Corsa alla Casa Bianca, che fine hanno fatto i giovani?

Corsa alla Casa Bianca, che fine hanno fatto i giovani?

No more hope. A quasi quattro anni dall’elezione di Barack Obama, gli Stati Uniti si scoprono orfani di una generazione, almeno a livello politico. C’è chi li definisce «apatici», chi semplicemente «svogliati». La realtà è che gli under 30, nella corsa alle elezioni presidenziali del prossimo novembre, stanno rimanendo in disparte, equidistanti sia da Barack Obama che dai due candidati repubblicani che si stanno contendendo le primarie: il moderato Mitt Romney, che probabilmente la spunterà, e l’arcigno speaker della camera Newt Gingrich.

Nel 2008 furono loro a determinare la vittoria dei democratici. Il loro voto incise in maniera pesante sul risultato finale: Obama raccolse quasi il settanta per cento delle preferenze nella fascia 18-29, lasciando le briciole allo sfidante John McCain. Tra le istantanee meglio conservate della cavalcata vincente di Obama verso la presidenza, restano i volti di migliaia di ragazzi impegnati a scandire lo «Yes We Can» durante gli oceanici comizi, nelle piazze e nelle università, del loro presidente. Ma quella fiammata di speranza, che aveva acceso i ragazzi americani nel 2008, è andata progressivamente spegnendosi sotto i colpi della crescente disoccupazione e di tasse scolastiche sempre più elevate.

Secondo una ricerca svolta dal Circle (Center for Information and Research on Civic Learning and Engagement) della Tufts University, i democratici hanno perso gran parte del sostegno giovanile in alcuni stati chiave. In Nord Carolina, ad esempio, il partito di Obama avrebbe, oggi, 40mila sostenitori in meno nella fascia 18-25; in Nevada, 25mila; persino in Maryland, dove la popolazione vota storicamente dem, le preferenze sarebbero 8mila di meno. Obama, insomma, ha smarrito la stella polare che lo guidò nel 2008, quando rappresentava per i più giovani l’alternativa ideale al vecchio establishment politico ed alla prospettiva di uno stato sempre più militarizzato.

L'”alternativa”, oggi, è rappresentata invece dal repubblicano Ron Paul, il candidato più popolare tra i giovani repubblicani e gli Obamiani delusi. Il fattore Y (da young, giovane), è la sua forza: dovunque si rechi, è sostenuto da una schiera di ragazzi entusiasti. Alle primarie tenutesi in New Hampshire lo scorso 10 gennaio, Paul ha ottenuto in totale il 47% delle preferenze espresse dagli under 30, «il più alto livello di supporto ottenuto da ogni candidato in ogni gruppo di età». Alla fine è risultato secondo, dietro soltanto a Mitt Romney. 

Come spiegare questo successo? Paul non è giovane: con i suoi 76 anni è il più vecchio tra i candidati in lizza. Eppure piace. Secondo Stephen Richer di Forbes, il segreto di Paul sta nella sua attenzione alle tematiche più sentite dai ragazzi. Le sue proposte includono il taglio di dispendiosi enti governativi, la riduzione della spesa pubblica, la completa abolizione delle missioni militari, la legalizzazione delle droghe leggere. «Sono idee “da ribelle”, in un certo senso». E spiazzano gli avversari che, ad eccezione (seppur marginale) di Mitt Romney, sono considerati dai più giovani «noiosi» e decisamente «arretrati».

C’è un però. E non è un però da poco: Ron Paul è, a tutti gli effetti, un cavallo perdente. In South Carolina e in Florida, ieri, è andata male: nonostante la maggioranza relativa dei voti dei giovani, Paul ha ottenuto rispettivamente il 13% e il 7% delle preferenze totali e due miseri ultimi posti. Le sue speranze di vittoria nelle primarie, così come in un’eventuale sfida contro Obama, sono pari a zero. Che sia proprio questo, per assurdo, uno dei punti di forza di Ron Paul? «C’è qualcosa di romantico nel supportare un candidato che sicuramente non vincerà. Si crea una solidarietà particolare tra i soldati che marciano verso la sconfitta», spiega Richer. «Paul e le sue idee non si arrugginiranno mai, proprio perché lui è destinato a non diventare mai presidente».

Il sostegno a Ron Paul è l’ennesimo indizio di come i giovani americani siano profondamente sfiduciati da quattro anni di presidenza Obama. Secondo una ricerca svolta ad Harvard, il presidente in carica avrebbe perso dodici punti percentuali nel voto degli undero 30. Obama, adesso, sta correndo ai ripari, cercando di recuperare la fiducia perduta presso i suoi stessi elettori. «Voi mi ispirate» ha detto venerdì scorso ad una platea di 4000 studenti in Michigan, «Incontrare persone come voi, così piene di energia, di strategia e di sogni, mi dà speranza». Il presidente è consapevole del fatto che il sostegno dei giovani sarà importante nella riconquista della Casa Bianca e per questo cercherà, nei prossimi mesi, di lavorare sui temi che stanno più a cuore ai giovani.

La partita chiave si gioca sul costo delle rette universitarie. Andare al college costa oggi in media 17500 dollari l’anno: una cifra che molte famiglie non possono permettersi e che costringere i ragazzi a richiedere impegnativi finanziamenti, che nelle maggior parte dei casi gravano sulle loro spalle fino ai quarant’anni. Davanti agli studenti, Obama ha posto la questione al centro della sua agenda, minacciando di tagliare i finanziamenti statali agli atenei che avessero alzato ancora i prezzi delle rette. Del resto, ha ricordato il presidente, «anche io e Michelle abbiamo finito da poco di pagare il nostro student loan». I ragazzi sembrano aver gradito. Obama sa che Mitt Romney avrebbe poca presa sull’elettorato giovane e che questo potrebbe penalizzarlo in maniera decisiva, quindi ha deciso di premere sull’acceleratore. Ma la strada per la riconquista della fiducia – e del voto – dei più giovani, ad oggi, appare ancora lunga.

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