Monti rompa gli indugi e per il 2013 fondi il suo partito

Monti rompa gli indugi e per il 2013 fondi il suo partito

A fare le pulci, si possono scoprire molti difetti nel governo Monti. Tuttavia a distanza di pochi mesi dal suo insediamento i risultati sono innegabili e inesistenti i pericoli. Chi aveva denunciato la sospensione della democrazia, a destra come a sinistra, non ha trovato argomenti per suffragare questa tesi. Invece l’immagine del paese e il suo status internazionale sono cresciuti come mai prima d’ora. Non sappiamo, tuttavia, che idea abbia del futuro dell’Italia il premier. Soprattutto su due punti il suo discorso pubblico è carente o reticente: come affrontare la situazione drammatica di milioni di famiglie e quale debba essere la vocazione produttiva del nostro paese. I buoni governi della repubblica, ce ne sono stati!, a entrambe le questioni hanno dato una riposta.

L’impressione che viene dalle parole del premier e dei suoi ministri è invece che le idee non siano chiare. E’ vero che l’orizzonte temporale di Monti è troppo breve per affrontare questioni di queste dimensioni ma è altrettanto vero che sarebbe opportuno che queste visioni vengano rese esplicite. Personalmente non ho simpatia per chi si gingilla assegnando al governo Monti etichette, di destra, dei banchieri, dei poteri forti. Per due ragioni. La prima è incontrovertibile: senza Monti e Napolitano staremmo peggio e soprattutto starebbero peggio gli ultimi. La seconda è che se appare sempre più evidente come vi sia una parte del mondo imprenditoriale che sente il richiamo della foresta della lotta di classe, suscitando reazioni dello stesso tipo, non si può dare a Monti, e tanto meno a Napolitano, la responsabilità di questa regressione. Le prove tecniche di lotta di classe sono tipiche delle fasi di crisi.

Nei paesi democratici se ne è usciti con governi che riuscivano a trovare un compromesso fra il mercato e la solidarietà sociale. E ci sono riusciti con uno Stato efficiente e non impaurito nel dare indirizzi, con un mondo dell’impresa che ha saputo sfidare la concorrenza internazionale con nuovi progetti, con sindacati in grado di assolvere a un ruolo di rappresentanza generale, con una politica trasparente e visionaria. Molti di questi elementi mancano. Ad esempio lo scontro per la successione di Marcegaglia in Confindustria mostra un impoverimento culturale che non ha precedenti nell’associazione degli imprenditori. Sappiamo che i competitors vogliono liberarsi dell’articolo 18 e che vogliono togliere “l’Unità” dalle bacheche di fabbrica ma nulla sanno dirci di quel che vogliono debba diventare il paese. Quel vecchio reazionario di Angelo Costa lo sapeva, come lo sapevano Valletta e Walter Mandelli. Il sindacato fa venire la nostalgia di Di Vittorio. Il grande leader sapeva misurarsi con grandi scenari, qui mi pare che ci si è infilati in una logica tutta giuridica di cui non mi sfugge l’importanza ma nel passato si è visto di meglio e di più. Sulla politica non c’è nulla di più da dire. Se non una cosa.

Se continua così è difficile non tremare di fronte alle prossime elezioni. Per due ragioni. La prima è che al di là dei sondaggi attuali è difficile immaginare chi si presenterà al voto e come e quindi chi vincerà. La seconda è che, comunque vada, non si vedono emergere dal mondo della politica figure in grado di assicurare quel “minimo” che sta garantendo Monti. Berlusconi, furbacchione, fa a gara con Veltroni per accaparrarsi il premier che lo ha sostituito. Sono in tanti ad avvertire che anche nel totale disagio sociale, nessuno prova nostalgia del berlusconismo, e, ahimè!, dell’Ulivo. Da qui l’idea di ricandidare Monti. Accantonata la bizzarra idea che pure circola di rinvio delle elezioni, non c’è che una via maestra che sta nelle mani di Monti. Assuma un ruolo storico, faccia come i grandi leader e i grandi statisti. Si faccia De Gaulle. Scenda in campo con una sua lista. I partiti a quel punto decideranno con chi stare e che cosa fare. 

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