Cento milioni di diritti mai pagati agli interpreti: “Uno scandalo italiano”

Cento milioni di diritti mai pagati agli interpreti: "Uno scandalo italiano"

Prendete un cast d’eccezione: Valeria Golino, Elio Germano, Valerio Mastandrea, Franca Valeri, Riccardo Scamarcio, Neri Marcoré. Immaginateli recitare insieme una commedia all’italiana dai toni farseschi. Dovrebbe far ridere, giusto? E invece no. Perché stavolta, questi grandi attori (insieme a tanti altri, più e meno noti), si sono ritrovati davanti alla macchina da presa con un fine diverso: difendere i loro diritti.

Il risultato è un cortometraggio, della durata di otto minuti, intitolato proprio “Una commedia italiana che non fa ridere”. Il corto racconta, con ironia, la vicenda del fallimento dell’Imaie, l’Istituto per la Tutela dei Diritti di Artisti, Interpreti ed Esecutori, che dal 2009 è stato messo in liquidazione e che, di fatto, non ha mai pagato agli iscritti gli introiti raccolti in anni di attività.

Una situazione intricata in maniera esasperante, quella dell’Imaie. Tanto che, dopo anni di proteste vane e promesse disilluse, oltre mille tra attori, musicisti e interpreti di vario genere, hanno deciso di costituire un’associazione alternativa, la Artisti 7607, con lo scopo di rompere il “monopolio” detenuto dall’Istituto. 

«Abbiamo deciso di occuparci in prima persona della gestione dei nostri diritti connessi», ha spiegato l’attore Claudio Santamaria alla presentazione dell’iniziativa, tenutasi giovedì 19 febbraio a Roma. «Stiamo facendo sul serio: abbiamo già mandato un elenco dei nostri iscritti a Sky, Mediaset, Rai e Siae e Rti ha già risposto che ci incontrerà».

«Se viene ritrasmesso un nostro film, una legge europea prevede un diritto per l’interprete connesso al diritto d’autore. In Italia, questo diritto non è mai stato riconosciuto», ha aggiunto Elio Germano, intervenuto in collegamento telefonico. L’associazione nasce proprio per rimediare a questa “anomalia italiana” e, da oggi, costituisce un’alternativa per l’artista che non vuole essere costretto ad avvalersi dell’Istituto pubblico. 

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Creato negli anni ’70, l’Imaie aveva il compito di raccogliere, gestire e ripartire i diritti connessi al diritto d’autore. All’Istituto, cioè, spettava l’onere di raccogliere e redistribuire i proventi maturati dagli artisti, dagli interpreti e dai produttori per l’utilizzazione in pubblico delle loro registrazioni discografiche o delle loro opere cinematografiche.

L’Imaie, però, non ha praticamente mai funzionato a dovere. Pur avendo raccolto nelle sue casse circa 138 milioni di euro – «una voragine di soldi», come l’ha definita Elio Germano – l’Istituto non ha pagato quasi nessuno degli artisti cui sarebbe spettato il compenso. Per questo, l’Imaie è stato dichiarato «estinto», nel 2009, dal Prefetto di Roma, «per constatata e perdurante incapacità di raggiungere gli obiettivi statutari». Oggi l’Istituto è in liquidazione, una condizione intermedia i cui contorni sono ancora poco chiari, in primo luogo per gli artisti stessi.

Ma non finisce qui: nel 2010, il governo Berlusconi ha costituito infatti un “Nuovo Imaie”. Il nuovo ente, anch’esso a gestione pubblica, non è altro che la riproposizione sotto altro nome del precedente istituto. Con lo stesso quadro direttivo e, come è facile immaginare, con gli stessi problemi. In pratica la questione, anziché essere affrontata direttamente, è stata semplicemente rinviata. Ancora oggi, perci,ò gran parte degli artisti attende di incassare quanto gli spetta, in alcuni casi per “passaggi” televisivi o radiofonici precedenti al 2000.

«L’urgenza di costituire un nuovo Istituto», si legge in un documento diffuso da Artisti 7607, «derivava dalla volontà di salvare i lavoratori del vecchio Imaie. Il Parlamento, però, non ha fatto altro che riproporre un modello già rivelatosi del tutto inefficiente». «Anche la gestione è rimasta la stessa», spiega Francesco Schlitzer, manager di VerA, società di relazioni istituzionali per l’impresa che ha sposato la battaglia di libertà di Artisti 7607. «Come se quelli che hanno causato il fallimento del primo Imaie, fossero improvvisamente diventati capaci di gestire la situazione».

L’associazione di artisti chiede la liberalizzazione del mercato dei diritti connessi, così come avviene nel resto d’Europa, dovela situazione è radicalmente diversa. Uno studio condotto nel 2005 dall’Unione Europea ha infatti rivelato che, solo per quanto riguarda il settore musicale, esistono ben 152 enti in 25 stati. Il mercato è libero e gli autori, sia musicali che cinematografici, possono costituirsi in società private o scegliere, tra quelle esistenti, la più adatta a tutelare i loro interessi. «Non è scritto da nessuna parte che i diritti connessi al diritto d’autore debbano essere gestiti pubblicamente, né tantomeno in regime di monopolio», spiega Schlitzer. «Nel resto d’Europa è l’artista a decidere. Perché qui si cerca il collettivismo dall’alto a ogni costo?».

La battaglia dell’associazione Artisti 7607, che prosegue ormai dal 2010, comincia a dare i primi frutti. Lo scorso 16 dicembre il Parlamento ha ratificato un ordine del giorno, presentato dalla deputata De Micheli (Pd), che impegna il governo a modificare, entro tre mesi da quella data, la situazione normativa per quanto riguarda la gestione dei diritti connessi al diritto d’autore «al fine di abrogare tutte le disposizioni contraddittorie che oggi ostacolano di fatto il libero esercizio della attività di impresa in questo mercato».

Un primo successo, ma non basta. L’associazione teme che, ancora una volta, non si giunga ad una soluzione definitiva e per questo ha deciso di rilanciare la sua battaglia, costituendo a sua volta una società di gestione dei diritti. Con la speranza che questa scelta conduca ad un ripensamento complessivo del mercato. «Abbiamo provato per tanti anni di migliorare l’Imaie dall’interno, cercando di obbligarlo alla trasparenza» ha concluso Elio Germano. «Ma alla fine abbiamo deciso per un’altra strada, che forse obbligherà l’Istituto ad un atteggiamento diverso».

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