
Tra un anno, giorno più giorno meno, si voterà per le elezioni politiche. Pare che anche Giorgia Meloni sia rassegnata a staccare la spina dopo aver fatto la legge di bilancio, la legge elettorale e qualche altra cosetta. Maturati i requisiti per la pensione dei parlamentari, potrà calare il sipario.
Diciamo la verità: il governo Meloni ha un grande avvenire dietro le spalle. La benzina sta finendo. Con un bilancio che definire scarso è un gran complimento, oggi pare difficile immaginare un nuovo trionfo per il centrodestra e la sua leader. Tutto è possibile, intendiamoci, ma una grande affermazione che replichi quella del settembre 2022 è davvero fantasia. Le cartucce sono state sparate tutte, e peraltro molte erano a salve.
Il campo progressista, se vincerà, vincerà di poco e soprattutto per il disastro della destra. A un anno dal voto, però non ha ancora né un programma né un leader. In compenso vive una lotta intestina tra Elly Schlein e Giuseppe Conte: o risolvono il dilemma o il rischio è andare a primarie laceranti. Favorita resta la segretaria del Partito democratico che alla fine ha dietro di sé il partito più forte, pur con tutti i malanni che sappiamo (da ultimo, il dissenso di Pina Picierno che è ormai con la valigia in mano). Certo, se alle primarie Schlein dovesse perdere, salterebbe la sua poltrona con conseguenze imprevedibili sulla vita del Pd e con la probabile sconfitta elettorale di un campo a quel punto guidato da Conte, un uomo che non piace a una bella fetta del centrosinistra.
Ma in ogni caso, con il Paese spaccato in due, il risultato più ipotizzabile è un pareggio, nel senso di un risultato che non darebbe una maggioranza fortissima, anche perché si sta capendo che il Melonellum non sarà, per fortuna, in grado di forzare la volontà popolare più di tanto. Dalle urne potrebbe dunque scaturire un quadro politico debole. In una situazione sfasciata dal punto di vista economico (ultimi in quanto a crescita) e grave dal punto di vista sociale.
In una situazione così la scelta più lungimirante sarebbe quella di un governo di persone serie con una buona base parlamentare garantita almeno dai partiti più responsabili a partire da Pd, centristi, Forza Italia e non chiusa a nessuno, con il favore dell’opinione pubblica democratica e delle forze sociali. Un governo per fare ripartire l’economia non potrebbe che essere guidato da Mario Draghi, probabilmente l’unica figura in grado di ridefinire le priorità del Paese e adottare le misure necessarie in sintonia con un più coraggioso protagonismo europeo. Tra l’altro, Draghi riporterebbe, lui sì, l’Italia nel grande gioco mondiale in una fase delicatissima che potrebbe vedere il declino di Donald Trump e forse anche di Vladimir Putin.
Forse una legislatura breve, il tempo di uscire dalla condizione di crisi in cui il governo di destra ha gettato l’Italia e di consentire ai partiti di ricostituirsi su basi nuove così da marginalizzare populisti, rossobruni e incompetenti vari e far venire avanti nuove idee e nuovi protagonisti. Una legislatura comunque intensa durante la quale si dovrà eleggere il nuovo presidente della Repubblica, snodo determinante per una fase diversa dominata da nuovi equilibri. Con un Paese almeno parzialmente rimesso in piedi. Tutto considerato, non sarebbe uno scenario negativo.