Monti non vuol fare la fine di Cameron, travolto dai debiti e dall’Economist

Monti non vuol fare la fine di Cameron, travolto dai debiti e dall’Economist

“Fate un favore a Londra, assegnate le Olimpiadi a Parigi”. La campagna dell’Economist, partita nel maggio del 2004, è ormai diventata celebre. Del resto lo stesso magazine londinese nella scorsa primavera riempì le stazioni della metropolitana di Londra con manifesti che recitavano: “Ospitare le Olimpiadi è solo una perdita di soldi”. La figura di un discobolo bianco in campo nero e una serie di affermazioni per le quali Londra non avrebbe mai dovuto organizzare i Giochi. Per la verità fu anche preparato il manifesto contrario ma l’indignazione allora fu altissima con sir Sebastian Coe, presidente del comitato organizzatore dei Giochi, che attaccò pesantemente il giornale.

Che le Olimpiadi a Londra non se la passino bene a poco più di cinque mesi dalla cerimonia d’apertura (27 luglio 2012) è un fatto. Lo sa bene il premier inglese David Cameron, oggetto di pesanti attacchi politici, e non solo, dopo aver deciso di raddoppiare le spese per la cerimonia di apertura e chiusura passate da 40 milioni a 81 milioni di sterline. Cerimonia affidata a Danny Boyle, il regista di Trainspotting e The Millionaire, in cerca di qualcosa di faraonico visto che, come il vecchio adagio recita, la successiva deve essere sempre più bella della precedente. Ma come si fa a migliorare Pechino? Si chiedono i columnist d’oltremanica.

E come se non bastasse sono lievitati anche gli investimenti relativi alla sicurezza, passati da 271 a 553 milioni di sterline. Ciò sembra a causa dell’Fbi che ha inciso nella revisione di tutti gli standard con un aumento del personale impiegato. Le Olimpiadi di Londra dovrebbero costare, e il condizionale è d’obbligo, 9,3 miliardi di sterline così ripartite: il 67% a carico del Governo, il 10% a carico della città di Londra e il 23% con i proventi di una lotteria statale. Alla luce degli ultimi aggiustamenti resterebbero poco più di trenta milioni per evitare di sforare. Soldi che sarebbero già virtualmente spesi senza pensare, poi, ad eventuali urgenze e spese impreviste. Proprio queste cifre hanno indotto il presidente del Consiglio Mario Monti a dire no alla candidatura di Roma per i Giochi del 2020: «Avrebbero costi imprevedibili. Il nostro governo è stato chiamato a operare in una situazione di emergenza. Ha dovuto chiedere sacrifici molto importanti a molte fasce della popolazione italiana e non ci sentiamo di prendere un impegno finanziario che potrebbe gravare in misura imprevedibile sull’Italia».

Londra non è comunque Pechino, perché la capitale cinese spese nel 2008 il triplo di quella britannica: 27,5 miliardi di sterline. Tuttavia il paragone è abbastanza complesso sia per il peso specifico differente delle due città sia per le differenze politiche ed economiche.

Prendendo in esame le spese sostenute dalle città che hanno ospitato i Giochi in precedenza, Sydney nel 2000 costò 4,2 miliardi di sterline, Atene, nel 2004, ne ipotizzò 3,8 salvo spenderne 8,9 miliardi dei quali soltanto 1,7 dai privati. Gli introiti derivanti dai diritti tv furono altissimi (1,2 miliardi) ma non bastarono e per molti è stata la mazzata definitiva sulla crisi greca.

Soltanto in due occasioni i Giochi si sono rivelati un autentico successo sia dal punto di vista economico che sociale. A Los Angeles 1984 aziende e sponsor sborsarono 500 milioni di euro attuali con un ricavo in diritti tv di 218 milioni. Furono costruiti ex novo solo due impianti, il che abbatté enormemente i costi. A Barcellona ’92, città natale dell’ex presidente del Cio Juan Antonio Samaranch che volle la rassegna, fu l’occasione per ridisegnare totalmente il tessuto urbano al punto che, ancora oggi, è indicata come l’unico esempio di Olimpiade diventata un successo sotto tutti i punti di vista. Il futuro si chiama Rio de Janeiro per il quale il comitato organizzatore ha in mente di stanziare una cifra simile a quella di Londra, 8,9 miliardi di sterline. 

E Torino? Eloquente l’intervista dell’ex sindaco del capoluogo piemontese Valentino Castellani: «L’eredità in città è stata positiva: invece sui monti c’è stato tanto spreco di denaro pubblico». Nel 1998 la cifra stimata dal dossier di candidatura era di 616 milioni di dollari. Via via i costi sono aumentati fino a 3 miliardi di euro. I risultati sono un aumento di turisti a Torino, una città ridisegnata totalmente ma anche due ecomostri: i cinque trampolini di Pragelato dal costo di 34,3 milioni chiuso a causa degli insostenibili costi di gestione e la pista di bob di Cesana (105 milioni) il cui destino è segnato. I costi complessivi ammontano a circa 3 miliardi e 300 milioni di euro (indagine Franco Ramella per Altroconsumo): poco più di un terzo della spesa (1200 milioni) è relativa alla gestione dell’evento (tecnologia, trasmissione tv, gestione impianti, eventi), gli altri due terzi (2.100 milioni) sono costituiti da investimenti. Il 75,7% delle spese a carico dello Stato, l’8% degli Enti Locali, il 6,3% di privati. Il ritorno economico non è stato pari alle uscite: il comitato organizzatore ha incassato poco meno di un miliardo di euro in presenza di un passivo ancora notevole. 

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