Oceania: 60 mila italiani laureati sono fuggiti in Australia

Oceania: 60 mila italiani laureati sono fuggiti in Australia

Nella rete degli equilibri del nuovo mondo, lo dicono tutti, il fulcro è rotolato verso Est. Cioè la Cina e l’India, le ormai note potenze emergenti che, nel nuovo secolo, saranno sempre più importanti. Ma, dall’altra parte del mare e dell’emisfero, c’è anche l’Australia. Prima prigione e luogo di confino, poi avamposto e periferia dell’Occidente. Ora, con la crisi, può aspirare a diventare il centro. Tutto a rovescio, come è sempre stato: mentre le economie europee vanno in recessione, l’Australia resiste, un poco cresce, si aggrappa (o aggrapperà) al treno cinese e ha buone speranze per il futuro. Sembra un porto sicuro e aperto alle possibilità di sviluppo: tanto che è sempre di più un polo di attrazione per gli stranieri.

Secondo i dati forniti dal Dipartimento per l’Immigrazione e la Cittadinanza, del Governo Australiano, i nuovi arrivi (temporanei) dall’estero superano, per il 2011, quota 6 milioni. Si tratta di persone in cerca di lavoro: sfruttano un permesso temporaneo per installarsi in modo definitivo, o per un lungo periodo e fare qualche soldo. Oltre a neozelandesi, britannici e cinesi, nell’ordine i più numerosi e dalla lunga tradizione, sono cresciuti anche gli arrivi di italiani, irlandesi e greci.

Non è una novità: il “sogno australiano”, quando le cose vanno male, torna sempre a galla. Chi non sa più che fare, va laggiù. È accaduto nel 1929, in seguito alla crisi economica. È successo dopo (e durante) la Seconda Guerra Mondiale. Ha stregato gruppi etnici in fuga, ha abbracciato individui e famiglie. E ora, andare Down Under sembra tornata una soluzione: quest’anno c’è stato un esodo di italiani belli, onesti e immigrati del nuovo millennio: sono stati 62.083. La differenza principale è che stavolta si tratta di laureati. A ottenere il certificato di residenza, al momento, sono riusciti in 802. Lo stesso vale per gli irlandesi, arrivati in un numero che supera i 76.000, costretti dalla disoccupazione e dalle misure di austerity del governo. E ora? Come risponde alla Bbc un gruppo di ventenni arrivati da poco, «torneremo, ma non ora. Tra dieci anni, almeno».

Intanto, va chiarito se il sogno sia fondato. Wayne Swan, vice primo ministro e tesoriere, ha tirato le fila dell’economia del paese. Il 2011, insomma, è andato abbastanza bene. Come ha dichiarato al The Australian, le stime sullo stato dell’economia del paese sono positive. Le previsioni per la crescita buone. Le speranze, alte. «Siamo una grande economia: e poi ci troviamo nell’area del mondo che cresce più in fretta di tutte le altre. E che ha il potenziale più grande, per il futuro, di crescere grazie all’aumento della produttività e della popolazione». Non è un mistero: ci penserà la Cina ha tirare fuori tutti, Australia in primis, dal pantano provocato dalla crisi. Lo dice senza mezzi termini: «Facciamo bene a essere preoccupati per alcune vulnerabilità della Cina – aggiunge – ma sulla base di tutte le analisi che ricevo, Pechino affronterà tutte le sfide in modo saggio e prudente». E porterà con sé nel nuovo millennio la 13esima economia del mondo, quella di Canberra.

Del resto, i dati parlano chiaro: le agenzie di rating hanno mantenuto la tripla A, il debito è bassissimo (anzi, uno dei più bassi del mondo) e un deficit che si aggira sul 9% rispetto al Pil. il quadrimestre concluso a settembre è stato molto positivo. Gli attivi sono cresciuti, i consumi migliorati. «Quello che si concluderà a dicembre è meno roseo», puntualizza il tesoriere. E ha ragione: secondo la ricerca dell’Australian Chamber of Commerce and Industry, alcune voci sono cambiate in peggio, ma in modo leggero. Il lavoro, per esempio, è diminuito. Almeno il 5% trova difficile ottenere un impiego. Prima era il 4%. In generale, l’aspettativa per il futuro, da parte degli imprenditori, è di stabilità. Le prospettive di crescita e miglioramento si equivalgono a quelle di peggioramento. Questo non significa che l’economia australiana sia statica, ma solo che «la grande dose di pessimismo provocata dalla crisi dell’euro ha toccato anche noi». Ma non durerà a lungo. Il sistema è solido, in crescita, «noi non creiamo quella distruzione di risorse e capacità che c’è in Europa e negli Stati Uniti, che relegano un’intera generazione alle soglie della disoccupazione». Il nuovo Eldorado inizia qui: «infrastrutture, istruzione, competenze». E «produttività». Per farlo, «servono nuove politiche che assecondino la crescita».

E qui torna in campo il tema più scottante: l’immigrazione e, più in generale, il rapporto con i paesi del Pacifico. La retorica politica australiana è ancora ossessionata dall’argomento della White Australian Policy, l’ideologia fondata sulla discriminazione nei confronti dei non-bianchi (meglio: dei non anglosassoni) che ha determinato le politiche di accoglienza e di cittadinanza fino agli anni ’70. Uno stigma che perdura. Bollato di essere legato alla White Australian Policy è stato, nel 1998, il partito di Pauline Hanson, One Australian Policy, che aveva ricevuto il 9% dei voti. All’epoca era ostile nei confronti dei cinesi: in anni più recenti si è scagliato contro l’immigrazione degli africani, pur perdendo consensi nella società. Sulla stessa falsariga anche la decisione del governo di Howard (in carica dal 1996) di introdurre un test di cittadinanza australiana per gli stranieri. Ma soprattutto, nel mirino c’è l’Anzus, cioè l’Alleanza militare tra Australia, Nuova Zelanda e Usa, con finalità di controllo e di difesa nell’area del Pacifico.

Come ha documentato Linkiesta, proprio nell’ambito di questo trattato, lo scorso 16 novembre il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si è incontrato a Canberra con il primo ministro australiano Julia Gillard. L’obiettivo era rafforzare le truppe Usa nel Pacifico: si sta in Australia e ci si pone, guarda un po’, contro la Cina. Anche per gli Usa Canberra è un “porto sicuro”.

Insomma, al centro di nuovi posizionamenti internazionali e triangolazioni militari sta, adesso, l’Australia. In attesa di scavalcare l’Europa, promette crescita e posti di lavoro agli stranieri, anche se mantiene una strisciante ostilità. Si assicura il traino della Cina negli scambi commerciali, e delle economie orientali, ma ospita truppe Usa in funzione anti-cinese. Sono contraddizioni che forse la possono ingolfare, ma sembrano inevitabili: quando l’asse del centro del mondo comincia a spostarsi in periferia, le cose devono cambiare in fretta.  

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