“Un anno per riconoscere i propri errori, la Germania è preoccupante”

“Un anno per riconoscere i propri errori, la Germania è preoccupante”

«L’unione fiscale deliberata stamani non sarà sufficiente se non verrà delineata una strategia di lungo termine per rendere sostenibile l’unione monetaria europea». Ne è convinto Paolo Guerrieri, ordinario di Economia politica all’Università La Sapienza di Roma, che dice: «sarà interessante capire chi e con quali poteri effettuerà il monitoraggio». Sul coinvolgimento dei privati nei futuri salvataggi l’economista non ha dubbi: «da quando è stata messa in discussione la capacità dell’Europa di farsi carico dei debiti sovrani la crisi si è aggravata». Che Angela Merkel se ne sia resa conto dopo un anno, spiega Guerrieri, la dice lunga sulla capacità di leadership della Germania.

Le nuove regole fiscali prevedono il pareggio di bilancio in costituzione e un rapporto deficit/Pil che non dovrà superare lo 0,5%, oltre una meccanismo automatico di correzione. Sulla scia del six pack, invece, il meccanismo sanzionatorio in caso si sforamento non necessiterà della maggioranza qualificata dei membri. Si può ancora parlare di sovranità fiscale degli Stati?
Prima di rispondere va premesso che l’accordo fiscale va letto all’interno del patto per salvare l’euro che si è dispiegato questa settimana ed è composto da vari elementi, dall’aumento dei poteri alla Bce all’intervento del Fmi, senza i quali si sarebbe arrivati a un punto di non ritorno. Finalmente è stata sbloccata la possibilità di intervenire, ma non risolvono il problema della sostenibilità di medio periodo del pacchetto. Le regole, insomma, servono a ridare credibilità ai Paesi che sui mercati l’avevano persa ormai da oltre un anno, come Grecia e Portogallo, e da sei mesi come l’Italia. Queste regole, in ogni caso, non saranno sufficienti se non verrà delineata una strategia di lungo termine per rendere sostenibile l’unione monetaria europea e riequilibrare gli squilibri tra Paesi debitori e creditori. Staremo a vedere, intanto un primo passo è stato fatto, anche se il tema vero della mutualizzazione del debito sovrano non è ancora stato affrontato.

Un altro aspetto interessante riguarda la comunicazione ex ante dei propri piani di emissione del debito pubblico agli organismi europei. Il Tesoro italiano sarà meno libero di gestire da solo il proprio debito?
A questo proposito ritengo sia ancora più interessante capire chi e con quali poteri effettuerà il monitoraggio, che può rientrare in una procedura simile al semestre europeo scattato a partire da gannaio 2010, ma con una fase preventiva più stringente. Il presidente del consiglio europeo Van Rompuy sta supponendo che un simile passaggio funzionerà senza problemi, ma ci sono moltissimi interrogativi in merito. Ad esempio: la comunicazione preventiva varrà solo per i 17 dell’Eurozona o per tutti? Chi legittima questa “intrusione”? A chi, in sostanza, bisognerà fare riferimento? Se non saranno chiariti questi dubbi immediatamente l’accordo faticosamente raggiunto sarà estremamente fragile.

Con l’accordo approvato stanotte si allargano i poteri della Bce, che gestirà direttamente l’operatività del fondo salva-Stati Efsf. Le misure adottate ieri da Draghi rappresentano un’ulteriore “allentamento quantitativo” della politica economica europea. Seppure con tutte le differenze di mandato del caso, ci si avvicina a un organo come la Fed?
Ci sono alcuni distinguo da fare. Gli interventi presentati ieri da Draghi nel corso del consiglio direttivo della Bce hanno risposto in primis a un problema di liquidità, sia allungando le scadenze da 13 mesi a 3 anni, sia allargando fortemente le maglie dei collaterali. L’accordo di stamani conferma il quadro di un maggiore intervento della Bce per sostenere i debiti sovrani. Tuttavia, la Bce sa benissimo che non sarà in grado di gestirlo da sola, ma avrà bisogno di un forte appoggio del fondo salva-Stati e del Fmi. Un aspetto fondamentale sul lungo termine riguarda la qualità degli asset che la Bce sta iscrivendo a bilancio, qui il ruolo di come garantire la Bce diventa molto importante, il fondo salva-Stati dovrà garantire la qualità degli attivi che la Bce sta comprando, per evitare che anche questi ultimi diventino insostenibili.

Non potendo favorire singoli Stati, la Bce deve appoggiarsi al Fmi per erogare prestiti alle economie in difficoltà. Come cambiano i rapporti di forza con il Fmi?
Più che dal punto di vista geopolitico, considero il ruolo del Fmi efficace in senso pragmatico. A livello internazionale soltanto il Fmi ha l’expertise per poter gestire al meglio la condizionalità dei prestiti bilaterali, oltre al suo ruolo, da tutti riconosciuto, nei processi economici di aggiustamento in tutto il mondo. Mi auguro che aumentino le risorse a lui destinate, perchè 200 miliardi di euro sono soltanto una base di partenza, ma devono essere incrementati per alleviare l’onere della Bce ed evitare che diventi predominante. Sono ormai 19 mesi che l’Europa ha dimostrato incapacità di governance, e l’ossessione per la revisione dei Trattati che la Germania continua a manifestare è in questo senso poco condivisibile. Per questo si possono pensare formule miste politicamente più gestibili, come appunto coinvolgendo il Fmi.

Secondo le indiscrezioni emerse a inizio settimana nel corso del vertice franco-tedesco, ribadite oggi da Van Rompuy, il coinvolgimento del settore privato non sarà più previsto in futuri salvataggi. Come cambierà il mercato del debito europeo alla luce di questa decisione?
Ritengo che la prima volta in cui si è parlato di coinvolgimento dei privati, a fine 2010, sia stato un clamoroso infortunio da parte della Germania, una decisione che se vista in prospettiva ha provocato solo danni. Da quando cioè è stato messa in discussione la capacità dell’Europa di farsi carico dell’onorabilità dei debiti sovrani c’è stata un’accelerazione e un’estensione del contagio. Detto questo, mantenere le clausole di azione collettiva significa di fatto lasciare aperta la possibilità di coinvolgere i privati volontariamente rimane in piedi. Certo non è rassicurante dal punto di vista della leadership sapere che la Germania ci ha messo un anno a riconoscere l‘inopportunità di quella posizione.

Twitter: @antoniovanuzzo
 

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