La vedova Raciti, 5 anni dopo “Testimoniare contro l’odio”

La vedova Raciti, 5 anni dopo “Testimoniare contro l’odio”

CATANIA – Sono passati cinque anni dalla follia dello stadio Angelo Massimino che il 2 febbraio del 2007 lasciò una ferita indelebile per il mondo dello sport, per Catania e per una giovane famiglia segnata per sempre da una tragedia sul lavoro. L’ispettore Filippo Raciti morì a seguito degli scontri, colpito da un corpo contundente in maniera fatale. Per la sua morte sono stati condannati, in secondo grado, Antonino Speziale, che era ancora minorenne all’epoca, e Daniele Micale, rispettivamente a otto e undici anni di carcere.

La partita giudiziaria si giocherà in Cassazione, mentre Marisa Grasso la partita della vita, cioè quella di riuscire ad affrontare il dolore con due figli ancora adolescenti, la sta affrontando quotidianamente nella sua Acireale.

Dopo cinque anni, secondo lei, è cambiato qualcosa nel mondo del calcio?
Sicuramente dopo la morte di mio marito ci sono state delle decisioni prese con criterio e misure di prevenzione per la sicurezza. Ma tutto dipende dallo spirito con cui il tifoso va allo stadio. Dopo i fatti del 2 febbraio c’è il pensiero che hanno tutte le donne degli uomini in divisa. Speriamo che non si verifichi un altro caso Raciti

Lei si è impegnata in diversi incontri con le scolaresche portando la sua testimonianza
Ho ritenuto dare una risposta alla società, dando una risposta da persona civile. Testimoniare il dolore e la propria sofferenza affinché ciò che è accaduto a Filippo non capiti a nessuno è un atto di coraggio

Ci sono stati in questi anni sentimenti di astio o risentimento nei confronti dei presunti uccisori di suo marito?
Ho pensato molto ai miei figli e a tutelarli, perché loro sono le prime vittime di quell’atto violento. Hanno partecipato al funerale, ricordo mio figlio orgoglioso nell’onorare la memoria del padre ed è stata una risposta a tutti i tifosi violenti. Subito dopo la morte di mio marito ci sono arrivate lettere offensive a casa, scritte orribili, cori allo stadio e questo ci ha dato la spinta a testimoniare la nostra sofferenza affinché altri non soffrano come noi. È inutile rispondere alla violenza con la violenza o con l’odio. È stato un lungo processo di elaborazione del lutto, dando una risposta civile a tutti interrompendo il circolo della violenza

L’andamento della giustizia, con due condanne in secondo grado, le ha dato soddisfazione finora?
Qualunque condanna è riduttiva rispetto all’atto compiuto e nessuna sentenza ci farà star bene. Però serve a rieducare e a sottolineare che non si rimane impuniti, anche se spero che tutto si risolva al più presto perché non é una condanna definitiva e non vorrei che mia figlia quando andrà a Catania possa trovare questi soggetti

Ha avuto contatti con le famiglie dei due giovani? E con il Calcio Catania?
No, io non voglio vendetta ma mi sono ritrovata mio malgrado ospite in trasmissioni televisive con i loro familiari. E’ inaccettabile e non ammissibile difendere la violenza. Con la società non ho avuto contatti e non so bene come hanno operato in questi anni. Sono andata allo stadio per il derby per tenere vivo il ricordo di mio marito, anche se per me è una grande sofferenza. E’ il prezzo che il calcio a volte chiede

Negli ultimi giorni è uscito Acab, un film sui celerini in servizio anche allo stadio. E’ citato anche suo marito e la pellicola ha sollevato polemiche. Lei lo ha visto?
No, non l’ho visto. Spesso si parla tanto ma in fondo non è concepibile andare allo stadio non per guardare una partita di calcio, ma per creare disordini e violenze. Purtroppo tutti, compresa me prima della morte di mio marito, ci eravamo abituati alla spirale della violenza negli stadi e avevamo perso il senso della legalità. Forse per parlare di questi problemi è servito un martire immolato al calcio come mio marito.Si parla poco di ciò che succede nelle curve, nella cultura che hanno certi tifosi

Hai mai pensato di lasciare la Sicilia?
Quando si ama la propria terra lasciarla in mano agli altri è difficile. Sono rimasta e ho voluto che i funerali di mio marito si svolgessero a Catania. Ho rispetto per la vita, per la mia famiglia, per la mia terra e scappare lontano non sarebbe servito a nulla. Inizialmente rimanere è stata un’ulteriore violenza ma poi ha dimostrato la mia volontà di insegnare ai miei di difendere la propria dignità

Ha seguito tutto l’iter processuale della vicenda. Cosa l’ha segnata di più?
L’arroganza degli imputati e vedere mia figlia Fabiana, che spesso mi ha accompagnato alle udienze, soffrire. Spesso entravano in aula canticchiando, con aria svagata e noi eravamo invece sofferenti, come se i ruoli di vittima e carnefice si fossero rovesciati. Occorre assumersi le proprie responsabilità e vorrei che queste persone venissero rieducate, perché sono soggetti pericolosi. Per questo motivo mia figlia ha lasciato la facoltà di Lingue e adesso si è iscritta a Giurisprudenza, perché crede nella legge.

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