L’inglese glielo insegnava Joyce, così Svevo è tornato a scrivere

L'inglese glielo insegnava Joyce, così Svevo è tornato a scrivere

«Sa, anch’io ho scritto, ma ho scritto due libri, che non sono stati riconosciuti da nessuno», disse, con timidezza, l’allievo al suo maestro d’inglese. Lui, il professore, ne aveva pubblicati ben tre: una raccolta di poesie, un romanzo di formazione e una raccolta di racconti. Poi, preso dalla noia e dall’insofferenza per il suo paese, se ne andò, vagò per l’Europa e approdò a Trieste, all’epoca ancora territorio dell’impero austro-ungarico.

All’allievo il maestro dovette sembrare un gigante: oltre ai libri scritti, sapeva parlare diciotto lingue (tra vive e morte) ed era, a detta della gente del porto, un po’ matto. Amava girare per osterie, era sempre senza un soldo e cambiava casa di continuo. Per lui, figlio di un commerciante ebreo, cresciuto nelle scuole bavaresi e poi educato nel liceo commerciale della città, doveva sembrare un incontro bizzarro.

Prima di tutto, a causa dei continui viaggi di lavoro a Londra, aveva capito che doveva imparare la lingua. Certo, nei diciotto anni passati nella Banca Union – o meglio nella filiale triestina della banca viennese – gli bastava il tedesco. E lui lo padroneggiava. Ora che, invece, lavorava per l’azienda Veneziani, quella di suo suocero, e doveva badare alla filiale londinese, era tutto diverso. Del resto, era tra i pochissimi a conoscere la formula segreta per fabbricare quella speciale vernice sottomarina, quella in grado di ostacolare l’attecchimento di alghe e molluschi agli scafi delle navi. Un affare che prometteva di portare molti soldi.

Eppure, in quel momento, nessuno dei due lo sapeva – né il maestro né l’allievo – che quell’incontro avrebbe cambiato le loro sorti. E così andò: subito dopo aver raccontato di essere, oltre che un maestro, uno scrittore, il professor Joyce, capitato per le lezioni nel palazzo Veneziani, venne omaggiato di un mazzo di rose appena colte dal giardino.

L’allievo Aaron Schmitz, allora, un filo imbarazzato, con le mani lungo le tasche dei pantaloni e muovendo nervosamente i baffi, azzardò, la fatale confidenza: «Sa, anch’io ho scritto». «Davvero?», chiese il professore, un poco incuriosito. Di sicuro non immaginava che, nella borghese Trieste di inizio novecento, avrebbe trovato molto più di un alunno, ma un compagno di lunghe, fitte e alte chiacchierate. «Mi dispiace, ma non conosco nessun libro scritto da Schmitz», forse aggiunse. «Certo, uso uno pseudonimo – rispose l’allievo – sono solo due, e quando scrivo mi chiamo Italo Svevo».

Questo fu l’incontro tra Joyce e Svevo, che cambiò loro la vita, soprattutto di quest’ultimo. Lo spiega lui stesso, definendo quell’esperienza «una resurrezione di Lazzaro». I due libri pubblicati prima, Una Vita, del 1886, e Senilità, del1898, erano davvero passati inosservati. Tanto che lo scrittore, sfiduciato, aveva deciso di abbandonare ogni ambizione letteraria.

Ci volle lo scrittore irlandese, autore dei Dubliners e del Ritratto dell’Artista da Giovane, a risvegliare la sua voglia di scrivere, con incoraggiamenti chiari e pareri autorevoli. Non sbagliò. Svevo scrisse ancora, incontrò la psicanalisi di Freud, la studiò, «ma mai come terapia. È buona solo per chi scrive», e pubblicò la Coscienza di Zeno. Divenne celebre.

Svevo portò, in una sintesi chiara, tutte le contraddizioni della sua città, metà tedesca, metà italiana (contraddizione da cui egli stesso trae il nom de plume) e poi della società borghese, che non amava. Sviluppa la figura dell’inetto, cioè di colui che, assecondando le sue nevrosi, preserva la propria identità dal meccanismo ottundente e omologante della nuova società.

Lo si ricorda oggi, perché, come l’Italia, è nato nel 1861. Era la mezzanotte tra il 19 e il 20 di dicembre, era in una famiglia ebraica, ricca e cosmopolita. Morì dopo un incidente d’auto, a 66 anni, Ma non smise mai di fumare. 

Fotogallery dedicata ad Italo Svevo

Preambolo de “La coscienza di Zeno”

Italo Svevo

La copertina della seconda edizione de “La coscienza di Zeno”

Ritratto di Italo Svevo
Targa dedicata ad Italo Svevo


Preambolo de “La coscienza di Zeno”

Ecco il preambolo de “La Coscienza di Zeno”, che inizia in realtà con una prefazione che potete leggere qui.

Vedere la mia infanzia? Piú di dieci lustri me ne separano e i miei occhi presbiti forse potrebbero arrivarci se la luce che ancora ne riverbera non fosse tagliata da ostacoli d’ogni genere, vere alte montagne: i miei anni e qualche mia ora. 

Il dottore mi raccomandò di non ostinarmi a guardare tanto lontano. Anche le cose recenti sono preziose per essi e sopra tutto le immaginazioni e i sogni della notte prima. Ma un po’ d’ordine pur dovrebb’esserci e per poter cominciare ab ovo, appena abbandonato il dottore che di questi giorni e per lungo tempo lascia Trieste, solo per facilitargli il compito, comperai e lessi un trattato di psico-analisi. Non è difficile d’intenderlo, ma molto noioso.

Dopo pranzato, sdraiato comodamente su una poltrona Club, ho la matita e un pezzo di carta in mano. La mia fronte è spianata perché dalla mia mente eliminai ogni sforzo. Il mio pensiero mi appare isolato da me. Io lo vedo. S’alza, s’abbassa… ma è la sua sola attività. Per ricordargli ch’esso è il pensiero e che sarebbe suo compito di manifestarsi, afferro la matita. Ecco che la mia fronte si corruga perché ogni parola è composta di tante lettere e il presente imperioso risorge ed offusca il passato.

Ieri avevo tentato il massimo abbandono. L’esperimento finí nel sonno piú profondo e non ne ebbi altro risultato che un grande ristoro e la curiosa sensazione di aver visto durante quel sonno qualche cosa d’importante. Ma era dimenticata, perduta per sempre.

Mercé la matita che ho in mano, resto desto, oggi. Vedo, intravvedo delle immagini bizzarre che non possono avere nessuna relazione col mio passato: una locomotiva che sbuffa su una salita trascinando delle innumerevoli vetture; chissà donde venga e dove vada e perché sia ora capitata qui!

Nel dormiveglia ricordo che il mio testo asserisce che con questo sistema si può arrivar a ricordare la prima infanzia, quella in fasce. Subito vedo un bambino in fasce, ma perché dovrei essere io quello? Non mi somiglia affatto e credo sia invece quello nato poche settimane or sono a mia cognata e che ci fu fatto vedere quale un miracolo perché ha le mani tanto piccole e gli occhi tanto grandi. Povero bambino! Altro che ricordare la mia infanzia! Io non trovo neppure la via di avvisare te, che vivi ora la tua, dell’importanza di ricordarla a vantaggio della tua intelligenza e della tua salute. Quando arriverai a sapere che sarebbe bene tu sapessi mandare a mente la tua vita, anche quella tanta parte di essa che ti ripugnerà? E intanto, inconscio, vai investigando il tuo piccolo organismo alla ricerca del piacere e le tue scoperte deliziose ti avvieranno al dolore e alla malattia cui sarai spinto anche da coloro che non lo vorrebbero. Come fare? È impossibile tutelare la tua culla. Nel tuo seno – fantolino! – si va facendo una combinazione misteriosa. Ogni minuto che passa vi getta un reagente. Troppe probabilità di malattia vi sono per te, perché non tutti i tuoi minuti possono essere puri. Eppoi – fantolino! – sei consanguineo di persone ch’io conosco. I minuti che passano ora possono anche essere puri, ma, certo, tali non furono tutti i secoli che ti prepararono.

Eccomi ben lontano dalle immagini che precorrono il sonno. Ritenterò domani.

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