Egitto, Ong a processo, in ballo c’è il futuro della casta dei militari

Egitto, Ong a processo, in ballo c'è il futuro della casta dei militari

IL CAIRO  – A una rivoluzione che sembra sempre più una restaurazione fanno comodo i diversivi e la “mano” straniera dietro i disordini sembra fare al caso dell’Egitto. Si apre oggi al Cairo il processo contro 49 lavoratori di 5 Organizzazioni non governative (Ong), inclusi 19 americani e altri europei. Tra i primi anche Sam LaHood, capo della filiale egiziana del International Republican Institute di Washington. L’accusa a carico dei lavoratori e delle Ong è di aver violato la legge egiziana ricevendo fondi illegali dall’estero e lavorando senza tutti i permessi necessari. Tutti gli incriminati hanno ricevuto il divieto di lasciare il paese e molti hanno trovato rifugio nell’ambasciata degli Stati Uniti d’America nella capitale egiziana.

Secondo la legge egiziana, ogni Ong per essere in regola deve ricevere l’approvazione preventiva del Ministero degli Affari sociali, inoltre le Ong non possono avere nessun legame con partiti politici, non possono ricevere fondi dall’estero e devono ricevere una preventiva autorizzazione per raccoglierli in Egitto, non possono avere legami strutturati con enti o istituzioni all’estero. Una tale disciplina normativa che dal 1964 ha fortemente limitato la crescita di una vitale società civile egiziana è stata nella pratica contestata durante la rivoluzione. Difficile, se non impossibile, immaginare di rispettare tali regole nel quadro della transizione in corso in Egitto da parte di tanti attivisti democratici apertamente simpatetici versi i modelli sociali e politici ispirati dall’Occidente. Ha poi sollevato ripetute critiche la proposta di legge presentata all’inizio dell’anno dal governo egiziano che di fatto riprende una vecchia proposta di legge del regime di Mubarak datata 2010 sul “controllo” delle organizzazioni non governative.

La vicenda ha investito direttamente le relazioni bilaterali tra Cairo e Washington. Gli Stati Uniti hanno ripetutamente minacciato di sospendere gli aiuti finanziari e militari che hanno annualmente versato al governo egiziano a partire dal 1979, come contropartita della pace di Camp David tra Egitto e Israele. Per l’anno in corso la cifra si aggira intorno a 1.3 miliardi di dollari, senza contare la cooperazione propriamente militare. Nonostante le minacce, la giunta militare al potere sa di essere in una posizione contrattualmente forte, tanto che è stato proprio il capo dell’organismo di raccordo e cooperazione militare tra Stati Uniti ed Egitto, il generale americano Martin Dempsey, a dichiarare lo scorso 18 febbraio che «tagliare gli aiuti alienerebbe gli ufficiali egiziani da quei legami stretti di cooperazione con i militari statunitensi». Gli Stati Uniti sanno benissimo infatti che l’Egitto è un alleato chiave «perché garantisce importanti diritti di sorvolo e priorità di passaggio attraverso il canale di Suez». Inoltre l’Egitto ha giocato un ruolo chiave in tante operazioni di extraordinary renditions nelle guerra silenziosa al cosiddetto terrore internazionale, ma questo probabilmente il generale americano non poteva ricordarlo platealmente.

Posto che la minaccia statunitense non è credibile, la giunta militare ha potuto far leva sulla vicenda come un utile diversivo in un periodo particolarmente travagliato della transizione in corso per allontanare da sé il peso delle richieste dell’opinione pubblica, reindirizzandole su fantomatici complotti esterni. Durante le indagini, è stato il ministro della cooperazione internazionale Fayza Abul Naga a testimoniare il 15 febbraio scorso che «gli Stati Uniti stanno facendo del loro meglio per impedire che l’Egitto diventi una democrazia, uno stato moderno con una forte economia. Se questo dovesse accadere, l’effetto sarebbe quello di minacciare direttamente gli interessi d’Israele oltre che quelli statunitensi nell’intera regione. Israele e gli Stati Uniti non possono fomentare caos e malcontento direttamente così cercano di utilizzare i fondi delle Ong per raggiungere questo risultato. Gli Stati Uniti hanno dato a Ong egiziane e americane in Egitto 175 milioni di dollari tra il 2005 e il 2011 e 105 milioni solo tra febbraio e settembre dell’anno scorso».

La vera ragione degli attacchi della giunta militare contro l’attività delle Ong pro-democracy è l’impegno di molti giovani attivisti che nelle settimane scorse hanno ripetutamente richiesto all’esercito di rinunciare ai propri privilegi e di sottomettersi completamente al controllo del parlamento, prima di tutto rinunciando a mantenere una potestà riservata di controllo sul suo bilancio. Per la giunta militare si tratta di un tema non negoziabile che rappresenta la principale contropartita a garanzia del suo potere economico e politico prima di lasciare le redini del paese a un qualsiasi governo civile. A rincarare il confronto è stata poi la campagna lanciata dagli attivisti anti-governativi per boicottare i prodotti e i servizi dell’esercito, che in Egitto vanno dalla costruzione di frigoriferi alla gestione di ospedali.

A torto o a ragione le accuse veicolate dai poteri forti in Egitto contro gli attivisti democratici hanno avuto una grande eco nell’opinione e sulla stampa, dove si ipotizza un «piano americano» o alternativamente «straniero» inteso a diffondere l’anarchia nel paese. Al-Gomhuria titolava «L’America è dietro l’anarchia», per Al-Ahram «i fondi americani sono finalizzati a diffondere l’anarchia». Le accuse si sono concentrate sulle attività in Egitto del National Democratic Institute e del International Republican Institute, legati rispettivamente ai due maggiori partiti politici americani. Il passaggio poi dagli attivisti ai giornalisti stranieri presenti nel paese è stato breve. L’accusa più ricorrente è quella di fomentare la popolazione o addirittura pagarla per unirsi alle proteste contro la giunta militare che sono state particolarmente intense nel periodo intercorso tra l’anniversario della rivoluzione (25 gennaio) e quella della cacciata di Mubarak (11 febbraio). L’altra faccia della medaglia è quella che emerge dalla testimonianza di un giornalista australiano arrestato nei giorni scorsi e poi rilasciato, secondo il quale dalla sua cella si udivano distintamente i lamenti di persone sotto tortura in celle vicine. Sono infatti molte le persone incarcerate arbitrariamente in queste settimane grazie a quella parte della legislazione d’emergenza che in vigore da anni non è mai stata completamente abrogata dopo la caduta di Mubarak.

Nell’egiziano comune rimane forte quel senso di orgoglio per il proprio paese e per la propria storia che tanta parte ha avuto da Nasser in avanti nella costruzione del discorso nazionale egiziano contro ogni influenza esterna che suscita subito il ricordo del dominio coloniale e del conflitto arabo-israeliano. È facile per chi ne conosce bene le dinamiche manipolare un tale sentimento, facendo leva sul fatto che un “aiuto finanziario” dall’estero genera implicitamente e indubbiamente dipendenza, salvo poi scordarsi di dire che accanto ai contributi riconducibili agli Stati Uniti, ve ne sono altrettanti provenienti dal Golfo, Arabia Saudita e Qatar in particolare, che di certo non sono svincolati da sottintesi di influenza strategica, seppure di segno diverso.

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