Papaleo, Patti Smith e “l’inglese” di Morandi: il resto è noia

Papaleo, Patti Smith e “l’inglese” di Morandi: il resto è noia

La terza serata di Sanremo continua sulla linea della seconda. Con la noia, quindi. Eppure, l’obiettivo iniziale di Gianni Morandi è quello di far rivivere le migliori canzoni italiane nel mondo. Fin dalla prima esibizione di Shaggy si capisce che così non sarà. A esclusione di Nina Zilli e del suo duetto con Skye e di Al Jarreau, sono pochi i momenti di vivacità. Colpa di una scaletta un po’ troppo lenta e di una regia poco virtuosa.

Inizia Rocco Papaleo e tutto sembra prendere una piega diversa. Ma l’illusione dura poco. Il ritmo è lento e si rimpiangono le stilettate di Adriano Celentano. È la serata con gli artisti internazionali, il palco è per loro. La musica torna protagonista, fra vecchie glorie conservate bene e quelle conservate male. In tanti su Twitter apprezzano le performance di Brian May e Patti Smith, ma non solo. Nella noia della serata c’è perfino chi riesce a rimpiangere i Soliti Idioti, cioè Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio, con le loro parolacce e i loro sketch sugli omosessuali. Twitter non perdona, si avvita, si irrita, ma comunque segue il Festival, risultando di gran lunga il più importante personaggio di questa edizione. La prossima volta, come minimo, dovrebbero far passare tutti i tweet in sovraimpressione. L’audience ne guadagnerebbe, l’interazione fra pubblico e musicisti pure. Strano che non ci abbiano pensato finora. E la prova di questo è la verve che si ha vivendo il Festival da Casa Sanremo, lo spazio ospitality presso il PalaFiori di Sanremo dove abbiamo deciso di seguire la terza serata. Peccato per il wifi, non disponibile, ma si sa, siamo in Italia.

Il clima in Casa Sanremo è completamente diverso, più goliardico e meno rigoroso. Più verace insomma. Sicuramente molto più vivo rispetto alla noia che ha invaso il Sanremo post-Celentano. E mentre il Festival avanza fra picchi di classe come quello fra Al Jarreau e i Matia Bazar e altre esibizioni meno dignitose per il palco di Sanremo, come quella di José Feliciano. Ma poi arriva il momento di Federica Pellegrini. Si percepisce che voglia più essere su palco che nella vasca. Ma il risultato è quello che è, purtroppo.

Per fortuna c’è Papaleo. Sì, perché è stato l’unico in grado di far alzare tutto l’Ariston, facendolo ballare al ritmo de “La foca”. Un momento epico, con perfino tutta l’orchestra che si muoveva come un’otaria. Purtroppo, la scenetta brillante è cancellata dalla performance di Gigi D’Alessio e Loredana Berté, ormai sempre più simile a Richard Benson che alla cantante che fu. Alla povera Macy Gray non si rende giustizia con una canzone che non le permette di attivare la sua voce. Peccato. Ma francamente, di D’Alessio e della Berté, non se ne può più.

Gianni Morandi tiene la scena con calma, forse per merito del commissariamento di Antonio Marano. Del resto, lo spettro di Adriano Celentano continua ad aleggiare sulla capitale della Riviera dei Fiori. Ci sarà, non ci sarà, arriverà, non arriverà: il mantra è solo questo. C’è chi lo vede che cammina sulle acque di fronte ai Tre Ponti di Sanremo e chi lo vede sbirciare dalle finestre del suo hotel, ma non ci sono certezze.

L’unica sicurezza è lo spread fra l’inglese e Morandi, che ogni volta che deve introdurre degli ospiti stranieri sbaglia qualcosa. Ma poco importa, per fortuna che le serate alla fine sono solo più due. L’inglese è salvo, la musica meno, Sanremo idem. Senza Celentano, ma perfino senza Soliti Idioti, rimane poco. E il pubblico si è pure dimenticato che non ci sono nemmeno più Elisabetta Canalis e Belen Rodriguez. Anzi, si dice che il mega-commissario Marano abbia avuto un’influenza perfino su quest’ultima, dopo la “smutandata” della seconda serata. Forse la verità non si saprà mai. Non che ci interessi. Il momento più divertente di questa serata? Il dopofestival. Senza dubbio.  

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