. 

Ora al sesto mese fu inviato l’angelo Gabriele da parte di Dio in una città della Galilea di nome Nazareth, davanti a una vergine promessa a un uomo di nome Giuseppe della casa di David e il nome della vergine Maria.

La Parola accade al sesto mese. Si parla del sesto mese da quando fu concepito il Battista. E al sesto mese uno non è ancora completo, non è nato. Il numero 6 è il numero della incompletezza nella Bibbia, è il giorno dell’uomo che è fatto per il settimo giorno. Qual è il tempo in cui viene la Parola di Dio? Non avviene nel tempo perfetto, quando tutto sarà bello, quando sarà finito, no, avviene nel sesto giorno, nel sesto mese, cioè nel tempo incompleto. Qual è il tempo incompleto? È questo; il sesto mese è oggi: cioè la Parola di Dio viene oggi, non domani quando sarà meglio.

Quindi non dobbiamo aspettare occasioni migliori, quando tutto sarà bello, pulito, perfetto, allora si compie. Non avverrà mai questo, perché questo avverrà solo attraverso il nostro “sì”. Quindi è in gioco la libertà dell’uomo. E poi questa Parola dove accade? Non a Gerusalemme, che è luogo santo, avviene a Nazareth: nel luogo della quotidianità, della vita, dove Maria è sempre vissuta, dove ha le sue relazioni, dove ha il suo lavoro.

Dio parla attraverso l’angelo, che è colui che annuncia la Parola. Dio parla con la Parola. Come ogni persona. Uno, quando parla, si espone, si dona, si comunica. L’altro può accettarlo o rifiutarlo. E Dio con l’uomo fa sempre così. Non gli impone nulla, gli parla, si compromette, si espone e aspetta che l’altro risponda. E il mezzo di Dio è la Parola. Non ha altri mezzi e non vuole usarne altri.

Simone Martini, «Annunciazione tra i santi Ansano e Margherita», particolare – Galleria degli Uffizi

La parola che cos’è? È il rispetto dell’intelligenza, della libertà dell’altro, innanzitutto. E poi innanzitutto è l’espressione di te, tu con la parola realmente ti doni all’altro; però rispetti l’altro che può non ascoltare, o far finta di aver capito, o dimenticare, può reagire, può dire di no, rispetti totalmente l’altro. E questo angelo si chiama Gabriele, vuol dire “forza di Dio”: la forza di Dio è la debolezza della sua Parola.

Il destinatario di questa Parola questa volta è una vergine. Precedentemente i destinatari erano Zaccaria ed Elisabetta, che erano sterili. La sterilità, la non fecondità, rappresenta il dramma dell’uomo che non ha futuro. La sterilità è a molti livelli, soprattutto il non aver futuro come persona. Dio è colui che dà futuro a chi non ha futuro. Però nella storia sacra, tutte e quattro le matriarche erano sterili. Maria ha già capito: il futuro non riesco a farmelo io, il mio futuro è l’altro e l’altro non posso farlo, posso solo accoglierlo. Ecco allora che Maria è vergine e la verginità di Maria è quella disponibilità fondamentale di ogni uomo ad accogliere l’altro come altro, non a farlo. Ogni rapporto nasce quando si rinuncia a produrre l’altro e si accoglie l’altro. Quindi la verginità è la “pura accoglienza”. 

Ed entrato davanti a lei, disse: Gioisci, rallegrati, graziata, il Signore è con te.

La Parola viene da fuori, la ascoltiamo. Non ce la inventiamo noi. È la proposta di un altro. E questa parola ci dice “gioisci!”. È il disegno di Dio sull’uomo. Cosa vuole Dio dall’uomo? vuole che sia contento. Perché Dio è gioia, è amore e vuole che l’uomo ami, e sia gioia, e si apra. Cosa vorrà dire all’uomo? quali obblighi? Nessuno. Vuole la gioia.

La gioia è il segno della pienezza di felicità, di vita, di relazioni, di rapporti. Questo vuole Dio. Esattamente il contrario di quello che si pensa della religione. Qual è la volontà di Dio? Vuole che tu sia contento. E il primo segno, se tu sei presente a Dio, è che sei contento. Se non sei contento, in quel momento non sei presente a Dio. Sei presente al tuo io. Perché la gioia è data dalla relazione. Ed è bello questo imperativo. È la sintesi di tutta la Bibbia. Cosa dice Dio all’uomo? Gioisci! Come io gioisco di te.

E poi continua con una parola: “graziata”. In greco c’è un termine, “gioia”, che vuol dire sia gioia sia grazia sia dono, amore, bellezza, bontà. Tutto il testo è strutturato su queste parole. Son oquelle parole dove l’uomo sta di casa. L’uomo è fatto per questo, perché Dio è amore, è grazia, è dono, è bellezza, è gratuità. Questa è la vita e la gioia dell’uomo. Il resto è brutto. Ed è questa la proposta che Dio fa all’uomo. Ed è interessante che la parola non dica il nome di Maria, il suo nome è “Graziata”: cioè, il tuo nome è l’amore che Dio ha per te, la gioia che Dio ha per te. Questo è il nome di ciascuno di noi. Io cosa devo fare? Niente. Gioire di questo. È questo il mio vero nome. E fino a quando non trovo questo, sono triste e disgraziato. Capire il proprio nome è capire l’amore che Dio ha per me. E il male lo faccio perché non ho capito questo. E Gesù è venuto a rivelarmi questo: lui è il Figlio amato dal Padre, per questo ama i fratelli, per questo vive nell’oggi di Dio, nella gioia e nella bellezza.

Subito dopo c’è il nome di Dio: Il-Signore-è-con-te. Il nome di Dio è un complemento di compagnia: l’Emmanuele (dall’ebraico Imanu’el: El, “Dio“, e Immanu, “con noi”). Questo è il motivo della gioia: questa compagnia. Sono rilevanti i due nomi, le due identità della persona, nel caso in cui si dica non “Maria”, ma “graziata”, e anche l’altra identità, quella del nome di Dio, che potrebbe essere “Nome Ineffabile”, “Indicibile” invece è “il Signore con te”. Cioè la sostanza di Dio è l’essere con noi: lui si mette con noi, cammina con noi, condivide le nostre stesse situazioni di vita, di sofferenza, di morte.

Antonello da Messina, «Annunziata», particolare

Ora ella a questa parola fu tutta turbata e valutava donde mai fosse un saluto simile. E disse l’angelo a lei: Non temere, Maria, trovasti infatti grazia presso Dio.

Per capire questo turbamento di Maria, provate a immedesimarvi in lei. Questa Parola che è rivolta a Maria è rivolta a ciascuno di noi. Se uno ti dice così, cosa rispondi? Probabilmente ha sbagliato indirizzo, si riferisce a un altro, non a me! Quindi il turbamento di Maria è comprensibilissimo. È qualcosa di eccessivo questo disegno di Dio su di me, è troppo bello per essere vero.

Il turbamento è dato da questo eccesso di grandezza che l’uomo prova davanti al divino. Ma l’uomo è fatto per questo eccesso. Altrimenti è sempre infelice fino a quando non trova quella bellezza. E allora è ancora l’angelo che risponde. Cioè è la Parola di Dio che risponde ai miei turbamenti, perché se rispondo io ai miei turbamenti diventano soltanto “disturbamenti” , e vado avanti all’infinito. Invece no, è la Parola: “Non temere!”. Cosa vuol dire? Vuol dire che stai temendo. Per questo dice: “Non temere!”. Ed è questa paura che ti rovina, perché temi che non sia per te questo. Temi di non essere all’altezza. Ma il problema non è essere all’altezza o alla bassezza: è così. E non è qualcosa da meritare, è gratuito. Come dice subito: hai trovato grazia. Il motivo di tutto questo è ancora la stessa Parola “grazia”: hai trovato grazia presso Dio. E il trovar grazia, in ebraico, significa (per una ragazza) aver trovato grazia agli occhi di un ragazzo e viceversa, vuol dire che sei innamorato. Cioè: Dio è innamorato di te. Perché Dio è amore e non può essere diversamente. Questo è il motivo per cui gioisci. 

Ed ecco, concepirai nel ventre e genererai un figlio e chiamerai il suo nome Gesù. Questi sarà grande, Figlio dell’altissimo sarà chiamato, e il Signore darà a lui il trono di Davide suo padre, e regnerà sulla casa di Jacob per i secoli. E del suo regno non ci sarà fine.

È ancora la Parola che spiega a Maria noi qual è il progetto di Dio su ciascuno di noi. Il progetto di Dio è che noi concepiamo l’uomo, che lo generiamo e lo chiamiamo per nome. Cioè Dio si dona a noi come parola e la Parola la puoi concepire, nel senso che ti entra nel cuore e diventa la tua vita. Ed è l’altro che diventa la tua vita una volta che ne accogli la parola: lo concepisci, lo lasci vivere in te. Non solo lo lasci vivere in te, ma tu diventi come lui ed esprimi nella tua vita lui stesso, lo generi. E la tua vita è un chiamare per nome lui, un entrale in dialogo con lui che è in te e tu in lui. È questo il disegno di Dio sull’uomo. 

Ora Maria disse all’angelo: come sarà questo? poiché uomo non conosco.

Non è che Maria dubiti come Zaccaria che non credeva e voleva un segno. Maria chiede come avviene? Non dubita della possibilità Maria, ma chiede come possa leggere, ravvisare quello che avviene, quale sia l’indicazione per cogliere quanto il Signore sta realizzando. Come sarà questo? Cioè, come sarà? cosa devo fare? Non conosco uomo. Devo conoscere un uomo? Devo darmi da fare per produrlo? Cosa devo fare? Maria domanda consiglio.E allora è ancora la Parola che risponde.

Rispondendo, l’angelo le disse: lo Spirito Santo calerà su di te e la potenza dell’Altissimo adombrerà te. Perciò colui che nascerà sarà chiamato santo, figlio di Dio.

Allora cosa devi fare? Non è che devi fare. Non è una cosa da fare, è l’amore che fa questo. È lo Spirito Santo – la vita di Dio – è l’amore stesso di Dio che scende su di te.   Non è che sia frutto di sforzo tuo. Per quanto ti sforzi, sarai sempre quello che sei. È accogliendo l’altro che diventi diverso, diventi come colui che accogli. Quindi non preoccuparti. Accogli davvero lo Spirito, l’Amore che il Signore ha per te. Poi vivrai di questo amore, sarà il tuo spirito, la tua vita, e allora ciò che nascerà da te sarà davvero figlio di Dio. E’ il grande mistero dell’uomo che davvero genera Dio ascoltando Dio. Non producendo lui. Accogliendolo.

Ecco, Elisabetta tua parente, anch’essa concepì un figlio nella sua vecchiaia. Questo è il sesto mese, per lei che è chiamata sterile. Perché non sarà impossibile presso Dio nessuna Parola.

L’angelo rimanda a Elisabetta, che in Luca è immagine dell’Antico Testamento, insieme con Zaccaria, al quale era stata promessa, in Abramo, una numerosa discendenza. eppure non riesce ad averla. E allora l’angelo dici: Vedi Elisabetta? Era sterile e ha concepito un figlio. Questo è il segno dell’azione di Dio:  si vede che Dio dà futuro a chi non ha futuro.. Dio è proprio questo, è Lui il futuro dell’uomo. Quindi ciò che avviene ad Elisabetta, la sterilità che diventa feconda, è ciò che mostra a tutti noi che la nostra sterilità, la nostra incapacità di produrre l’altro, è fecondissima una volta che diventa “verginità”, cioè la accogliamo. 

Ora disse Maria: Ecco la serva, la schiava del Signore. Avvenga a me secondo la tua parola. E s’allontanò da lei l’angelo.

Maria si definisce la “schiava del Signore”. Lo schiavo appartiene al suo padrone. Questo termine a noi non piace molto, può causare un sentimento di apprensione. Però è parola molto bella: perché Dio è schiavo nostro, appartiene a noi e noi apparteniamo a Lui. In questa reciproca appartenenza, di cui Maria, schiava del Signore, è immagine, si manifesta la libertà. L’essere in contatto così vitale, esistenziale con l’Assoluto, ci scioglie dal resto, da tutto ciò che può legarci. È un progressivo scioglierci da ogni schiavitù.

Questa appartenenza reciproca di amore è la massima definizione dell’uomo: il mio essere “suo” come il “suo” è “mio”. Maria è la prima che risponde “sì” a Dio che è sempre “sì”. Non solo risponde un sì generico ma “avvenga a me secondo la tua parola”. Cioè la Parola avviene per conto suo tramite il mio “sì”. È come il seme: una volta seminato, se c’è il terreno germina. Il terreno è proprio questa verginità che dice: “Sì, avvenga”. La grandezza di Maria è questo “sì”. Ed è la grandezza dell’uomo. È la grandezza dell’uomo che concepisce Dio, concepisce l’Inconcepibile.

*biblista e scrittore

Il testo è una sintesi redazionale della lectio divina tenuta nella Chiesa di San Fedele in Milano. L’audio originale può essere ascoltato qui.

Nella foto, Stefania Pennacchio, «Maternità», tecnica Raku, 2011 – per gentile concessione di Galleria Blanchaert

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