Tribunali Usa al lavoro, per Costa in arrivo fino a duemila cause

Tribunali Usa al lavoro, per Costa in arrivo fino a duemila cause

Mentre rimane incerta la sorte della nave naufragata al Giglio – l’amministratore delegato di Costa Crociere Pierluigi Foschi avrebbe riferito in audizione alla Commissione Lavori Pubblici del Senato di ritenere che il relitto «non possa essere rimesso in esercizio» e di «esser pronto a dichiarare all’assicurazione la perdita totale della nave» – nei giorni scorsi è cominciata la partita sui risarcimenti a passeggeri ed equipaggio.

Dopo l’accordo raggiunto fra Costa Crociere e una serie di associazioni di consumatori coordinate da Astoi Confindustria Viaggi per un indennizzo di 11mila euro a passeggero più eventuali rimborsi, Codacons, associazione non firmataria, ha rivelato di aver avviato una collaborazione con gli studi legali americani Proner&Proner e Napoli, Bern, Ripka e Shkolnik per l’istruzione di una causa civile di fronte al Tribunale di Miami, considerando «un insulto» la transazione proposta da Costa.

Secondo quanto riferito, il primo ricorso, relativo a sei passeggeri (due italiani e quattro americani), è già stato iscritto a ruolo a Miami, che Mitchell Proner, legale dello studio americano, ritiene foro competente, sostenendo di «avere in mano elementi irrefutabili (al di là del fatto che Costa è controllata dal gruppo Carnival, che ha sede a Miami, nda) per evitare l’eccezione di forum non conveniens».

Lo scopo di procedere negli Stati Uniti scaturisce dalla dimensione delle richieste avanzate, da noi impensabili: «Per questi 6 passeggeri abbiamo chiesto 10 milioni di dollari di danni complessivi e 450 milioni di dollari di “danni punitivi”, una particolarità del nostro ordinamento civile che ha funzione di deterrente per quelle aziende che, come nel caso di Carnival e Costa, abbiano accettato deliberatamente il rischio (del cosiddetto inchino) senza informarne i clienti». Accusa che si aggiunge alla «grave negligenza, imperizia e inadeguatezza del Comandante».

Codacons e i due studi americani pensano che ai 6 ricorrenti se ne affiancheranno presto altri: «Siamo già in contatto con avvocati di tutto il mondo che rappresentano 500 persone circa e pensiamo di poter arrivare a 2mila. Sarebbe consigliabile non superare il termine dei 30 giorni dal disastro (13 gennaio) per avviare le pratiche, ma riteniamo che non sia indispensabile». Altra peculiarità della causa è che nel ricorso presentato a Miami oltre a Carnival e Costa Crociere Lines (filiale americana di Costa), figura “John Doe”, cioè la dicitura generica per eventuali altre persone fisiche o giuridiche la cui responsabilità nei fatti sia successivamente esaminata e acclarata dalle indagini.

A testimonianza della fiducia di Proner e soci la prevista applicazione della clausola corrispondente al nostro “patto di quota lite”: «Sosterremo tutte le spese fino alla sentenza – potrebbero volerci anni – perché siamo sicuri di vincere. Se vinceremo, tratterremo una quota (vicina al 40%, ndr) di quanto riconosciuto come risarcimento, altrimenti tutta la causa sarà a nostro carico». Selfconfidence condivisa dallo studio di Chicago Ribbeck Law Chartered, che, con la medesima clausola, ha avviato presso la Corte Federale della città dell’Illinois un procedimento, mirato a diventare una class action, contro Carnival per conto di un membro dell’equipaggio. E se Codacons, pur fiducioso, ha specificato che «l’iniziativa non esclude in caso di insuccesso negli Usa una successiva azione, anche individuale, in Italia», diverso e decisamente più cauto è il parere di altri avvocati.

È il caso di Stefano Bertone dello studio torinese Ambrosio & Commodo e di Marco Bona del concittadino Bona, Oliva e Associati, legali che, fra l’altro, fanno parte del team internazionale che assiste diversi sopravvissuti e più di 150 famiglie dei passeggeri deceduti nell’naufragio del traghetto Al Salam Boccaccio 98, affondato nel Mar Rosso nel febbraio 2006, causando più di 1.000 morti.

«Abbiamo ricevuto mandato di seguire le pratiche del risarcimento» spiega Bertone «da alcuni sopravvissuti al disastro della Concordia e dai famigliari di alcune vittime. Tuttavia per il momento stiamo raccogliendo informazioni e seguendo le indagini e non intendiamo muoverci giudizialmente prima che queste si concludano». Le ragioni sono molteplici: “Con gli elementi finora emersi è impossibile definire chiaramente una linea giudiziaria. Inoltre il danno morale e quello psichico devono ‘maturare’, occorrono perizie a distanza di tempo per individuarne con esattezza la portata. E poi ci sono le altre responsabilità che potrebbero emergere: come controparte di un contratto con Costa sia i passeggeri e l’equipaggio dovranno rivolgersi alla compagnia per il risarcimento, ma questa, in base all’articolo 2055 del Codice Civile che disciplina la responsabilità solidale, potrà rivalersi su eventuali altri corresponsabili dell’incidente”. Sulla cui identità oggi è prematuro esprimersi, ma che potrebbero essere i più disparati a seconda di ciò che le indagini stabiliranno, dalla Guardia Costiera al Rina (il Registro Navale Italiano, responsabile della certificazione della nave), su cui pende a Genova un giudizio proprio per il caso dell’Al Salam Boccaccio.

Tranchant è invece il giudizio di Bertone sul foro competente: «Escludo che, quando agiremo, faremo ricorso contro Carnival a Miami. È una strada che, sotto certe condizioni, potranno seguire i cittadini americani che magari abbiano acquistato il biglietto da soggetti statunitensi, ma per gli stranieri credo che sia forte rischio di andare incontro all’eccezione di forum non conveniens, anche perché il titolo di viaggio specifica chiaramente che eventuali cause legali devono essere presentate presso il Tribunale di Genova, dove ha sede Costa Crociere. Se esistessero elementi per contrastare questa eccezione (come sostenuto da Proner, ndr), non ci sarebbero ragioni per non renderli immediatamente noti».

Nel frattempo Carnival Corporation ha depositato alla Sec (Securities and exchange commission, la Consob statunitense), l’annuale report 10-K, in cui si legge che le prenotazioni per i vari marchi del gruppo Carnival, Costa esclusa, sono scese di almeno il 15% dopo l’incidente rispetto all’anno precedente, mentre di difficile interpretazione sono i numeri di Costa Crociere, perché sono in atto la riprenotazione e la riprotezione conseguenti al naufragio. Carnival ha inoltre ricordato che l’impatto negativo sull’esercizio 2012 sarà compreso tra 85 milioni e 95 milioni di dollari, a cui si aggiungeranno 40 milioni di dollari delle franchigie assicurative legate all’incidente, e che il valore della copertura assicurativa relativa alla nave ammonta a 510 milioni di dollari (395 milioni di euro). Nessun cenno, invece, all’ipotesi di un “congelamento” o sospensione degli ordini di nuove navi in essere (10 unità per i vari marchi, di cui 6 presso Fincantieri). Ipotesi circolata sulla stampa italiana a inizio settimana e seccamente smentita anche da Fincantieri.

Quanto al relitto, infine, Costa Crociere ha indetto un appalto, convocando 10 società di tutto il mondo, per la presentazione di un piano operativo per la rimozione intera dello scafo di Costa Concordia. I piani predisposti dovranno pervenire entro l’inizio di marzo 2012 a Costa, che li valuterà insieme al Comitato Scientifico delle Protezione Civile, per arrivare a scegliere il piano migliore entro la fine di marzo 2012. Tempi che, secondo la compagnia, «sono da considerarsi i migliori possibili» data la situazione.

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