Stallo su Edison, i soci italiani chiedono di ridurre gli investimenti

Stallo su Edison, i soci italiani chiedono di ridurre gli investimenti

Lo stallo su Edison si prolunga ancora di una settimana, nell’attesa che si trovi un accordo di separazione fra i soci di controllo – vale a dire il colosso pubblico francese Edf e la holding Delmi, il raggruppamento di ex municipalizzate italiane (la milanese bresciana A2a, Iren, Dolomiti Eneriga, Sel e altri) e soci finanziari (Mediobanca, Bpm, Fondazione Crt). 

Ieri il consiglio di amministrazione del gruppo elettrico ha discusso la relazione dei due consulenti Goldman Sachs e Rothschild sulla necessità di riequilibrare la struttura finanziaria, appensantita da un indebimento di 4,1 miliardi di euro e pressata da problemi di liquidità (entro l’anno scadono debiti per 824 milioni). Ma ha rinviato al 29 dicembre ogni decisione sul piano d’azione per il finanziamento 2012. I rappresentanti dei soci italiani hanno frenato sull’ipotesi di aumento di capitale e/o del prestito soci, spingendo perché si riduca il fabbisogno finanziario del gruppo.

Anche a voler soprassedere sull’aumento della dotazione patrimoniale, con il rischio di un ulteriore declassamento del rating a livello junk (cioè “spazzatura”), la compressione delle necessità finanziarie è però perseguibile attraverso due strade, nessuna delle quali è indolore. Una è quella della dismissioni di attività: centrali o anche una parte della joint venture titolare dei diritti di esplorazione e produzione nella baia di Abu Qir in Egitto, per la quale si stanno già cercando dei soci. È un’opzione che richiede tempo, non meno di 8-12 mesi, e che comporterebbe sacrifici sul prezzo in una fase di mercato sfavorevole ai venditori. L’altra, più rapida ma penalizzante per la società, è la riduzione degli impegni sugli investimenti industriali (800 milioni, di cui 600 per impegni già presi), una parte dei quali sono peraltro attività di manutenzione. Qualcosa, inoltre, potrebbe essere ottenuto tramite l’ottimizzazione della liquidità (che poi sostanzialmente si tradurrebbe in un rinvio dei pagamenti ai fornitori).

Il futuro del gruppo, che è il secondo operatore italiano dell’elettricità (dopo Enel) con una capacità potenza installata di oltre 12mila megawatt, rimane dunque fortemente condizionato dall’assetto societario e da un’unione nata dieci anni fa, con la prima delle grandi (e fin qui infelici) «operazioni di sistema» della finanza italiana. Le trattative per il divorzio sono tornate in alto mare da quando, negli ultimi giorni, i soci italiani hanno tirato fuori una nuova proposta, dopo quella dello scorso marzo e l’accordo di fine ottobre. Quest’ultimo prevedeva la spartizione delle centrali elettriche di Edipower (le due più pregate agli italiani e le altre sette ai francesi), controllata al 50% da Edison ma partecipata direttamente da A2a (20%) e da Iren (10%).

Adesso, invece, le ex municipalizzate chiedono di ottenere l’intera Edipower in cambio della loro quota in Transalpina, la holding che controlla il 61,28% di Edison e che è partecipata pariteticamente da Edf e da Delmi. In breve: Edipower agli italiani, e Edison ai francesi, il tutto a valori che sostanzialmente si equivarebbero (per lo meno nelle valutazioni di Delmi). Una proposta che piace poco a Edf, per adesso chiusa in un silenzio tattico, visto che proprio Edipower è il gioiellino dell’intero gruppo. 

La politica in campo. Nella vicenda, dietro le quinte, sta giocando un ruolo l’ex banchiere di Intesa Sanpaolo e ora ministro dello Sviluppo Corrado Passera, che ieri ha incontrato a Milano i soci italiani.  «Prendere o lasciare», è stata la posizione espresa ieri da Graziano Tarantini, presidente del consiglio di sorveglianza di A2a. Il “lasciare” va letto come disponibilità ad andare all’asta al rilancio come previsto dai patti parasociali. Bruno Tabacci, assessore al Bilancio del Comune di Milano (azionista di A2a), è stato ancora più netto: i francesi dovranno accettare «se non vogliono la guerra, diversamente dovremo muoverci sul terreno delle ostilità, ci sono tanti strumenti».

La credibilità della minaccia deve fare però i conti con la pochezza delle munizioni finanziarie a disposizione: Delmi e i suoi soci non hanno grandi risorse da impiegare né per l’asta né per sostenere lo sviluppo industriale di Edison, che – quale che sia il passaporto dei suoi azionisti di controllo – resta pur sempre un operatore industriale per lo più attivo in Italia. La sensazione è che gli italiani, e i Comuni azionisti, siano a orientati a uscire comunque da una vicenda nata male e gestita anche peggio. O prendendo il controllo di Edipower, che verrebbe poi fusa in Delmi, oppure facendosi liquidare, a costo dicontabilizzare delle minusvalenze (Delmi ha in carico la partecipazione a 1,50 euro per azione Edison, mentre le quotazioni del titolo viaggiano poco sotto 0,8 euro). Non è da escludere che, alla luce della necessità di cassa degli enti locali, questo sia in realtà lo scenario ultimo auspicato. 

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