Non è col rancore che abbatterete articolo 18 e Ordine dei giornalisti

Non è col rancore che abbatterete articolo 18 e Ordine dei giornalisti

Questo giornale porta una grave responsabilità. Giornalisticamente, potremmo definirla la scoperta di un crimine. Succede che su due questioni molto diverse tra loro, come il confronto, anche aspro, tra il popolo dei precari e i cosiddetti protetti dall’articolo 18, e il dibattito, più che aspro, sull’abolizione dell’Ordine dei giornalisti, il dato più netto, luminoso, incontrovertibile, ci conduca in prossimità di un sentimento davvero spiacevole, tra i più orrendi in circolazione: il rancore.

Una lettura attenta, ancorchè serena, di tutti i commenti dei lettori lascia davvero sbigottiti. Avete presente quel coretto deplorevole dei tifosi – «De-vi mo-ri-re» – quando un avversario cade infortunato? Ecco, riportatelo all’interno di queste nostre discussioni e avrete esattamente lo stesso risultato. Il risultato di due popoli opposti, in cui il popolo più in sofferenza pensa alla propria felicità futura, solo e soltanto attraverso l’abbattimento dell’altro, ritenendolo indegno di mantenere certi «privilegi». Il privilegio, tanto per capirci, sarebbe quello di avere un posto sicuro (ma in realtà di sicuro non v’è un bel nulla).

In un mondo regolato da una certa decenza umana, oltre che da un filo di buon senso (non più di un filo), due popoli di questa fatta dovrebbero unirsi per un obiettivo comune: la felicità di entrambi. Il popolo più fortunato dovrebbe essere consapevole di una condizione migliore e dunque disporsi a un’elasticità mentale e professionale al passo con i nuovi mercati del lavoro. Il popolo in sofferenza dovrebbe conoscere un po’ meglio la storia, e rendersi conto che dall’affossamento dei diritti altrui non ne verranno dei benefici per sé. Anzi, tutto il contrario. E poi, scusate la franchezza, ma è anche un po’ da scemi pensare che il tuo nemico è tuo fratello. E invece no: i maledetti raccomandati – così viene considerato chi ha un posto fisso – devono comunque morire.

E veniamo alla questione dell’abolizione o meno dell’Ordine dei giornalisti, che ha più o meno gli stessi contorni. Molti tra quelli che non fanno parte della presunta casta (non solo i pubblicisti, ma anche tutti quelli che senza tesserino hanno la passione dello scrivere), vorrebbero abbattere l’orrido professionista che gode di chissà quali coperture, di chissà quali privilegi. Il motivo fondativo di questo rancore è che le liste dell’Ordine sarebbero piene di incapaci, di lustrastivali, di venduti, di affaristi, insomma di gente che con l’etica dell’informazione c’entrerebbe poco o nulla.

Al di là del giudizio sui singoli giornalisti, che ognuno può dare a suo personalissimo gusto, il motivo secondo cui l’Ordine sarebbe da abolire perché il livello dei giornalisti non è buono (o contiguo al Potere) è assolutamente ridicolo, un’astruseria senza pari che soltanto gli stolti possono immaginare. In questi ultimi vent’anni, nei quali i giornali sono diventati strumento di lotta politica, molti giornalisti hanno fatto (consapevolmente) una scelta di campo e la nascita di certi giornali, politicamente molto marcati, ne è perfetta rappresentazione. Dovremmo forse abolire l’Ordine perché lo spettro editoriale si è allargato a queste nuove esperienze? Non scherziamo. Ancora: si vorrebbe abbattere l’Ordine perché protegge troppo i suoi iscritti, elevandoli a casta. Ma svegliatevi! Semmai è vero l’esatto contrario: si dovrebbe abolire perché non li protegge più, non li garantisce più, non li sostiene più!

Naturalmente, tutti quelli che stanno fuori pensano di essere meglio di quelli che stanno dentro. È umana aspirazione, ma non porta da nessuna parte. Il mondo è pieno di panettieri, tenori, carpentieri, impiegati statali, professori, perfettamente in grado di fare un pezzo giornalistico migliore di qualunque giornalista professionista esistente su piazza. Ciò che è più raro, invece, è ritrovare figure di questo tipo in grado, responsabilmente, di assemblare un giornale, di confezionarlo secondo l’interesse dei lettori, renderlo insomma una creatura spendibile. E vendibile, soprattutto. Se ciò accade, siamo naturalmente in prossimità del genio. Il che sarebbe persino auspicabile.

Qualche giorno fa, in occasione della conferenza stampa di fine anno, abbiamo saputo dalla sua viva voce che anche il professor Monti è stato per un qualche tempo giornalista pubblicista. Ci avremmo giurato. I professori universitari non vedono l’ora di sbarcare su un giornale con il loro sapere, alcuni si farebbero mozzare mani e piedi, altri fanno la fila dai direttori con pochissima dignità, altri si fanno addirittura raccomandare. Insomma: fare il giornalista pur senza esserlo è l’aspirazione di moltissimi! Di questo esercito, solo una stringatissima pattuglia ce la fa, mentre gli esclusi continueranno a tormentare (e tormentarsi) in vista dello sbarco. E ancora, detto tra noi: un pezzo di un professore è generalmente di una palla mortale.

So la fatica, qui a Linkiesta, per scovare persone non banali che sappiano anche attrarre i lettori. Il nostro (professor) Casertano per esempio acchiappa, fresco nella scrittura e preparato sulle cose. Ma non sempre c’azzecca. Proprio sull’Ordine dei giornalisti ci ha preso pochino. Teme l’abolizione dell’albo dei pubblicisti da parte del governo Monti. Magari! È una divisione senza senso, in genere il pubblicista non è una figura professionale definita, non ha un lavoro strutturato (se non quelli assunti da un giornale, ma allora diventano praticanti), non ha davvero alcuna proprietà per essere rappresentato in un albo a lui dedicato. È una nicchia in cui convergono personalità d’ogni tipo, anche autorevoli, che con il giornalismo spesso non hanno alcuna attinenza.

Quanto al timore di Casertano che chi scrive a pagamento senza essere professionista, possa essere denunciato per «esercizio abusivo della professione», è una puttanata di proporzioni talmente cosmiche, partorita forse da qualche sedicente politico-professore (e soprattutto contraria alla carta costituzionale), che non vale neppure la pena di commentarla.

Buoni motivi per immaginare una chiusura dell’Ordine dei giornalisti ce ne sono, ma non hanno parentela alcuna con il rancore dei molti che ne stanno fuori. Piuttosto hanno attinenza con la difesa di un’identità che nel tempo si è molto affievolita, con l’espressione più piena di un mestiere, che deve comprendere senso etico, distacco dal Potere, autonomia di movimento e di pensiero, riequilibrio dei rapporti con gli editori e soprattutto coraggio perché vengano riconosciuti i diritti (anche economici) dei più deboli.

PS. Tutta questa polemica sull’ordine sì, ordine no, sembra dimenticare il fattore umano. Quando ho dovuto scegliere i giornalisti che dovevano lavorare con me, ho pescato come piaceva a me, e soprattutto chi piaceva a me. Lo stato, l’Ordine, la politica, nessuno ci ha messo becco, perché me lo sarei mangiato. Ho scelto semplicemente quelli che io consideravo bravi. E non ho sbagliato. È tanto difficile? 

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