Mi consentoMa gli italiani sono così indignati per gli attentati a Equitalia?

Ma gli italiani sono così indignati per gli attentati a Equitalia?

Una lettera bomba nella sede di Equitalia, pochi giorni fa, seguita oggi da una busta con dell’esplosivo in un’altra sede dell’Agenzia del fisco. Sempre nei giorni scorsi, poi, due proiettili in busta alla ministra Paola Severino e al sindaco di Roma Gianni Alemanno. Il presidente del Consiglio Mario Monti che dichiara: «certe epoche non devono tornare».

La domanda è: stanno tornando gli anni Settanta? Sta tornando la stagione del terrorismo? Stagione che, peraltro, non è mai definitivamente tramontata, come hanno dimostrato, nel corso di questi anni, gli assassinii dei giuslavoristi Massimo D’Antona e Marco Biagi, e gli arresti della nuova colonna facente capo a Mario Galesi (morto in un conflitto a fuoco su un treno) e Nadia Desdemona Lioce.

Il punto, però, non è questo. Il tema è delicato, ma è delicato anche il momento storico. E una riflessione, forse, è il caso di provare a farla. Mario Monti parla di epoche che non devono tornare. E istituzionalmente fa bene a non soffermarsi, a far finta che le buste con proiettili siano la stessa cosa del pacco bomba che ha ferito il direttore di Equitalia. Noi, però, che non siamo i presidenti del Consiglio, sappiamo e possiamo dire che non è la stessa cosa. Che le buste contenenti proiettili sono una minaccia grave e intollerabile, un avvertimento orrendo, e che pure sono una pratica purtroppo comune. Di cui in questi anni abbiamo sentito e letto già altre volte.

La bomba a Equitalia no. Una lettera che esplode nell’agenzia unanimemente considerata la nemica numero degli italiani non la ricordavamo. Un attentato che può essere considerato l’equivalente di un attentato a un ministero. Un gesto che è diretto contro lo Stato. Che è stato rivendcato dagli anarchici del Fai, Federazione anarchica informale. E un’azione che non si limita al solo aspetto dimostrativo. Come dimostrano i danni subiti alle dita dal povero direttore dell’agenzia. Insomma, è un attacco diretto contro un obiettivo che non è stato affatto scelto a caso. Insomma, ed è il primo passaggio: i proiettili spediti in busta e la lettera esplosa a Equitalia non sono la stessa cosa. Per niente.

E veniamo al secondo punto. Equitalia, come dicevamo, è il luogo simbolo dell’iniquità per gli italiani. C’è poco da dire: negarlo vorrebbe dire non conoscere questo Paese, non aver parlato mai con un amico o un familiare che si è trovato costretto a trascorrere una o più mattinate nelle sedi di Equitalia per poi dover pagare somme più o meno ingenti al Fisco. In tanti casi somme da dover giustamente corrispondere; in altri casi no. Talvolta c’è persino chi ha perduto la casa. Ma non è questo il punto. Il punto è il luogo simbolo.

Oggi Equitalia. Ieri, tanti ieri fa, i cancelli delle fabbriche. I più giovani, o quelli che non si sono documentati sugli anni del terrorismo, non sanno che all’origine degli anni Settanta le prima azioni delle Brigate Rosse consistevano nel legare ai cancelli delle fabbriche i cosiddetti “padroni”, appendendo al loro collo cartelli con scritte eloquenti su chi era lo sfruttatore e chi gli sfruttati. Gesti che in alcuni strati della popolazione non venivano condannati, ma accolti con un sorriso abbozzato e magari da qualche parolina detta a mezza bocca: “hanno fatto bene, se l’è cercata”. Cominciò più o meno così.

E dopo il recente attentato a Equitalia, abbiamo faticato a trovare – sia nella cosiddetta vita reale che sul pianeta web – persone che esprimessero parole di ferma condanna. Sarebbe interessante capire davvero quale sia il pensiero degli italiani in proposito. E, a dirla tutta, non dovrebbe essere una curiosità giornalistica, ma un compito per chi ha il compito di governare questo Paese. Il paragone è certamente ardito, noi speriamo esagerato, ma non lunare.

Ora in un modesto articolo di giornale sembra quasi di andare fuori tema mettersi a ricordare quei giorni e come in qualche modo migliorarono le condizioni degli operai. Anche se non pochi lettori forse storceranno il naso. Eppure il passaggio non è così irrilevante. E leggere le dichiarazioni del direttore dell’Agenzia per le entrate Attilio Befera («Noi facciamo solo ciò che lo Stato ci ordina») contribuisce a riportarci indietro con gli anni. Quello di Befera è parso quasi un alzare le mani. Ovviamente un gesto protettivo nei confronti di chi lavora quotidianamente con lui e anche un voler ricordare che i responsabili della stretta fiscale sono altrove.

Il tema è complesso, e soprattutto delicato. Sopra, in calce, andrebbe scritto “maneggiare con cura”. Quel che sta avvenendo in Italia non può essere taciuto. Non servono master di specializzazione in sociologia per rendersi conto delle diverse velocità a cui viaggia il nostro Paese. E solo una piccola parte corre su fantastici Eurostar che vanno a trecento all’ora. In tanti, tantissimi, scoprono dalle lacrime della Fornero che la loro pensione resterà quella, senza usufruire della indicizzazione Istat. E che, invece, non ci sono pianti che tengano di fronte alla irremovibilità dei parlamentari a ridursi lo stipendio.

Tranquilli, la demagogia spicciola finisce qui. Ma se vogliamo parlare dell’Italia, cerchiamo di osservare il più lucidamente possibile quel che sta avvenendo. E quindi non mettiamo sullo stesso piano i proiettili in busta e un attentato a un luogo simbolo della diseguaglianza che colpisce sempre gli stessi. «Certe epoche non devono tornare». E allora è bene che apriamo gli occhi.  

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