Monti alla campagna di Libia per gli interessi italiani

Monti alla campagna di Libia per gli interessi italiani

Mentre il presidente del Consiglio Mario Monti sbarca a Tripoli per la prima visita di un capo di governo italiano nella Libia post-Gheddafi, sembrano più chiare le decisioni della Banca Centrale libica di non aderire all’aumento di capitale di UniCredit. Come previsto, il nuovo governo sembra voler bloccare i numerosi investimenti all’estero che hanno contraddistinto l’era Gheddafi. È tempo di impiegare gli ingenti capitali dei fondi sovrani nel sostentamento dell’economia locale, o almeno di provarci e non offrire la sponda a critiche di sperperare denaro. Non ci saranno dismissioni forzate ma i libici probabilmente si trasformeranno da investitori di lungo termine a investitori di più breve termine. Per la la Libyan Investment authority le cose sono ancora più complesse. Gli asset del fondo sovrano che faceva capo quasi direttamente alla famiglia Gheddafi, e che era dotato di circa 70 miliardi di dollari, non sono ancora sotto il regime delle sanzioni internazionali, insieme a un numero difficilmente quantificabile di altri conti e depositi nelle banche occidentali. Anche Intesa Sanpaolo avrebbe un paio di miliardi di dollari in depositi libici. Il gioco occidentale è piuttosto chiaro. Scongelamento dei beni in cambio di rassicurazioni economiche: non sarebbe male garantirsi almeno la permanenza degli attuali investimenti e trattenere il più possibili i depositi.

Ma questo non è l’unico nodo delle relazioni tra Libia e Italia. Petrolio e immigrazione sono sempre due questioni spinose. Sul primo sembra ora prevalere l’ottimismo. Alle allarmanti dichiarazioni sulla necessità di rivedere i contratti di Eni, è seguita la correzione. Non si rivedranno quelli petroliferi o del gas ma quelli legati a progetti di cooperazione dell’azienda italiana. Certamente alcune motivazioni potrebbero influire nelle decisioni future. La capacità tecnologica è infatti un fattore discriminante nell’esplorazione di alcune importanti aree in Libia, come quelle off-shore “deep waters” del bacino della Sirte. Le compagnie che possiedono il know-how necessario sono infatti limitate ed essenzialmente costituite dalle compagnie americane, dalla Shell, dalla Total, dall’Eni (con Saipem) e da poche altre. Se quindi è lecito che l’Italia si attenda una concorrenza accresciuta nel futuro del settore energetico libico, anche solo per una percezione derivante dalla caduta del regime di Gheddafi e dai suoi consolidati rapporti, questa appare sostanzialmente limitata nelle zone di maggior ricchezza del Paese ad un gruppo ristretto di compagnie. La tradizionale rilevanza giocata dall’Italia e dall’Eni nel Paese, derivante dalla capacità di sopperire alla cronica mancanza di tecnologia e know-how libico, sembra ancora poter garantire un ruolo di rilievo all’Italia nel settore energetico libico.

Sull’immigrazione vi sono le maggiori incognite. Difficile oggi valutare se l’immigrazione dalla Libia fosse solamente un’arma negoziale di Gheddafi. Difficile, allo stesso tempo, pensare a strumenti efficaci diversi – e meno criticabili – da quelli stabiliti dai precedenti governi. È bene ricordare che a firmare il primo protocollo d’intesa sul contrasto all’immigrazione clandestina fu Giuliano Amato. E solo successivamente fu inserito nel Trattato d’amicizia italo libico firmato nel 2008 da Berlusconi e Gheddafi. Di fatto l’accordo siglato lo scorso giugno con il Cnt libico ripristinava tutta questa serie di misure. Amnesty International in una lettera inviata al presidente del Consiglio, in vista della visita in Libia, ha chiaramente riaperto il caso chiedendo al governo italiano di assicurarsi che la Libia rispetti i diritti umani, dopo decenni di totale impunità, e di desistere dal condurre qualsiasi operazione di respingimento forzato in mare o di cooperazione con la Libia nell’intercettare migranti per respingerli. Proprio sulla questione questa settimana il governo è stato battuto in aula due volte da mozioni che chiedevano il pieno rispetto delle convenzioni internazionali.

Altro punto delicato è quello legato al ruolo italiano nella stabilizzazione del Paese. L’Italia vorrebbe avere un ruolo e dimostra una certa ansia. Anche in questo settore fondamentale le potenze occidentali dovrebbero instaurare un rapporto con la Libia basato sulla cooperazione tra loro e non sulla competizione. Al contrario osserviamo la frammentazione più totale dell’azione. Non vi è coordinamento, ognuna rischia di favorire una fazione libica piuttosto che un’altra al solo fine di garantire i propri interessi. Questa attività risulta dirompente sul territorio e sembra creare grandi difficoltà al nuovo governo libico in quanto rafforza, invece che indebolire, le particolarità territoriali e ideologiche. Il governo italiano si è dichiarato disponibile ad addestrare e formare le forze di polizia. Duecentomila ex combattenti ribelli dovranno essere disarmati e si spera di riuscirne a inserire nel nuovo esercito o nelle forze di polizia circa 50 mila. Il compito è improbo. Ogni fazione costituisce un micro-gruppo di potere con un controllo territoriale circoscritto, ma capace di rendere molto complessa la gestione organica del Paese. Questi gruppi armati, costituitisi attorno alle città, hanno preso parte alla lotta contro il regime e sembrano essere ancora poco inclini al riconoscimento dell’autorità centrale senza aver in qualche misura negoziato la propria pacifica partecipazione alla gestione del potere. Il governo provvisorio conta di far leva sul riavvio della redistribuzione della rendita da petrolio per ridurre a più miti consigli queste fazioni.
Per concludere, è da sottolineare il fatto che uno dei primi passi fuori dall’Europa e dagli incontri istituzionali di Mario Monti sia compiuto in Libia. Il Paese rimane nelle priorità della politica estera di Roma. L’azione si profila difficile e tesa a un più ampio recupero della sfera d’azione tipica di una media potenza quale l’Italia cerca di dimostrare di essere ancora.

*Ricercatore presso l’lspi, Istituto per gli studi di politica internazionale 

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