Niente crescita, quello di Monti è un governo “vecchia Dc”

Niente crescita, quello di Monti è un governo “vecchia Dc”

Poiché, circa quattro settimane fa, m’ero preso la briga di suggerire a Mario Monti cinque misure che ritenevo (e ritengo) utile adottare in tempi brevi posso confermare che la mia carriera di consigliere economico del principe di turno è stata nuovamente rimandata alla prossima occasione. Questo, non del tutto inatteso, fallimento m’autorizza a dare un voto complessivamente negativo ai provvedimenti adottati senza rischiar d’apparire come un ipercritico a posteriori. Anche se contiene delle commendabili misure puntuali, la manovra, nel suo complesso, è mal concepita ed inadeguata. Assieme ad un certo numero di dubbiose scelte compiute dal primo ministro nella composizione del governo, questa partenza non fa bene sperare per i provvedimenti più strutturali che, spero, Monti vorrà adottare nei prossimi mesi. Perché – questo credo non abbia bisogno di essere argomentato – una riduzione del deficit di circa l’1,5% del PIL nell’arco di un paio di anni (ammesso ma strettamente non concesso che l’anno prossimo il calo del PIL sia di soli 0,5 punti percentuali e che il 2013 sia davvero piatto come il governo ama assumere che sarà) anche se generasse un pareggio di bilancio nel 2013, di certo non avrà alcun effetto anche solo di medio periodo né sul debito pubblico né, soprattutto, sul tasso di crescita del reddito disponibile dell’italiano medio. Ed è quest’ultimo, alla fin fine, che conta.

Visto che mi sto concedendo il lusso di commentare i provvedimenti quasi tre giorni dopo la loro presentazione e dopo che svariate dozzine di esperti li hanno già rivoltati come un calzino da rammendare, mi prenderò l’ulteriore lusso d’ignorarne i dettagli (che sembrano, molto italianamente, modificarsi d’ora in ora) e di discutere invece quello che si conferma essere il limite di fondo – vorrei augurarmi curabile, ma temo di no – del governo Monti. Che è il seguente: esso è espressione di quella componente tecnocratica delle elites italiane che è sia consapevole che l’Italia socio-economica attuale sta(va?) rischiando di scomparire in una catastrofe epocale, sia intenzionata ad impedire che questo succeda. L’ultima volta che ci trovammo in una situazione del genere fu il 1992/93 e le circostanze erano del tutto simili. L’irresponsabile parte politica che sino allora aveva governato era la progenitrice diretta di quella che s’è appena fatta da parte. All’opposizione stava un arcobaleno di identità unite dal rifiuto per l’esistente ma divise sul da farsi ed incapaci, allora come ora, di disegnarne una credibile alternativa. Anche allora l’ascesa dei “tecnici” avvenne più per la sfiducia internazionale sul nostro debito che per la capacità del paese di rimpiazzare un governo dissennato. Se Mani Pulite contribuì all’espulsione di una (piccola) parte di quella classe politica, ora sono state svariate organizzazioni internazionali a svolgere una funzione analoga, pur senza l’uso del carcere. Poiché continua a non esservi consenso su quale Italia possa rimpiazzare quella che, declinando, rischia ogni tanto la catastrofe, anche questo governo “tecnico” cerca di salvare capra e cavoli in uno sforzo, immane e diabolico allo stesso tempo, di estrarre ulteriori risorse fiscali evitando, al contempo, di mettere in discussione i privilegi, le prebende e le posizioni di monopolio su cui quest’Italia si regge.

Quei commentatori che hanno visto in questa manovra una versione leggermente migliorata (perché contiene dentro di se una piccola “patrimoniale generazionale”) delle politiche Amato-Ciampi di vent’anni fa, credo abbiano colto l’essenza della faccenda. Il nulla riformistico che fece seguito a quelle politiche e l’ulteriore declino che i gattopardeschi ultimi 17 anni ci hanno regalato devono quindi far riflettere. Il fatto è che, più volente che nolente, questo governo – nella sua composizione e, sino ad ora, anche nei suoi atti – è espressione intelligente di quella parte del paese che non vuole cambiare e cerca invece gli aggiustamenti sufficienti a continuare con le cose come stanno perché, in questa Italia, ci ha vissuto e tuttora ci vive assai bene.

Qui sta il problema: è plateale che questa Italia, con l’equilibrio di poteri e l’insieme di privilegi che la costituisce, definisce un sistema di incentivi che non è più in grado di produrre crescita e che si regge solo sull’aumento della spesa pubblica, quindi della tassazione. Lo status quo destina il paese ad un inesorabile declino: per invertire rotta vi è una ed una sola strada percorribile. Essa è delimitata, da un lato, dalla riduzione drastica (6-8% sul PIL) di spesa pubblica e tassazione e, dall’altro, dal ribaltamento delle regole di funzionamento sia del settore pubblico che del settore privato. Perché il primo deve produrre i servizi che oggi non produce ed il secondo deve, competendo, aumentare la produttività del lavoro italiano. Invece, di privatizzazione (anche solo d’un 5%) del patrimonio pubblico, di riduzione dei costi dell’apparato dello stato e di riforma del suo funzionamento nemmeno si parla.

Tutte cose avviabili in settimane, vista la mole di lavoro specialistico che da anni viene inutilmente prodotto su questi temi. I tagli alla spesa sono o del tutto simbolici (province e politica) o ingiustamente lineari (de-indicizzazione: non tutte le pensioni sono illegittime) e quindi generatori di dannosi comportamenti futuri: perché non approfittare ora se i tagli son poi uguali per tutti? La reintroduzione dell’ICI è buona cosa, ma i tagli alla finanza locale senza sostituirne uno vero al finto-federalismo di Bossi non lo sono. Quelli annunciati per l’editoria sono pure buona, anche se piccola, cosa ma la RAI eternamente pubblica non lo è: davvero abbiamo bisogno di un Porta a Porta finanziato con le imposte? Insomma, la svolta ancora non c’è; al momento c’è solo un tentativo elaboratamente “doroteo” di salvare lo status quo. Invertire direzione richiede pazienza, certo, ma se mai s’inizia mai s’arriva. Il pareggio di bilancio nel 2013 non può essere l’unità di misura su cui valutare il successo di questo governo (nemmeno la BCE ce lo chiede!) e la “ricreazione parlamentare” finirà non appena le tensioni sul debito si dovessero chetare. Se non si inizia ora a fare sul serio, dopo le elezioni del prossimo anno sarà impossibile anche solo pensarci: esattamente come successe dopo quelle del 1994. Vogliamo ritrovarci, fra un decennio, a rivivere gli stessi drammi qualche scalino più in basso?

*Department of Economics – Washington University in Saint Louis

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